LETTERA/ Perché la burocrazia non mi concede la cittadinanza che mi spetta?

- La Redazione

Il più grande ostacolo all’ottenimento della cittadinanza in Italia non sono le regole, ma la burocrazia, per carenza di organico, ignoranza della legge e scarsa responsabilizzazione

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Caro direttore,
a intervalli regolari la questione della cittadinanza (o del voto) agli immigrati torna di attualità, solitamente con pochissimi risvolti pratici e nessun cambiamento, se non un altro giro di dichiarazioni e conferenze stampa, per quello che fino a due settimane fa si sarebbe chiamato “teatrino della politica”. In sintesi, la mia tesi è semplice: il più grande ostacolo all’ottenimento della cittadinanza in Italia non sono le regole, ma i burocrati. Siamo più precisi: sono Prefetture e Consolati che mettono un freno alle procedure per carenza di organico, ignoranza (o spregio) della legge, mancanza di accountability e controllo gerarchico.

La situazione dal punto di vista delle leggi
In passato la cittadinanza era una cosa semplice e basata sul sangue del paterfamilias (ius sanguinis): con il matrimonio la moglie perdeva la propria cittadinanza, acquistava quella del marito, così che i figli di padre italiano fossero sempre italiani. Diversa era (ed è) la faccenda nei paesi “di frontiera”, del nuovo mondo, che necessariamente partivano senza una base di cittadini e con la necessità di costruire un Paese da zero (nation building): negli USA si diventava (e si diventa) cittadini per nascita sul territorio degli USA (ius soli) o per naturalizzazione, vale a dire a seguito di immigrazione nel territorio degli Stati Uniti. Inoltre la naturalizzazione portava (ora non più) alla rinuncia alla cittadinanza precedente: l’idea è la stessa secondo cui Hernán Cortés, il grande esploratore spagnolo del XVI secolo, fece bruciare le navi da cui era sbarcato con il suo equipaggio al suo arrivo in Centro America: garantire la fedeltà assoluta alla missione di costruzione del Nuovo Mondo.

I tempi cambiano però, e ad oggi ogni ordinamento europeo prevede che si possa diventare cittadini dopo che siano passati alcuni anni di residenza (10 in Italia, 8 in Germania e Francia), posto che vi siano alcune condizioni minime, come la conoscenza della lingua, un lavoro, l’accettazione dei principi democratici, e così via. Quasi ovunque poi la “nuova” cittadinanza del genitore è più o meno automaticamente trasmessa ai figli minori.

La vexata quaestio tuttavia riguarda i figli di immigrati, nati sui nostri territori. Checchè ne dicano un neo-ministro, e molti politici qui in Italia, in nessun altro paese europeo un bambino acquisisce automaticamente la cittadinanza locale. In Germania ad esempio, si nasce tedeschi solo se i propri genitori hanno un visto permanente, e la cittadinanza va riconfermata all’età di 23 anni. Se a quell’età si è tornati in Turchia o in Bielorussia, bisogna dire addio al passaporto tedesco, e a tutti i suoi innumerevoli vantaggi. Anche la Francia condiziona la concessione della cittadinanza ai figli di stranieri a criteri di “stabilità” della migrazione: qui la cittadinanza per nascita si può chiedere, ad esempio, solo quando il bambino compie 13 anni e purché si sia residenti in Francia. Si noti come sia in Francia che in Germania non vi sia alcun automatismo: bisogna fare richiesta, a condizione che alcuni criteri siano soddisfatti.

In Italia, la legge è oggettivamente carente in questo punto. La nascita sul territorio italiano non dà alcun diritto. Di fatto però lo straniero può fare domanda di cittadinanza dopo 10 anni di residenza, e trasmette la cittadinanza ai figli minori. Questo implica che al massimo al compimento del decimo anno di età ogni bambino immigrato che è nato e ha risieduto continuativamente in Italia può chiedere di diventare italiano. Se poi suo padre è arrivato in Italia prima della nascita dei suoi figli, facilmente sarà il padre (o la madre) a maturare per primo i dieci anni di residenza, e ad aver diritto a fare domanda di cittadinanza lui (o lei) stesso, per poi trasmetterla ai figli.

