IL CASO/ Diesel e smog, una storia di “buro-follia” su un tubo

- Sergio Luciano

SERGIO LUCIANO ci presenta una storia italiana di ordinaria buro-follia, che parla di filtri antiparticolato per i motori diesel e rivoluzionarie ma dubbie invenzioni

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Immagini di repertorio (Lapresse)

È una storia di ordinaria buro-follia, parla di filtri antiparticolato e rivoluzionarie ma dubbie invenzioni, che sta stressando tre funzionari pubblici innocenti fino a prova contraria, ma inquisiti per omissione d’atti d’uffici e che è stata rappresentata – da Report e dal Fatto, tandem affiatato del giornalismo di denuncia, spesso meritevole ma stavolta forse no – come il frutto avvelenato di un complotto di multinazionali anti-innovazioni, prime fra tutte l’Iveco e la Pirelli. Tra pochi giorni, il 15 luglio, ci sarà un’udienza al Tar di Roma, mentre in Procura, a Roma, dove inutilmente un pubblico ministero aveva chiesto l’archiviazione al Gip, un magistrato convinto – per una concomitanza di conoscenze e competenze personali – di essere molto esperto in materia ha ordinato un supplemento d’istruttoria. 

La storia – che si è meritata in tv il titolo incoraggiante “C’è chi dice no”, tutto a favore della denunciante, Anna Dukic – sarebbe degna, più che altro, di tre colonne in cronaca se non fosse che s’innesta sullo scandalo mondiale del diesel-gate, da cui nascono tante domande sull’utilità dei filtri antiparticolato – cui aggiunge il pepe dell’intrigo. Ma andiamo con ordine.

Tutto nasce dalla determinazione di un’imprenditrice, appunto Anna Dukic, convinta di avere in mano un’invenzione straordinaria, firmata dall’inventore Michele Campostrini, e decisa a farne omologare la principale applicazione: appunto un filtro antiparticolato, da applicare “aftermarket”, cioè in officina, sulle auto diesel da euro 3 in poi, ottenendo risultati pari o migliori a quelli dei filtri classici, con prezzi competitivi. In sostanza, un retrofit costituito da un tubo con all’interno un solenoide. Particolare importante: il filtro, brevettato nel 2005, si basa su un principio elettromagnetico (funziona infatti a corrente) diversissimo da quello dei classici “Fap”. Secondo la tesi dell’inventore, un fenomeno elettromagnetico consentirebbe al tubo “Dukic Day Dream” – un sogno nel nome! – di abbattere le emissioni decomponendo le particelle nocive, anziché bloccandole… Affascinante.

Sta di fatto che nel 2008 il Cpa (Centro prove autoveicoli) della Motorizzazione Civile di Bari prova il Tubo e invia alla competente divisione del Ministero un verbale in cui dice: questo Tubo secondo noi funziona. L’allora direttore della Divisione del Ministero però dice di no: rileva che le prove effettuate a Bari non sono corrette, innanzitutto perché ne è stata effettuata solo una a fronte delle tre previste dalla normativa; poi che il veicolo utilizzato per la prova non era idoneo, per le caratteristiche tecniche del suo motore; e ancora altri rilievi sulla procedura seguita per il test: insomma, i criteri di omologazione utilizzati a Bari non sarebbero stati corretti.

Ma cos’era successo, a Bari? Interessante, per quanto complesso, ricostruirlo. L’autoveicolo presentato per il test era un “Vito Mercedes Euro 3”. Da omologazione, è un mezzo che deve avere 0,05 grammi di emissione per chilometro. La prova, per avere buon esito, doveva abbattere quest’emissione al gradino superiore, di 0,025 grammi. La normativa in vigore prescrive anche un “range” di emissioni di partenza – cioè prima dell’applicazione del filtro da testare – oltre il quale non si può andare. 

Questo range aveva, come limite minimo, la misura di 0,040 grammi per chilometro. E invece il veicolo da testare, prima del test, già emetteva appena 0,029 grammi. Quindi anche un pessimo retrofit avrebbe facilmente potuto abbatterne le emissioni a 0,024 grammi, bastava filtrare emissioni per 0,005 grammi, anziché il contributo minimo di 0,015 richiesto in condizioni di partenza normali per un Euro 3.

Inquadrata la situazione, il Ministero contesta al Centro Prove di Bari, all’epoca diretto da Francesco Lucafò, l’incongruità dell’omologazione. La risposta è surreale, il funzionario dice che la prova di “durabilità” – verifica dell’efficacia del sistema nel tempo – quel dispositivo non deve superarla, in quanto non trattiene le scorie accumulandole ma le smaterializza e che comunque quel piccolo differenziale di filtraggio è sufficiente. Ciò nonostante, Lucafò rimette la decisione al ministero.

