AVVENIRE/ Vittadini: Quel buon “desiderio” che serve all’Italia per ripartire

- Giorgio Vittadini

Il Rapporto Censis 2010 rimette al centro il desiderio. Ripartire da esso è possibile e rappresenta – come spiega GIORGIO VITTADINI su Avvenire di oggi – un’autentica rivoluzione copernicana

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Foto Imagoeconomica
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Sorprendente è il criterio interpretativo della situazione italiana adottato dal nuovo Rapporto Censis sulla situazione sociale del Paese/2010: un calo del desiderio che si manifesta in ogni aspetto della vita. «Tornare a desiderare – dice il Censis – è la virtù civile necessaria per riattivare una società troppo appagata ed appiattita». Per non ridurre l’impatto di questa osservazione occorre andare al significato profondo della parola desiderio, che è in realtà molto di più che una virtù civile.

Ancor oggi domina un’idea di uomo negativa, quella del paradigma hobbesiano, per cui l’uomo ha bisogno dello Stato, del contratto sociale per tenere sotto controllo la sua negatività. Il soggetto dello sviluppo e dell’affermazione del bene diventa lo Stato e tutto ciò che non è Stato è accusato, quanto meno, di parzialità disgregante. Perciò, anche se nella storia le scuole, le università, gli ospedali, le opere di assistenza, le banche sono nate dall’iniziativa di persone singole o associate per un fine di utilità pubblica, si pensa che debbano essere gestite dallo Stato. Analogamente, nonostante i disastri della crisi finanziaria globale, per ciò che concerne il mercato va per la maggiore una certa lettura di Adam Smith, secondo cui l’egoismo dei singoli che tendono ad un profitto per se stesso, meccanicamente e quasi magicamente, attraverso una “mano invisibile”, dovrebbe portare al maggior benessere per tutti.

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La cultura cristiana, che ha informato tutta la civiltà occidentale e il suo sviluppo, si fonda invece sull’idea che ogni singolo uomo valga “più di tutto l’universo” e non sia riducibile ad alcuna organizzazione sociale e politica. Luigi Giussani nel 1987, intervenendo al convegno della Dc lombarda, ne ricordò la ragione: la natura di ogni uomo è costituita da un desiderio di verità, di giustizia, di bellezza, espressione del suo rapporto con l’infinito. Proprio in forza del dilatarsi di questo desiderio, l’uomo «si mette a cercare il lavoro, a cercare la donna, si mette a cercare una poltrona più comoda e un alloggio più decente, si interessa a come mai taluni hanno e altri non hanno, si interessa a come mai certi sono trattati in un modo e lui no».

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Ripartire da questa concezione significa compiere una rivoluzione copernicana e fondare l’azione sociale a partire da una nuova antropologia positiva, la medesima individuata da papa Benedetto XVI nell’enciclica Caritas in Veritate, quando parla di un uomo relazionale, immagine di un Dio Trinità. Chi credesse che è tema estraneo all’analisi economica dovrebbe rileggere un testo classico dell’economia contemporanea che permise a Kenneth Arrow di vincere il premio Nobel nel 1972. Il lavoro è inerente l’antinomia tra utilità individuali e benessere collettivo e, dopo la prima parte che espone il teorema dell’impossibilità della loro conciliazione, Arrow afferma che, se invece gli individui temperano il loro interesse egoistico nei desideri socializzanti, utilità individuale e benessere collettivo sono compatibili e portano a democrazia e concorrenza.

A tal proposito, e in linea con gli insegnamenti di Giussani, Julián Carrón, alla recente Assemblea generale della Compagnia delle opere, ha mostrato come la riduzione sistematica dei desideri a moralismo sia all’origine del degrado economico e politico: «Un’azione diventa moralistica quando perde il nesso con ciò che la genera: continuare a vivere da sposati senza il nesso con l’attrattiva che ha generato il rapporto amoroso, lavorare senza nesso con il desiderio di compimento anche se con un buono stipendio… Tutto diventa pesante, uno sforzo titanico per fare qualcosa che non c’entra più niente con il nostro desiderio».

Occorrono, perciò, realtà sociali che sostengano il desiderio, non rimanendo nell’astratto, ma sperimentandolo in azione e, in questo modo, modellando la società, come è avvenuto in molti momenti della nostra storia moderna. Perciò la denuncia del Censis, invece che pretesto per analisi che si arrotano su stesse, deve divenire occasione per ripartire, anche nella vita sociale, dal desiderio nella sua accezione non ridotta.

(L’articolo è pubblicato oggi su Avvenire)
 

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