ATTENTATO BRINDISI/ Meluzzi: i genitori di Melissa possono rinascere solo in una testimonianza

- int. Alessandro Meluzzi

Ha avuto inizio ieri il processo per l’omicidio della studentessa 16enne Melissa Bassi, uccisa nell’attentato contro la scuola Morvillo-Falcone di Brindisi. Il commento di ALESSANDRO MELUZZI

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La madre di Melissa Bassi

Ha avuto inizio ieri il processo per l’omicidio della studentessa 16enne Melissa Bassi, uccisa nell’attentato contro la scuola “Morvillo-Falcone” di Brindisi il 19 maggio 2012. Una vicenda che, oltre che avere lasciato una ragazzina senza vita e altri nove suoi compagni feriti, ha anche inferto lesioni ben più profonde nei genitori di Melissa. Ilsussidiario.net ha intervistato Alessandro Meluzzi, psichiatra e scrittore.

Come si può guarire dalle ferite morali inferte dalla scomparsa di Melissa nei suoi genitori e nei suoi amici?

Gli amici hanno sperimentato un’esperienza traumatica che si inserisce in una storia, ma che può essere rielaborata con il tempo. Per i genitori è molto diverso, perché la perdita di una figlia è una dimensione che lascia sempre una ferita insanabile. Nella scala degli stress esistenziali, la morte dei figli occupa il primo posto, perché sovverte un ordine costituito che sta nella realtà delle cose. Uno si attende di morire prima dei suoi figli, e non di vederli morire.

Quali effetti produce questo sovvertimento?

Coloro che hanno perso i figli, e in particolare coloro che li hanno persi in modo improvviso e traumatico, rimangono con un senso di lutto interminabile. Quest’ultimo spesso è riempito da pratiche ambigue, come la ricerca di contatto con il mondo dei morti o l’evocazione dei loro spiriti, come se si cercasse di riprendere il filo di un dialogo che la vita ha tragicamente interrotto.

Quali alternative alla disperazione può avere un genitore che ha perso un figlio?

La prima alternativa è la fede, cioè il fatto di pensare che non siamo immersi nel nulla ma nell’eternità, non nel caos e nel caso, ma in un immenso anche se spesso incomprensibile mistero d’amore. Ma la fede, come ben si sa, è un dono legato alla grazia, che non è di tutti e non è sempre con la stessa temperatura. Oltre alla fede, può aiutare a dare una risposta anche una dimensione di comunità, di relazione, di rapporti.

In che modo?

Attraverso il fatto di non rimanere da soli e di riuscire a godere anche della solidarietà e della vicinanza degli altri, di non isolarsi e soprattutto di dare anche a una tragedia la dimensione di un’esperienza e di una testimonianza. E’ molto utile per esempio trasformare una tragedia personale in una testimonianza valoriale, per la difesa della vita, contro la violenza e la sopraffazione, perché in questo modo è possibile trovare una dimensione di consolazione. Nel caso dei genitori è di aiuto anche il fatto di riuscire a sostenersi l’un l’altro, facendo diventare questa esperienza non un elemento che distrugge l’amore coniugale, ma che lo rafforza.

Lei ha parlato di testimonianza, ma una tragedia come quella dei genitori di Melissa Bassi non è una dimensione privata?

Meno le tragedie sono private e più, diventando collettive, corali, comunitarie e relazionali, acquisiscono un senso e un significato anche simbolico. La nostra conoscenza del mondo non è puramente oggettuale, ma è simbolica e cerca sempre il senso delle cose che ci accadono. E’ un senso che non può venire solamente dall’uomo, ma che per i credenti può venire dall’orizzonte di Dio, mentre in generale per tutti gli uomini ha bisogno di una dimensione che non faccia essere le cose esclusivamente un’oggettivazione, ma che faccia di esse un’esperienza, possibilmente volta al bene anche quando è passata attraverso il male e la tragedia. Il modello che i cristiani hanno di come il male possa trasformarsi in bene, anzi nel Bene assoluto, è la Croce. Assumere la propria croce e testimoniarlo è quindi un modo per dare un senso alla propria vita.

 

Come si può spiegare invece una figura quale quella dell’omicida reo confesso, Giovanni Vantaggiato?

 

C’è un’espressione che lo riassume, quella di Hannah Arendt sulla banalità del male. Chi ha conosciuto i persecutori nazisti nei campi di concentramento non ne parla come di tragiche figure eroiche, ma spesso come di uomini piccoli piccoli. I mali più terribili spesso sono fatti da uomini di singolare mediocrità, ed è proprio la collisione simbolica tra questa mediocrità e l’orrore delle ferite inferte, che dà un senso di sconcerto. Questo dovrebbe ricordarci che il male non ha mai nulla di grande, anche quando i suoi esiti possono essere terrificanti e terribili, ma è spesso soltanto l’espressione stessa di un appiattimento, di un azzeramento della società.

 

(Pietro Vernizzi)





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