CRISI DI GOVERNO/ Sapelli: qualcuno si è dimenticato che l’Italia risponde agli Usa

- Giulio Sapelli

La partita governativa doveva chiudersi inevitabilmente, visto anche che l’Italia stava allontanandosi dagli Usa

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I premier Giuseppe Conte con il ministro del lavoro, e vicepremier M5s, Luigi Di Maio (LaPresse)

Come si poteva pensare che mentre l’Isis ha ripreso la sua aggressività in Iraq e in Siria, mentre la Cina dichiaratamente sfida con la svalutazione dello yuan l’egemonia Usa nel commercio mondiale e ne insidia il primato tecnologico (si pensi alla non imposizione delle regole di salvaguardia strategica su Huawei) e militare (proprio mentre la Russia rende manifesta una supremazia nei missili supersonici e i trattati vengono messi in discussione nell’accendersi della crisi storica indo-pakistana), mentre la partita degli F-35 in Italia non riesce a chiudersi per l’ostinata opposizione del ministro della Difesa e debolezze manageriali ostative e drammaticamente inconsapevoli, ebbene mentre tutto questo accade, come si può pensare che una nazione organicamente atlantica qual è l’Italia possa continuare a essere non governata, ossia continuamente indebolita e allontanata dai doveri che s’impongono nei confronti degli Usa?

Pensare che questo sia possibile a lungo è semplicemente pazzesco. Solo la febbre ideologica che invade l’Occidente a partire dagli stessi Usa (si pensi all’incredibile vicenda del titolo del New York Times che le proteste dei lettori impongono ai redattori di mutare in un’esplosione di globalismo da finanza sregolata e umanitaria) può spiegare come si possa ridurre una tragedia epocale in uno spettacolo di pupi e marionette. Ma è così e per convincercene basta leggere i giornali fratelli siamesi italici del New York Times che – anche se affetti dalla febbre eurofila cieca – non per questo non riescono a elevare tra di loro e la realtà una barriera ideologica forse più forte di quella post-neocon nordamericana.

La partita governativa doveva chiudersi inevitabilmente e la Lega non poteva non tenerne conto. Perché? Ma perché è l’unico partito rimasto in campo e non estero-diretto e quindi esposto a tutte le oscillazioni di un potere politico sempre più personalizzato e scomposto in frangenti che sarà difficile da raccogliere prima che rinsaldare. Infatti, l’astensione avanza! Vien persino da chiedersi come sia stato possibile presentare quella mozione anti-Tav che ha condotto al crollo. Come si poteva non pensare alle conseguenze dilaceranti che avrebbe provocato? Eppure tutti dicevano che erano proprio i 5 Stelle a non volere la crisi per quelle ragioni di bottega che oggi gli articoli pubblicati sui giornali mainstream ritengono decisive per la lotta politica nel loro economicismo depersonalizzante dilagante (l’altra faccia della polemica contro la casta). Tutto si è svolto poi con un copione ben preparato, così come si evinceva dalle dichiarazioni del premier professor Conte che ha letto un comunicato tagliente come quello che si presenta in un tribunale.

È un problema che rimarrà irrisolto e che affaticherà le menti degli analisti. Chissà se gli inglesi, che da sempre si occupano come potenza dell’Italia in una competizione regolata con gli Usa, non si siano allineati completamente alla nuova teoria del dominio internazionale che gli Stati Uniti stanno elaborando a fatica ma con decisione. Mi riferisco al ritorno a una sorta di dottrina Monroe mondiale che trova interpreti rozzi come può esserlo un pensatore di estrema destra come Steve Bannon, che ha dichiarato giorni or sono – guarda caso – finita l’esperienza italico-governativa.

Chi volesse non essere accusato di sovranismo legga su questo l’ultima importante opera del grande Perry Anderson sulle teorie della politica estera nordamericana e dormirà sonni più tranquilli, senza gli schiamazzi delle schiere di coloro che dividono il mondo in bianco e nero, mentre è invece pieno di sfumature di grigio.

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