Questo pone di fatto i bambini stranieri nati in Italia in una condizione che sembra essere fin meno severa di quella della Francia, e forse anche della Germania: in Italia nessuno pensa a revocare la cittadinanza italiana una volta che questa è stata concessa, e bastano 10 anni contro i 13 francesi.

Allora dové il problema? Il problema lo si scopre guardando i numeri, che non tradiscono. Ogni anno ci sono circa 100,000 “nuovi Francesi”, e 100,000 nuovi Tedeschi, e solo 40,000 nuovi Italiani. Perché? Presto detto: nella pancia del Ministero dell’Interno ci sono circa 150,000 domande pendenti. Il Ministero non ha la bontà di dirci ogni anno quante domande vengono presentate, per cui non possiamo dire se questo “debito” accumulato di domande inevase stia crescendo o no. Certo è che ci possiamo aspettare che il numero di domande presentate continui a crescere negli anni.

Fare domanda di cittadinanza, o “Il Processo” di Kafka
Fare domanda di cittadinanza è lungo, dispendioso, complicato, basato su procedimenti bizantini e interpretazioni legislative molto variabili da Consolato a Consolato, e da Prefettura a Prefettura. Se a questo aggiungiamo che il soggetto in questione, il cittadino straniero, facilmente non ha alti livelli di educazione, potrebbe non conoscere perfettamente la lingua, non conosce appieno i propri diritti, capiamo perché molti stranieri rinunciano ancor prima di partire. Mi limito a tre esempi.

La residenza. La legge prevede che l’immigrato sia stato residente per 10 anni di fila in Italia. Questo è un criterio molto più stringente del semplice “soggiorno”. Non basta non essere immigrati irregolari, bisogna anche aver tenuto continuativamente aggiornata la propria residenza presso il Comune. Per immigrati con condizioni abitative precarie, e con poca dimestichezza con la nostra burocrazia, si fa presto a dimenticarsi di notificare al Comune il cambio di residenza, e a trovarsi poi con dei “buchi” nel proprio Certificato di residenza storico. Un buco di un giorno nella “storia” degli indirizzi in cui si è risieduto si trasforma in un azzeramento del conteggio dei dieci anni. Tutto questo a prescindere dal fatto che l’immigrato sia legalmente soggiornante in Italia, con regolare permesso di soggiorno!

I documenti. I documenti da raccogliere sono abbastanza standard: certificato di nascita dal paese d’origine, certificati di fedina penale per i paesi di residenza. Ma i sistemi istituzionali variano molto da paese a paese, per cui ci sono paesi in cui non esiste il Casellario Giudiziario, altri in cui non esiste il concetto di “residenza”, e così via. Quali sono quindi i certificati da presentare, esattamente? Il Ministero dell’Interno non dà indicazioni, qualsiasi prefettura si nasconde dietro ad un “non lo so”, o semplifica tutto dicendo “Chieda al nostro consolato al Cairo/ Parigi/New York”. Sta di fatto che non esiste una lista precisa con “nomi e cognomi” dei documenti da presentare, e ad esempio ci sono paesi (tutti i paesi anglosassoni) in cui il concetto di residenza non esiste, o paesi (come gli Stati Uniti), in cui ogni Stato ha il suo archivio criminale separato. Come interpretare la legge nel caso specifico? Nessuna prefettura o Ministero offre linee guida ufficiali al riguardo.

Al povero (futuro) cittadino non resta che sperare di essere nel giusto, con il rischio di essere trovato in torto dopo mesi in cui dispendiosamente ha cercato, spesso tramite amici e parenti, di affrontare le burocrazie dei paesi d’origine. Sarebbe poca fatica per il Ministero dell’Interno chiedere alla rete consolare di redigere una lista ufficiale, con indirizzi e modalità di richiesta dei vari documenti. Poca fatica, ma troppa per la Pubblica Amministrazione.

