CRISI DI GOVERNO/ Tante le ragioni della caduta: elezioni, niente paura

- Francesco Magni

A proposito della crisi del governo Draghi, non si può solo accusare la classe politica. Né si può sperare che la politica rinasca da un irrealistico accordo di tutti con tutti

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Deputati del Pd (LaPresse)

Caro direttore,
l’editoriale di Giorgio Vittadini dello scorso 22 luglio “Politica, un salto nel buio” ha posto all’attenzione di tutti importanti riflessioni. Tra le altre cose, si critica la scelta da parte di alcune forze parlamentari di far cadere il governo Draghi secondo un timing davvero infelice (pandemia, guerra, inflazione…ma c’è forse un tempo “propizio” e “adatto” per una crisi di governo?) con modalità inedite e confuse (nessun gruppo parlamentare ha infatti avuto il “coraggio” di votare esplicitamente contro il governo dimissionario, ma si è preferito uscire dall’aula…) che hanno aumentato il senso di confusione e distanza tra popolo e palazzo della politica, avvertito ormai da molti di noi semplici cittadini.

Occorre però, a mio avviso, non fermarsi nell’accusa ad una classe politica in gran parte inadeguata, e sempre più, evidentemente allo sbando e incapace di rispondere alle sfide epocali del nostro tempo, altrimenti il rischio è quello di contribuire, magari involontariamente, ad una ulteriore frattura tra popolo e politica, alimentando cinismo e disillusione.

D’altronde, se avessimo avuto un Parlamento all’altezza della situazione, infatti, il Presidente Mattarella non avrebbe dovuto trovarsi nell’imbarazzante condizione di dover accettare un prolungamento del suo incarico, né ci sarebbe stato bisogno di chiamare un ex banchiere centrale a guidare, secondo una formula eccezionale, un governo di unità nazionale.

Le colpe della crisi che si è aperta sono poi da dividere tra tutti i soggetti in gioco, nessuno escluso: c’è chi ha introdotto inopinatamente nel dibattito temi al di fuori dell’accordo che sorreggeva l’inedito governo (ius scholae e cannabis), c’è chi, come l’ex ministro degli Esteri, ha provocato una scissione del maggiore gruppo parlamentare creando un drappello di fuoriusciti, chi ancora ha fatto prevalere risentimenti di carattere personale o meri calcoli elettorali. Lo stesso discorso del Presidente Draghi, a causa di una lodevole quanto rara “parresia”, ha offerto sponde e pretesti per i falchi presenti in ogni schieramento. Tutte queste fibrillazioni sono l’inevitabile frutto del carattere eccezionale dell’esperimento del governo autorevolmente guidato da Mario Draghi, che egli stesso ha definito un vero e proprio “miracolo civile”. E come tale, destinato a rimanere un’eccezione e non la regola.

Non si può perciò pensare, né auspicare, che il Parlamento si trasformi stabilmente in una melassa incolore, dove le differenze scompaiano in nome di un indistinto “bene comune” o in forza di deleghe in bianco per far fronte alle varie emergenze. È vero, come ha scritto Vittadini, che i partiti dovrebbero essere in grado di manifestare “la propria forza politica accettando un compromesso con gli altri, basato su una discussione generale e analitica riguardante i problemi da affrontare e sui modi per risolverli”. Ma questo dentro una corretta dialettica parlamentare, dove c’è una maggioranza che propone e una opposizione che critica costruttivamente, a partire ciascuno da precise identità, proposte, progetti. L’annullamento delle differenze svilisce il ruolo del Parlamento e indebolisce la democrazia.

In un governo di tutti – e quindi di nessuno – in cui si cerca(va) di far conciliare opposti ormai sempre più inconciliabili (il reddito di cittadinanza con il lavoro; la riforma della giustizia con il giustizialismo ecc…), questo lavoro non era, evidentemente, più possibile. I nodi, presto o tardi, vengono al pettine. E siamo ancora, piaccia o meno, in una democrazia parlamentare, dove il governo, senza la conferma della fiducia delle Camere parlamentari, non può proseguire. Forse si poteva fare in un altro tempo (prima? molto prima?) e in un altro modo. Ma la sostanza non cambia, e non si tratta di un mero orpello di carattere formale.

Meglio quindi restituire la parola agli elettori, veri depositari di quella sovranità popolare da cui promanano le nostre istituzioni repubblicane. D’altronde qualche mese fa si è votato in Francia (10 e 24 aprile 2022), in Israele si voterà di nuovo a novembre per la quinta volta in tre anni, così come martedì 8 novembre si terranno le elezioni di midterm negli Stati Uniti ed quasi un anno fa, esattamente il 26 settembre 2021, si sono tenute le elezioni federali in Germania. La stabilità è un valore se c’è una direzione chiara di rotta, altrimenti si tratta solo di una falsa retorica che nasconde altri (opposti) interessi di chi è al potere in quel momento.

Saremo di fronte a un salto nel buio se non ci sarà un sussulto di responsabilità nelle prossime settimane, in un rinnovato impegno di tutti per e nella politica che chiami in causa ciascuno di noi nel contribuire nella costruzione al bene comune, a partire da programmi e prospettive chiare e ben diverse tra loro. Cercando di scegliere, questo sì, con attenzione e giudizio, coloro che possano rappresentare al meglio quegli ideali che muovono la nostra vita personale e sociale. Ma non possiamo avere paura delle elezioni. Che rappresentano, ancora una volta, un’occasione per l’esercizio della nostra libertà, responsabilità e impegno civile.

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