IL CASO/ Un padre non è mai padrone di suo figlio. Neanche a Disney World

- Luigi Ballerini

Orlando (Usa), Disney World. Un padre che dà un calcio nel sedere al figlio. L’inizio di una odissea giudiziaria. Per noi, l’occasione di una domanda: cos’è la punizione? LUIGI BALLERINI

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A seconda di come ci viene raccontata una storia tendiamo a prendere posizione. Pensiamo a un film di guerra: ciò che ci fa stare da una parte o dall’altra non è altro che il punto di vista del narratore, chi ci presenta la sua realtà. Succedeva così anche con indiani e cowboys.

Così se leggiamo che un uomo ha preso selvaggiamente a calci in faccia un bambino, suo figlio, facendolo sanguinare ci inorridiamo e gli diamo del delinquente, se invece ascoltiamo il suo racconto in cui l’aver dato un calcio nel sedere al figlio l’ha trasformato in un criminale maltrattato e vessato, immediatamente ribaltiamo il nostro parere. 

Titola così La Stampa un suo articolo: “Per un calcio al sedere sono diventato il mostro di Epcot”.

Ecco la vicenda, in breve, come viene riportata dal protagonista nel pezzo: un padre sta camminando nel parco divertimenti di Disney World ad Orlando, Usa, coi suoi due figli, quando il maggiore, ma pur sempre di nove anni, per errore fa cadere il fratellino di tre, da poco operato agli occhi per un glaucoma congenito. Il papà arrabbiandosi dà un calcio nel sedere del grande “rimproverandolo anche molto” e si china a vedere il piccolo insanguinato in faccia. Un turista prontamente si avvicina, lo rimprovera e fa partire un’odissea che vede il padre italico alle prese con sceriffi che ammanettano, maltrattamenti della moglie, sei ore di sosta chiuso in una macchina della polizia sotto il sole, prigione per una notte e fra breve un processo negli States.

Non si tratta qui di dare torto o ragione a questo padre, non ci sono motivi fondati né per dubitare né per credere alla sua versione. Resta che il trattamento che gli hanno riservato, almeno per come è stato riferito, appare davvero disumano e clamoroso e un po’ ci farebbe sbilanciare a prendere le sue difese.

Interessa piuttosto la questione che l’articolo, e quindi la vicenda in sé, pone. Perché se in storie come questa c’è da fare il tifo per qualcuno, ossia se c’è da stare da una parte, probabilmente è solo da quella dei bambini.

Nell’intervista risalta un virgolettato che recita: “fatti i fatti tuoi che questo è figlio mio”, indirizzato al primo turista che è intervenuto. Credo che qui si giochi la partita. 

Da una parte non possiamo che denunciare l’invasività di un sistema di polizia e ordine che tratta allo stesso modo uno stupratore, un assassino, un ladro e un padre che dà un calcio, speriamo occasionale, al figlio in un momento in cui perde la pazienza o si spaventa. Tuttavia dobbiamo stare anche attenti a quel: “è figlio mio”, per non cadere nella possibile tremenda continuazione “e ci faccio quello che voglio”. Sarebbe affermare che la paternità diventa di per sé una condizione ingiudicabile. 

Come se il fatto di essere genitori automaticamente, meccanicamente coincida con l’amore per i propri figli. Nient’affatto. Esistono anche padri − in cattiva compagnia con alcune madri che non sono da meno − che odiano i propri figli, che sono sadici con loro, che tra l’altro possono essere capaci di camuffare il sadismo con un afflato educativo, dai tratti anche mielosi.

Se da una parte allora dobbiamo evitare quegli estremismi che rendono la giustizia invadente e intrusiva fino a livelli preoccupanti per le conseguenze sociali e personali che possono arrecare, dall’altra sarebbe un grave errore considerare le questioni fra genitori e figli come extraterritoriali, in quanto anch’esse, per loro fortuna, si attuano in un campo normato. Il diritto è un aiuto per l’uomo, interviene in difesa del soggetto, ne prende le sue parti quando ve n’è bisogno, a qualsiasi età. Semmai si tratta di distinguere quando, in che circostanze, per quale frequenza e intensità di atti debba scattare il bisogno di aiuto e la necessità di una difesa d’ufficio.

Che educazione non coincida con botte è però fuori discussione. Basterebbe il fatto che i grandi, normalmente, non regolano le loro questioni mettendosi le mani addosso. Parlano, discutono, litigano, piuttosto si rivolgono a un giudice. Perché mai, allora, dovremmo usarlo come metodo con un piccolo? 

Perché è indifeso e incapace di reagire? Sarebbe solo un caso di supremazia muscolare. 

Perché impari davvero cos’è l’autorità? Chiediamoci che idea abbiamo di autorità, nel caso. Perché non è in grado di capire altre modalità? Allora vuol dire che proprio non lo abbiamo mai visto in azione.

Non facciamo una tragedia se, spazientiti, in qualche rara occasione scappa uno scappellotto; segnalerà a noi, al bimbo e a chi ci guarda che non siamo stati capaci di risolvere la situazione in altro modo e l’abbiamo chiusa così, senza una reale soluzione. Si troverà certo il modo di recuperare e rilanciare il rapporto con forme più soddisfacenti per tutti. Nessuna criminalizzazione, quindi, di genitori occasionalmente in difficoltà nel sapersi regolare con un minore. Basta che non spacciamo per atto educativo ciò che in realtà è per lo più dettato dal perdere la pazienza e il controllo.

Non esimiamoci dal cercare in ogni circostanza una modalità di intervento non solo più rispettosa, ma più corrispondente alla natura del bambino che mai si aspetta da noi male e dolore, piuttosto sostegno e incoraggiamento. Anche correzione quando serve, ma sempre senza umiliazione. 

 

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