STORIE DI COLLETTA/ Dal nord al sud, la sfiducia lascia il posto alla speranza

- Piergiorgio Greco

Come un risveglio collettivo, la speranza fa capolino in un momento difficile come quello attuale. La Giornata nazionale della Colletta Alimentare vista da alcuni protagonisti

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Foto: InfoPhoto

Come un risveglio collettivo, come un raggio di sole che squarcia il buio, come la speranza che fa capolino in un momento difficile come quello attuale. Come una vita che irrompe. È stata tutto questo, e molto di più, la Giornata nazionale della Colletta Alimentare, festeggiata ieri da Vigevano a Palermo, da Cagliari a Bari, passando per le valli bergamasche e l’Appennino calabrese. Festeggiata, sì, perché di un evento gioioso si tratta: i volti di studenti, anziani, volontari, alpini, sacerdoti, madri, padri e figli, manager e disoccupati, ancora una volta ieri hanno testimoniato che con il più semplice gesto di carità – condividere il pane con chi non ne ha – fa irruzione nella storia la letizia. 

Proprio quest’impeto gioioso è rimasto impresso negli occhi e nella voce di Giulio Maria Villani, direttore dell’Ipercoop di Vigevano, che racconta: “Mi ha molto colpito l’invasione di queste ragazzine frizzanti ed entusiaste, che hanno incontrato instancabilmente tutti i clienti per proporre la spesa solidale. E subito anche noi del punto vendita ci siamo dati da fare per favorire al meglio un’organizzazione logistica, peraltro già molto precisa. È molto confortante vedere giovani così, in un periodo in cui si è portati a ridurli solamente a storiacce di baby prostitute o a sfaccendati. E invece, hanno scelto di “perdere” una giornata per una grande iniziativa di solidarietà, quando potevano scegliere di andare a divertirsi chissà dove”. Con una conseguenza non secondaria: “Hanno portato una gioia grande in tutto il centro commerciale, dove di norma siamo abituati a vedere visi tristi e sconfortati di tanti clienti: i ragazzi della Colletta, hanno proprio ridato vita a tutti!”. E anche i dipendenti del supermercato si sono uniti a questa festa: “Sì, ho dato indicazione a tutti i dipendenti di partecipare almeno con cinque euro alla Colletta, e la risposta è stata ottima. Poteva essere diversamente?”.

L’italiano di Mustafà, invece, è stentato, e parla di una vita fatta di calzini venduti in mezzo alla strada, tra freddo e disprezzo. È appena rientrato a Pontedera, dopo una giornata trascorsa a Firenze. Una giornata apparentemente uguale alle altre – Mustafà si reca ogni giorno nel capoluogo toscano per “lavorare” – ma in realtà completamente differente: per il terzo anno consecutivo, infatti, era tra i volontari della Colletta Alimentare. “La prima volta – ci tiene a rimarcare – mi ha invitato Paola (una volontaria di Firenze, ndr) e ho accettato subito, pur dovendo rinunciare ad una giornata di lavoro”. Che vuol dire rinunciare a vendere calzini e accendini, l’unico sostentamento. Perché, Mustafà? “Perché io sono povero, e so cosa si prova a vivere in questa condizione. Per cui, tutto ciò che viene fatto per alleviare la povertà merita di essere fatto. Per questo io faccio la Colletta da tre anni”. 

Ma c’è di più: “Mi rende molto felice fare questo, mi rende molto felice” ripete in continuazione, quasi con la voce rotta dall’emozione “e vi ringrazio per quello che fate”. Talmente contento, questo senegalese di 34 anni, che ha coinvolto in questa giornata un suo amico: “Ieri sera (venerdì ndr) ho proposto al mio amico Mudu, anch’egli del Senegal, di venire con me a Firenze, non per lavorare ma per fare la Colletta insieme a me: ha accettato, e anche lui è rimasto contentissimo”.

