ETEROLOGA/ Roccella: il decreto Lorenzin fa fuori i “supermarket” della vita

- int. Eugenia Roccella

EUGENIA ROCCELLA in questa intervista chiarisce il vero contenuto del decreto Lorenzin sulla fecondazione eterologa. Ecco che cosa ha detto e i punti sollevati

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“Al ministro Lorenzin bisogna essere grati per aver fortemente voluto un decreto legge sull’eterologa, altro che contestarla per questo”. Lo dice Eugenia Roccella parlando con il sussidiario.net, lasciando sottintendere l’esigenza di un “fuoco amico” sulla questione. Questo perché, spiega ancora, il decreto legge permette di evitare quella che sarebbe stata l’unica alternativa, cioè semplici linee guida sul tema che avrebbero creato situazioni dannosissime. “Senza contare che dobbiamo solo sperare che questo decreto passi” insiste “visto che in Italia abbiamo una maggioranza di sinistra, un governo di sinistra e un presidente della Repubblica di sinistra, lo stesso presidente che aveva firmato il decreto Englaro”. I punti decisivi del decreto sono dunque molti, ma Eugenia Roccella ne individua tre che ne fanno garanzia di affidabilità su un tema, ricorda, che ci è stato imposto da una sentenza della Cassazione e che dunque si è obbligati a recepire: “Garanzie sanitarie, garanzie di rintracciabilità che sono fondamentali anche per la salute del nato di cui ci si dimentica molto spesso quando si parla di eterologa, e la gratuità totale della fecondazione”.

Ci aiuta a capire che peso e che significato reale ha la decisione di istituire un fondo sanitario nazionale per permettere la procreazione assistita eterologa? Vuol dire che paghiamo noi cittadini, anche chi non è d’accordo?

Innanzitutto chiariamo che il decreto su questo aspetto è obbligato a recepire la sentenza della Consulta, la quale ha posto nel divieto di discriminazione un punto fondante.

Ce lo ricordi.

Semplicemente la sentenza ha chiesto di evitare una discriminazione economica basata sulla possibilità di ricorrere a strutture private, quindi non alla portata di tutti. La sentenza obbliga invece lo Stato a rendere funzionanti centri pubblici per la fecondazione.

Il che comunque significa che la eterologa peserà sulle tasche anche di chi non la accetta.

Sì, però non è altrettanto giusto in questo tipo di situazioni lasciare tutto in mano ai privati.

In che senso?

Pensiamo all’aborto. La legge spagnola prima della modifica di Zapatero era molto più restrittiva della nostra ma gli aborti erano il doppio perché le donne andavano a farli nelle strutture private. E’ evidente che lasciare tutto ai privati implica che si lascia tutto al mercato. L’intervento del pubblico serve a fare da calmiere a situazioni di puro mercato oltre al fatto che questa scelta come dicevo è obbligata dalla sentenza in atto anche se la pensiamo diversamente sull’argomento.

Però dovremo pagare le fecondazioni?

Questo va chiarito. La fecondazione eterologa anche se eseguita in strutture pubbliche non è assolutamente gratuita, come dice il decreto preparato dal ministro. Anzi. Il fondo di cui stiamo parlando serve soltanto ad attivare tutti quei centri nelle regioni e nelle realtà locali che oggi non esistono.

Dunque si pagherà?

Il finanziamento che dà il ministro ai centri pubblici non è un finanziamento che viene dato per rendere gratuita l’eterologa ma per mettere questi centri pubblici in condizione di lavorare. Poi saranno le regioni a fare i ticket, non è il ministero a stabilirli. Il ministro vuole dare dei soldi per avviare i centri pubblici, per permettere il modo di trattare i gameti donati come avviene con le sacche di sangue, tutte cose che hanno un costo basico di partenza.

 

Mentre invece il cittadino pagherà per poter fare la fecondazione, è così?

 

Esatto, non è un finanziamento all’eterologa. D’altra parte il sistema sanitario così malmesso rende inevitabile ci sia un ticket notevole, nel Lazio ad esempio mi sembra che si pagheranno 2mila euro.

 

Chiarito questo, parliamo di un numero massimo dei nati da uno stesso donatore.

 

Anche qui c’è dietro un criterio ben preciso. Il criterio è che ci sia una legge e che non ci sia la deregulation, le cosiddette linee guida dove tutto è affidato ai centri privati. L’alternativa alla legge voleva dire fare semplici linee guida il che significa lasciare tutto al mercato privato. Tutte le regole venivano decise tra il centro e la coppia attraverso un contratto privato quindi non c’erano regole a livello nazionale.

 

Invece così?

 

Invece così abbiamo l’istituzione del concetto di gratuità.

 

Il che significa esattamente cosa?

 

E’ un punto fondamentale del decreto voluto dal ministro. Che ci sia cioè una autentica gratuità del donatore e non una gratuità mascherata come avviene in altri paesi dove sono previsti rimborsi spesso e volentieri gonfiati che diventano un autentico pagamento, permettono una vera e propria fonte di guadagno. Il ministro chiede ci sia una gratuità vera e controllata e controllabile esattamente come con altre forme di donazione esempio quella del sangue.

 

il decreto prevede anche che non sarà impossibile importare gameti da centri e banche di tipo profit, giusto?

 

Esattamente, e anche questo è assai importante, anzi decisivo nell’evitare la commercializzazione della donazione.

 

Ci spieghi meglio.

 

I centri privati stranieri possono aggirare le regole italiane, ma se si importa solo da centri non profit è una garanzia. 

 

Altri punti secondo lei fondanti questo decreto, oltre a questi?

 

La tracciabilità, anche questa una enorme garanzia sanitaria. Abbiamo visto quello che è successo in Danimarca. Il decreto Lorenzin prevede un limite di dieci donazioni mentre in Danimarca il limite era 25 ma attraverso l’export questo donatore portatore di una malattia genetica gravissima ha fatto cento figli. Non sappiamo neppure quante donazioni visto che un figlio non è una donazione. Il decreto sottolinea come si possa sempre risalire dal nato al donatore, per questo si fa il registro dei donatori.

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