NO TAV/ Da Lenin a Perino, qual è il filo rosso?

- Gianluigi Da Rold

Secondo GIANLUIGI DA ROLD, fenomeni come quello dei No Tav hanno la loro radice in ideologie radicali e veterocomuniste che hanno nell’antiriformismo la loro ragion d’essere.

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Il sindaco di Bardonecchia, Roberto Borgis, non riesce a darsi una spiegazione dell’irrazionale protesta “No Tav” nella sua Valle di Susa. Guarda sgomento all’economia del suo comprensorio turistico che è destinato a una perdita di posti di lavoro e di sviluppo. Rimane stupefatto di fronte alle contestazioni degli abitanti della Bassa Valle, quelli che vanno a lavorare a Bardonecchia e che magari invocano lavoro e la famosa “crescita”, magari per decreto ministeriale. Non c’è nulla di irrazionale in questa protesta o, meglio, c’è l’attestato di una lunga storia di irrazionalità della sinistra italiana. E’ lo storicismo marxista trasformatosi, nei decenni del Novecento, in una visione antistorica e anti-sviluppo. Ma è bene chiarire subito che questo “fronte di contestazione” non è solo di derivazione vetero-marxista e di una parte del vecchio Pci italiano. Accanto a quei superstiti di una ideologia tragica e grottesca, ci sono frange di neoradicalismo ecologista, spezzoni del vecchio azionismo, che considera (Piero Gobetti in primis) gli italiani come una sorta di deficienti che non sono in grado di fare certe cose, perché nella loro cultura c’è la Controriforma e non la Riforma protestante.

Infine c’è una “fetta” del cattolicesimo “progressista”, che ha poca fede nelle tradizioni e nel dna di questo Paese e, da sempre, soffre di un complesso di inferiorità verso la sinistra “lunare” del vecchio comunismo di sinistra. E poi ci sono personaggi all’Alberto Perino, ex bancario che riscopre, quando diventa pensionato, la sua vocazione ribellistica. E’ quasi inutile ricordare, a cento anni di distanza, che Maksim Gorki spiegava: “Il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione dell’intero paese”. Inutile evocare la crisi del 1920-1921 in Russia, che costrinse Lenin a varare la Nep (nuova politica economica) lasciando un minimo di liberalizzazione al commercio dei prodotti agricoli dopo aver nazionalizzato anche i barbieri. Quasi inconcepibile pensare alla battaglia di Nikolaj Ivanovic Bucharin, che invitava i contadini con una frase perentoria, “arricchitevi”, attirandosi così l’etichetta di “destro”, “socialtraditore” e “riformista”. Dalla morte di Palmiro Togliatti è nata nel Pci una sorta di combinato ideologico che si fonde su una nostalgia dello stalinismo e sulla declamazione di “un nuovo modello di sviluppo”.

E’ più comprensibile, secondo logica, la nostalgia dello stalinismo criminale, piuttosto che il “non senso” del nuovo modello di sviluppo. Non perché non sia ipotizzabile un “nuovo modello di sviluppo economico”, un “nuovo sistema finanziario”. Ma perché da anni la frase è diventata una formula generica e demagogica, che si basa sul nulla, su una irrealistica e aerea teoria impraticabile. Non c’è nessuno che abbia tracciato concretamente e realisticamente il “nuovo modello di sviluppo”. Il massimo dell’elaborazione è la “non crescita” dell’economista francese Serge Latouche. Il “poeta” italiano del “nuovo modello di sviluppo” è stato il comunista Pietro Ingrao. Il suo libro di memorie è tutto un programma: “Volevo la luna”.

A fianco di Ingrao c’era una signora-bene milanese, Rossana Rossanda, sposata con il figlio di Antonio Banfi, che abitava in via Bigli, a fianco di via Monte Napoleone a Milano. Ingrao aveva a quei tempi un sopranome “il Mao della Ciociaria”. La Rossanda fu redarguita con pesantezza inusitata da Mario Alicata in un congresso del Pci milanese. Ma il “nuovo modello di sviluppo” fu fagocitato e agitato dal nuovo ribellismo sessantottardo. E ora è riprodotto dai “guru” della Fiom e da un fronte trasversale che va dai “bancari pensionati”, ai “nuovi giustizialisti”, ex lefreviani come Marco Travaglio, a qualche pm di assalto e ai nipotini della cultura azionista e catto-comunista.

Il problema attuale è che, nella sinistra non ci sono più gli anticorpi, gli uomini che sapevano contrastare nel partito gli ideologi dell’inconsistenza. Il fronte trasversale dell’antistoricismo è stato contro il Mec, contro il Sistema monetario europeo. Più specificamente contro le autostrade, in primis l’Autosole, contro la motorizzazione privata, poi contro il pluralismo delle antenne televisive, contro la televisione commerciale e la pubblicità nei film televisivi. Con l’appoggio di La Malfa e di una parte della Dc, si opposero per anni all’introduzione della televisione a colori, considerato un eccesso di consumismo, stroncando in questo modo una industria televisiva italiana.

 

 

Il freno ai consumi, che negli altri Paesi occidentali veniva considerato un momentaneo inconveniente, imposto dalle difficoltà congiunturali, in Italia veniva invece teorizzato come una esigenza definitiva e universale, anzi, come un valore. Non parliamo poi dell’opposizione all’energia nucleare che vedeva gli alternativi sulla stessa linea dei petrolieri, supportati da casalinghe spaventate. Come se una centrale francese in difficoltà non potesse sparare “fumi letali” fino a Pantelleria. Gli anticorpi c’erano, però, e furono utili, perché, alla fine, l’Itala è ugualmente decollata economicamente.

In una discussione animata degli anni Cinquanta, sul concetto di domanda aggregata e sulla funzione della Cassa del Mezzogiorno, l’eretico comunista e riformista, Giuseppe Di Vittorio, convinse alla fine l’eretico comunista e riformista Giorgio Amendola, a far prima affluire i soldi nel Sud e poi a discutere di che cosa si dovesse fare. In altro campo, il socialista ed economista Francesco Forte è ancora oggi sfinito dai tentativi di far comprendere all’ex psiuppino Giuliano Amato, che l’Alta velocità, alla fine, non è affatto un costo.

Ma non c’è verso di fare comprendere che un’opera come il Ponte sullo Stretto, creerebbe non solo una infrastruttura necessaria, tecnologicamente avanzata, capace di attirare capitali in un comprensorio dove due città si potrebbero addirittura fondere in un’ area metropolitana (Messina e Reggio Calabria) di grande sviluppo economico. Lì c’è una “loggia trasversale” di “traghettatori senza futuro” e di “prelati illuminati” che parlano di un “potenziale turbamento sociale”. Ma tutto l’alternativismo poliedrico di comunisti di sinistra, catto-comunisti, radical-ecologisti, sindacalisti “fiommisti” alla Cremaschi e alla Landini hanno trovato un insperabile piedestallo ideologico nel famoso discorso di Enrico Berlinguer del gennaio 1977 al Teatro Eliseo di Roma.

 

 

Ispirato come Khomeini, il segretario comunista invocò l’avvento di una “moralità nuova”: “Un moto profondo e irreversibile operando nel vivo del sistema di sviluppo capitalistico, ne fa esplodere le contraddizioni determinando in singoli Paesi condizioni di gravità mai raggiunte. Per i Paesi economicamente più deboli (è il caso dell’Italia) la crisi diventa ormai solo un più o meno rotolare verso il precipizio. Siamo in uno di quei momenti nei quali, come afferma “Il Manifesto dei Comunisti”, per alcuni Paesi (e in ogni caso sicuramente per il nostro) o si avvia una trasformazione rivoluzionaria di tutta la società, o si va incontro alla rovina comune delle classi in lotta. Avanzano in realtà processi di degradazione e di decadenza che da un lato rendono sempre più insopportabili le condizioni di larghe masse, dall’altro minacciano le basi non solo dell’economia, ma della nostra stessa civiltà e del suo sviluppo.

L’austerità è il mezzo per contrastare alla radice e per porre le basi del superamento di un sistema che è entrato in una crisi strutturale. Nelle condizioni odierne, è impensabile impostare una lotta reale ed efficace per una società superiore senza muovere dalla prima, imprescindibile necessità dell’austerità. Lo scopo dell’austerità è, in primo luogo, quello di instaurare una moralità nuova”. Chissà perché questo bislacco programma economico e questa visione di “uomo nuovo”, che fa venire i brividi a qualsiasi riformista vero e a qualsiasi democratico, viene sempre dimenticato. Così come viene sempre dimenticato l’attacco ampio, duro, personale di Berlinguer contro Giorgio Amendola nel comitato centrale del Pci nel novembre del 1979. Amendola è solo, ammalato, contro un’assemblea sorda e conformista, ad attaccare la linea della violenza e del massimalismo sindacale.

L’”austero” e “morale” Berlinguer affonda i colpi contro un riformista solitario in un “partito di ciechi”, che difende la sua “scelta di vita”, nel Pci e nella sinistra da cinquant’anni.

La sinistra alternativa e trasversale dei “No Tav” della Val di Susa riprende quella storia antiriformista, che va da Ingrao fino all’ultimo Berlinguer e passa attraverso tutto il catto-comunismo italiano, l’azionismo inconsistente e supponente, il nuovo ecologismo e il nuovo ribellismo. Sono giovani-vecchietti che erigono un’ultima barricata di irrazionalità e di violenza. Nessuno ha dei dubbi. Hanno dei disagi gli abitanti della Val di Susa con la costruzione della Tav? Senza dubbio. Ma forse nella verde Brianza, dove ci sono distretti di eccellenza industriale, gli abitanti di alcuni paesi attraversati da treni, che lambiscono le camere da letto delle loro non hanno mai avuto questi disagi? Oggi devono autoflagellarsi perché sono diventati tra i più bravi imprenditori del mondo?

 

 

 

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