CRISI DI GOVERNO/ La lite Renzi-Conte dimentica il tracollo del Pil

- Stefano Cingolani

Prosegue la sfida a colpi di ultimatum nella maggioranza. E resta fuori dal dibattito politico il tracollo del Pil che allontana l’Italia dal resto d’Europa

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Matteo Renzi. Sullo sfondo, Giuseppe Conte (LaPresse)

Memore di Søren Kierkegaard, anche Nicola Zingaretti ha lanciato il suo enten-eller o aut aut che dir si voglia: o un patto di legislatura o le elezioni. Naturalmente vuole il patto e rifugge il voto anticipato che sarebbe “un errore imperdonabile”. Probabilmente non vedremo né l’uno né l’altro e si arriverà a un compromesso destinato a durare almeno fino a Pasqua, il tempo di passare da un Dpcm all’altro. La resa dei conti politica ed economica è stata rinviata a metà settimana, quindi nei prossimi giorni continuerà il tiro alla fune sul piano per la ripresa. 

Certo, i timori espressi dal leader del Pd non sono infondati. Matteo Renzi non si accontenta e la sua tattica finora è stata quella di imprimere sempre nuovi strattoni. Ha ottenuto un certo miglioramento del piano: i sussidi sono scesi a 45 miliardi di euro e agli investimenti, o meglio agli impegni in conto capitale, andrà il 70% dei finanziamenti; aumentano i fondi per la sanità, il turismo e la mobilità, tuttavia al capo di Italia Viva non basta. La sua linea Maginot adesso si chiama Mes, sapendo bene che i cinquestelle sono contrari e cedere, per Giuseppe Conte, equivale a dimettersi. Almeno per ora, perché non sappiamo se ci sarà un limite al mercanteggiamento. Senza calcolare che la questione più spinosa riguarda i servizi segreti, sia il loro controllo oggi nelle mani del presidente del Consiglio, sia i loro vertici, una partita che ha consistenti risvolti internazionali, tanto più ora, dopo l’assalto dei trumpiani a Capitol Hill. Dunque, Renzi ha ancora molte carte, compresa la più pesante, per continuare il suo gioco al rialzo. 

Mentre a Roma si svolge il più classico gioco di potere, a Bruxelles cominciano a mettere le mani avanti. La Presidente, Ursula von der Leyen, ha ricordato che la Commissione sta negoziando con gli Stati membri (soprattutto con l’Italia e la Spagna ai quali andrà la gran parte dei finanziamenti) “indipendentemente dalla situazioni politiche” e qui il riferimento è solo all’Italia perché in Spagna si è votato nel novembre scorso; è vero che anche a Madrid il Governo di coalizione tra socialisti e Podemos non ha una solida maggioranza, ma di andare di nuovo alle urne per il momento non si parla. Invitata a specificare se le fibrillazioni politiche italiane la preoccupano, la Presidente ha risposto: “Abbiamo condizioni chiare secondo le quali il fondo di rilancio è accessibile, vale a dire: investimenti e riforme, il green deal e la transizione digitale. Questo è quello che conta per noi”. Una dichiarazione che solo formalmente si può definire diplomatica, perché proprio su quelle quattro condizioni il Governo italiano è diviso e non solo per l’intemperanza di Renzi. 

Nell’ultima versione del piano che Roberto Gualtieri tesse di giorno e aggiusta di notte, nemmeno fosse Penelope, le riforme restano il grande punto debole, a cominciare dalla giustizia civile per la quale si prevedono in realtà ritocchi che non cambieranno la sostanza, per non parlare del mercato del lavoro e del welfare. Per quel che riguarda gli investimenti, assegnare più risorse è una condizione necessaria, ma non sufficiente. Il problema italiano sta nella incapacità di spendere e il rischio che il Recovery fund faccia la fine dei fondi strutturali è assolutamente concreto. Lo sanno tutti, anche il Governo e non a caso la miccia che ha dato fuoco alle polveri riguarda la cabina di regia. Non solo chi gestirà i 200 miliardi di euro, ma chi e come metterà in moto le procedure straordinarie richieste apertamente da Paolo Gentiloni, commissario europeo per gli Affari economici. Tutte questioni nient’affatto risolte dallo scontro politico di questi giorni.

Resta fuori dal dibattito politico una questione che invece dovrebbe diventare centrale. La seconda ondata della pandemia ha accelerato la frattura all’interno dell’Unione europea. Gli ultimi dati pubblicati nei giorni scorsi mostrano che Italia e Spagna hanno subito un vero tracollo, ma la Francia non è andata molto meglio. La Germania è riuscita a contenere la caduta nella media del 2020: meno 5% del Pil, la metà circa della Francia e dell’Italia, mentre in Spagna è andata ancora peggio. Questa settimana usciranno le cifre complete, tuttavia la performance dell’ultimo trimestre dimostra addirittura una chiara ripresa tedesca guidata dalle esportazioni soprattutto verso la Cina, cresciute addirittura a due cifre. 

La Germania tira, ma a differenza dal passato non riesce a fare da locomotiva nei confronti dei Paesi a lei strettamente legati, a cominciare proprio dall’Italia. Questo vuol dire che non basterà battere la pandemia per riprendere a crescere, occorre uno sforzo eccezionale, perché tra un anno ci troveremo ancor più lontani dai punti alti dello sviluppo europeo. La consapevolezza che questa è la priorità delle priorità sembra lontana dalle preoccupazioni dei partiti politici, ciò vale per i giallo-rossi come per l’opposizione di destra choccata dalla rovinosa caduta del trumpismo. E nemmeno una “coalizione di volenterosi” (comprendendo anche Forza Italia) basterà a spostare il baricentro del confronto politico.

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