Scendendo dalla Toscana al Lazio, la musica non cambia. La sfiducia lascia il posto alla speranza, la ricchezza della gratuità ha la meglio sullo sconforto. Quando due anni fa l’azienda in cui lavorava è fallita, per Stefano Tofani è iniziato un periodo durissimo: a 53 anni, trovare un nuovo lavoro si è rivelata impresa al limite dell’impossibile. “Niente da fare: da allora non riesco a trovare niente di concreto”. Ma ieri, tra i quattrocentosessanta volontari di Aprilia, in provincia di Latina, lui è stato tra i più certi: “Questo gesto lo faccio da ben quattordici anni, ma non lo salterei per nulla al mondo, perché provando a dare una risposta al bisogno di tante persone che poi, a ben vedere, stanno davvero male − io tutto sommato me la cavo − mi rende davvero lieto. In realtà, prima che farlo per gli altri, lo faccio per me, per la mia pienezza. E ogni anno non rimango deluso”. E ora che il lavoro non c’è? “Vede, come diceva Einstein, il problema di una crisi economica è soprattutto la crisi delle persone. Oggi i disoccupati sono talmente sfiduciati da non cercare più lavoro. Io, invece, questa mattina, come le mattine degli ultimi due mesi di preparazione della Colletta, ho trovato una grande ragione per alzarmi dal letto, mettermi in moto, tornare a sperare. Così, insieme ai miei tre amici con cui partecipo al gesto, ho la possibilità di non ripiegarmi su me stesso: tutto diventa più bello, più facile, e ci sente accolti, utili, ben voluti”. Insomma, come diceva qualcuno, “Comunque andrà, sarà un successo”. “Per me − conclude − è un successo in partenza, scegliere di darsi per gli altri, significa scoprire se stessi”. In bocca al lupo, Stefano. “Crepi, e grazie”.

Nel quartiere Borgo Vittoria, a Torino, la Colletta Alimentare quest’anno tra i volontari ha avuto un amico in più: Hadi Abner Alì, un marocchino che vive aiutando i clienti di un supermercato a spostare carrelli, o i dipendenti in piccoli lavoretti. È una persona colta, Hadi, che ha girato il mondo, e parla tre lingue: ma la sorte gli è stata avversa, al punto che anche la moglie lo ha lasciato perché, come dice la legge coranica, il marito deve mantenere la famiglia. E lui, di lavori concreti, non ne ha avuti, in dieci anni di presenza nel nostro Paese. 

“L’ho conosciuto nel corso di un’altra raccolta − racconta Massimo Carraro, volontario di Torino − dove si è coinvolto con entusiasmo. Mi aveva colpito, in particolare, il suo modo umile di lavorare. Al termine di quella giornata, gli ho detto: siamo amici, quindi fai la spesa e compra non ciò di cui hai bisogno, ma ciò che desideri. E così è stato. Poi l’ho anche riaccompagnato a casa, e mi ha chiesto se, visto che eravamo amici, gli pagavo le sigarette, cosa che ovviamente ho fatto senza esitazione. Alla fine, ci siamo scambiati i numeri di telefono. Poi, però, non ci siamo sentiti per un po’, fino a quando, qualche giorno fa, mi ha mandato un sms: “Sono il ragazzo del Penny Market, vorrei partecipare alla Colletta” mi ha detto definendosi “ragazzo”, nonostante la sua età. In breve: quello che sembrava un incontro casuale, quasi destinato a finire, è diventata una bellissima condivisione. Oggi, così, abbiamo avuto un amico in più che ha partecipato alla Colletta, coccolato anche dagli altri miei amici volontari, e rimasto ancora più contento per un gesto cui ha chiesto di poter partecipare. Talmente contento che mi ha confessato di non aver fumato per tutta la mattinata per rispetto della Colletta, lui che è un fumatore incallito!”. Massimo, infine, aggiunge un particolare: “Hadi mi ha spiegato che quell’Abner, nel nome, sta a significare ‘Figlio di Dio'”. Insomma, Hadi è felice e accolto, proprio come un figlio di Dio. È questo il volto profondo − e coinvolgente − di una giornata unica come la Colletta Alimentare.

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