ELUANA/ Ventorino: quando dietro la parola “pietas” si nasconde il proprio egoismo

- Francesco Ventorino

Secondo quanto dichiarato dal dottor Riccobon, a.d. della casa di cura di Udine che ospiterebbe la Englaro, la sospensione degli alimenti rappresenterebbe un atto di umanità. Tale atteggiamento è permeato di egoismo, paradigma della nostra società che concepisce la vita degna di essere vissuta solo se rientra in determinati parametri utilitaristici

egosimoottodixR375_21dic08

La Casa di cura “Città” di Udine ha confermato la disponibilità ad assistere Eluana Englaro nei suoi ultimi giorni di vita, «a patto però che la Regione Friuli Venezia Giulia si prenda la responsabilità di condividere questo percorso di pietas». È quanto ha dichiarato il dottor Claudio Riccobon, amministratore delegato della struttura sanitaria.

Gli animali si uccidono per pietà, per non farli soffrire quando la loro vita è definitivamente compromessa. Oggi si vorrebbe introdurre un principio che legittimi questa azione anche quando si tratti di un uomo o di una donna. Ma l’equazione non regge, perché l’animale ha una funzione di utilità, compiuta la quale, la sua esistenza non ha più ragione di essere; l’uomo, invece, è una persona, cioè un assoluto: la sua esistenza non è relativa a nessuno scopo che non sia la propria realizzazione. Non può darsi nessuna condizione nella quale la vita dell’uomo non sia più “utile”, perché essa è solo per se stessa. Il “caso Eluana” costringe, quindi, a interrogarsi sul valore della vita dell’uomo, su ciò in cui consiste la sua realizzazione.

A partire dalla esigenza profondamente inscritta nel cuore di ogni uomo bisogna rispondere che questa realizzazione consiste nella felicità. Ma qui insorge una domanda ancora più grave sulla natura della felicità e la possibilità del suo attuarsi. La felicità dell’uomo è assicurata forse dalla capacità che egli ha di stabilire relazioni e di disporre di se stesso? Ma, allora tutti gli uomini “sani” e liberi dovrebbero essere felici. La verità che, invece, si impone a noi nella sua evidenza è che nessuna cosa al mondo, nessun rapporto umano, è in grado di darci la felicità secondo la misura in cui il nostro cuore la desidera. Tanto meno ci rende felici la possibilità di fare quello che ci pare e piace.

Da qui si sono tratte da sempre due conclusioni. La prima: l’uomo è fatto male, perché è un desiderio irrealizzabile, una “passione inutile” come ha detto Jean-Paul Sartre; ma in questo caso la vita umana non ha più senso, neanche quando gode di ottima salute, e sarebbe sempre ragionevole sopprimerla, come lo stesso Sartre faceva dire ad uno dei suoi personaggi ne “Il Muro”. Ma c’è un’altra conclusione, più ragionevole. Il desiderio naturale non può essere vano e quindi esso è “promessa” di un compimento. L’esigenza più profonda del nostro cuore è esigenza di qualcosa che “ha da esserci”, come diceva il mio conterraneo Luigi Pirandello. Altrimenti “non mi spiegherei quest’ansia che mi tiene, e mi fa sospirar le stelle”. Questa promessa, che costituisce la grandezza della persona umana, esige da parte nostra, in qualunque istante o situazione della vita, uno “stare” davanti alla propria esistenza e a quella degli altri, che ha la Madonna come modello. Maria “stava” presso il suo Figlio Crocifisso come di fronte alla forma misteriosa del compiersi di un destino, che trascende inevitabilmente le possibilità che l’esistenza terrena può offrire e non è legato alle condizioni o “qualità di vita” che ci sono date.

La pietas da sempre è stata intesa dagli uomini come la capacità di stare di fronte a questo mistero, di condividerne il peso e di esplorarne il significato, come ci hanno dimostrato le suore misericordine che da anni accudiscono Eluana e che chiedono adesso che sia loro conservata, perché continui ad essere un forte richiamo al significato e al valore della loro personale esistenza e di quella di ogni uomo. La pietà, invece, come è intesa dalla struttura sanitaria che ha dato la sua disponibilità a uccidere Eluana, non è diversa da quella che uccide il feto malato o l’anziano inabile e insufficiente. Forse vuole essere una pietà verso se stessi, verso la propria incapacità di condivisione del dolore, e quindi la giustificazione della suprema forma del proprio egoismo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori