INCIDENTE SIMONCELLI/ L’ultima corsa di Sic verso l’abbraccio che ci attende

- Luca Doninelli

Marco Simoncelli aveva 24 anni. È morto ieri davanti alle telecamere di tutto il mondo mentre correva con la sua moto il MotoGp di Malesia. Il commento di LUCA DONINELLI

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Immagine d'archivio

La notizia della morte di Marco Simoncelli mi giunge mentre ancora mi fa male quella della morte in autostrada di tre ragazzi, alle porte di Milano. Uno stupido incidente ha tolto a una famiglia due figli poco più che ventenni, fratello e sorella, insieme al fidanzato di lei.
In nessuno stadio verrà mai osservato un minuto di silenzio per la morte di quei tre ragazzi, una morte come tante in un venerdì sera come tanti.

Anche Marco Simoncelli è morto così, allo stesso modo, per un incidente stradale. Lo so che la sua era una gara motociclistica, che lui era strapagato per rischiare la vita affinché lo spettacolo del Grande Circo potesse andare avanti, e che milioni di telespettatori lo stavano guardando.
Ma alla fine cosa me ne importa? Cosa ce ne importa? È morto, aveva 24 anni ed è morto. Correva più forte di quelli morti in autostrada, ma era anche più bravo. Alla fin fine, è morto come tanti, come tanti poveri, disgraziati ragazzi, e il senso che questo ragazzo poteva avere del pericolo era quello che hanno tutti i ragazzi giovani ed esuberanti.

Ventiquattro anni sono l’età di mia figlia. A ventiquattro anni o sei depresso o sei pieno di vita. A ventiquattro anni essere solo un bravo ragazzo è una perdita di tempo. A ventiquattro anni la roulette del destino è in movimento frenetico: una parola detta per scherzo, ed eccoti padre, eccoti imbianchino, eccoti campione di boxe.
A ventiquattro anni c’è chi si laurea, e non appena terminata la festa di laurea ecco la domanda: E adesso? E in questa domanda non c’è solo la paura, c’è soprattutto l’attesa di sapere cosa ne sarà di noi.

Non si può mai dare niente per scontato. Marco Simoncelli era un campione di motociclismo, ma sapeva bene che la partita non era chiusa, che a trent’anni il problema si sarebbe posto da capo. A trent’anni si è vecchi per la moto:  e adesso?

Che ne sarebbe di noi, di quelli che muoiono a vent’anni e di quelli che, come me, si trovano a scriverne, se per tutti noi – tutti, proprio tutti – non ci fosse la speranza di un abbraccio, di una carezza consolatrice? Che tu ora possa essere amato, caro Marco, come mai nessuno ti ha potuto amare finora, nemmeno tuo padre e tua madre: questa è la sola speranza, questa è l’unica abilitazione, per me, a parlare di te.

Io parlo di te e dei tuoi compagni di destino meno noti, morti di notte sull’autostrada, solo perché ho la certezza di essere fatto – e che tu sei fatto, e che tutti siamo fatti – unicamente per quell’abbraccio. La nostra carne è fatta per questo.

Vengo da giorni di amarezza dopo la morte di Gheddafi, un tiranno, ok, ma nulla più di un capotribù al cospetto del supremo cinismo dimostrato dalla Nato e dai paesi civili ed evoluti che ne fanno parte. Adesso Gheddafi sa di cosa sono capaci gli eredi della civiltà occidentale – quella civiltà che ha insegnato al mondo il significato della parola “uomo”. Non l’uccisione del tiranno (perpetrata secondo uno stile rimasto immutato nei secoli) ma i bombardamenti indiscriminati e l’apertura di una crisi che appare buia e gravida di lutti: queste sono cose che mi mettono la voglia di smettere di scrivere.

Per questo, caro Marco, mi domando, e d’ora in poi mi domanderò sempre: cosa mi abilita a parlare? Il titolo di editorialista per questa o quella testata? La capacità di analizzare un fenomeno? No, dopo il “wow” di Hillary Clinton non è più possibile: gli analisti dovevano gridare il proprio orrore, l’orrore di una intera civiltà che è la più grande di tutte le civiltà, e invece non l’hanno fatto, punto e basta.

Se parlo del mio dolore per la tua morte ingiusta e per tutte le morti ingiuste di tutti i giovani come te non è nemmeno perché sono papà di due ragazzi della tua età. È per qualcosa di più. È per la speranza che ho nel cuore, salda e forte.

Se non potessi dire ai miei figli e a tutto il mondo che noi siamo fatti per vivere e non per morire, e che la vita non è fare mille cose, non è mille avventure, ma solo correre – a piedi, in macchina, in moto, in bici – verso l’abbraccio che tutti attendiamo e per il quale siamo stati fatti, io non sarei più né padre né marito né giornalista né scrittore: non sarei più nulla.

Le mie non sono parole consolatorie. Del resto, adesso lo sai meglio di me. Il vero inganno è di chi dice che non esiste nulla, perché il nulla rende stupidi, gretti e docili (di una docilità che però si sa trasformare in ferocia sanguinaria) a tutti i poteri.

Perciò solo questa speranza lucida, ragionevole può sostenere le nostre parole. Solo per questo posso dirti, caro Marco, il mio dolore senza sentirmi un infame.



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