La tempistica e i giochetti di Prefetture e Consolati. La legge è molto rigida sulle tempistiche. Entro 30 giorni dalla presentazione della domanda, la Prefettura/Consolato deve trasmettere il suo parere al Ministero dell’Interno. L’intera pratica deve durare al massimo 730 giorni (due anni, che non son pochi). Se la domanda è incompleta, lo Stato deve richiedere i documenti necessari a perfezionarla, e solo nel caso in cui il cittadino non produca questi documenti, la domanda è rigettata. Tutto bello e chiaro. Peccato che questi termini di 30 e 730 giorni sono solo “ordinatori”, cioè sono messi lì per dare un’idea, ma non sono in nessun modo vincolanti. Si dice, ad esempio, che presentando la domanda alla Prefettura di Roma ci vogliano almeno quattro anni per ottenere la cittadinanza.

Dubitiamo sia dovuto alla mancanza di organico, dato che comunque la Prefettura di Milano, che sospettiamo avere meno dipendenti, conclude ogni anno il 20% in più di pratiche di quella di Roma.

Aggiungiamo poi che dato che la cittadinanza è “concessa” dallo Stato all’immigrato, l’immigrato non ha molta voglia di puntare i piedi e fare la voce grossa rispetto ai tempi non rispettati, per evitare di disturbare la misericordiosa volontà nel nostro burocrate kafkiano, che la potrebbe prendere male se qualcuno gli ricordasse cosa dice la legge a cui lui è sottoposto.

Finita qui? Non proprio, perché in alcune Prefettura (Roma, tra tutte) e alcuni Consolati (in America quasi tutti, ma non solo) si pretende che la domanda venga presentata di persona previo appuntamento, “dimenticandosi” che la stessa può anche esser presentata via posta. Purtroppo, guarda un po’ la sfortuna!, il primo appuntamento disponibile a Filadelfia è per il 2014, a Roma fortunatamente “solo” tra 13 mesi. Alcuni uffici sono pronti a fare carte false pur di evitare che un immigrato sappia che può presentare la domanda via posta. Gli impiegati sanno infatti che una volta ricevuta la domanda (tic-tac tic-tac) parte il conteggio dei termini, 30 giorni per esprimere il parere, 730 per concludere la pratica, per cui comprimono (per omissione) illegittimamente i diritti di coloro che presentano la domanda, al fine di (poverini! poveri impiegati di prefetture e consolati!) contingentare l’afflusso di pratiche al proprio ufficio, e ridurre la mole di lavoro.

Sommiamo allora tutte queste tempistiche: 10 anni di residenza (ma forse qualcuno di più se qualche documento è andato perso nei primi momenti di immigrazione), 1 anno circa per raccogliere i documenti/aspettare l’appuntamento in Prefettura, 3 o 4 anni per la conclusione della pratica… Oddio! I figli di questo immigrato sono quasi maggiorenni! E se la cittadinanza italiana arriva quando qualcuno di loro ha passato la maggiore età, questa non si trasmette, e ciascuno dei figli maggiorenni dovrà andare incontro alla stessa trafila burocratica!

Dopo questa visita guidata nella realtà kafkiana di Prefetture e Consolati, capite come ogni politico che parla di cambiare la legge parla di un falso problema. O meglio: cerca di lucrare politicamente su un aspetto di fatto irrilevante. Qualsiasi sia la legge, salvo che si adotti uno ius soli radicale che sarebbe un unicum in Europa, se poi bisogna passare da queste forche caudine burocratiche, gli incentivi a che gli immigrati che ne hanno diritto chiedano la cittadinanza si azzerano. Continuano a crescere invece il senso di frustrazione verso uno Stato che mette l’autoreferenzialità ed il comodo al di sopra della legge, e l’accountability non sa neanche cosa sia.

(Amedeo Franchi)

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