Quando la Dukic, grazie all’accesso agli atti, apprende nel dettaglio quali sono le tesi del Ministero e perché hanno condotto al rigetto dell’omologazione non si dà per vinta e passa al contrattacco. Fa ricorso al Tar, che però per ben due volte, una nel 2009 con l’ordinanza 01784 e la seconda l’anno successivo con l’ordinanza 51100, attesta la correttezza dell’operato dell’Amministrazione rigettando le pretese della ricorrente. Fallita la via della giustizia amministrativa, ricorre alle interpellanze parlamentari (una anche tramite Antonio Di Pietro, ancora politico attivo) e denuncia la cosa all’Antitrust che, dopo approfondita istruttoria, archivia.

È a questo punto – siamo nel 2010 – che la Dukic denuncia il caso anche alla Procura della Repubblica di Roma; ma non contenta, la denuncia anche a Terni. Nella denuncia adombra la tesi del complotto: dice, in sostanza, che il Ministero ha negato l’omologazione al suo Tubo per proteggere da un possibile agguerrito concorrente il regime di monopolio di Iveco e Pirelli nel settore dei filtri: da notare, che Pirelli aveva sviluppato un business molto modesto, nel campo, dal quale è poi uscita. Iveco, invece, non ne ha mai venduto neppure uno…

Nel frattempo, il capo dipartimento del Ministero nomina una commissione d’inchiesta. Il Ministero spedisce due ispettori a Bari: i quali riesaminano tutto e concludono che il Centro Prove aveva sbagliato a dare quel suo parere sul tubo e che le istruzioni ministeriali erano corrette. Ma gli ispettori vanno oltre, segnalando al Ministero che in precedenza il tecnico Lucafò aveva assecondato le indicazioni ricevute dal suo direttore generale territoriale Carmelo Trotta, che aveva una pregressa amichevole conoscenza con la mitica Dukic, e che c’era stato un rapporto precedente a Venezia tra Trotta e la Dukic. Lucafò viene destinato ad altro incarico, resta a Bari il funzionario che aveva verbalizzato la prova, Mastropasqua.

Intanto la Procura di Roma, esaminate le carte, chiede l’archiviazione. La Procura di Terni no. E anzi, nell’agosto del 2011, da Terni un ufficiale di Polizia Giudiziaria arriva al Ministero e sequestra tutto ciò che inerisce alle omologazioni rilasciate da Iveco e Pirelli, pari a 71, nel totale solo un terzo dei dispositivi omologati, ma non quelle rilasciate ad altri costruttori, che assommano invece a ben 320. Insomma, l’impressione di chi assiste al sequestro e ne parla con l’ufficiale è che a Terni gli inquirenti propendano a credere alle buone ragioni della Dukic… Il perito del Tribunale, infatti, Fabio Gallimberti, funzionario della Motorizzazione, diffida delle tesi romane e propende per quelle baresi… Dettaglio curioso: anche Gallimberti – residente in Veneto – aveva lavorato in precedenza con Trotta, l’estimatore del Tubo della Dukic, ma la Procura di Terni lo sceglie comunque come tecnico indipendente per periziare…

L’ombra del maxi-complotto potenziale tra il Ministero e le multinazionali del complotto dei filtri copre il dettaglio che Trotta era talmente amico della Dukic da aver consentito che le pareti del Palazzo della Motorizzazione di Venezia accogliessero alcuni poster pubblicitari del tubo, che nel frattempo veniva e viene venduto regolarmente, come accessorio non omologato, a chi vuole dotarsene…

A un certo punto, il Pm di Roma chiede l’archiviazione dell’accusa di omissione d’atti di ufficio, e osserva che “sfugge il criterio di competenza territoriale della Procura di Terni”. Ma intanto il suo capo, Pignatone, s’interessa al caso e, sulla base di un nuovo perito, Stefano Montanari – farmacista di mestiere, secondo cui i Filtri antiparticolato (Fap) sono pericolosi perché poi non vengono smaltiti bene – scrive una lettera ai ministeri dei Trasporti, della Salute e dell’Ambiente, chiedendo un approfondimento sulla utilità o nocività, appunto, dei filtri antiparticolato classici.

E in questo momento che interviene il Gip di Roma che respinge la richiesta di archiviazione e chiede il supplemento d’indagine. Non considera lo studio dell’Istituto Motori del Cnr, che evidenzia come i Fap oggi in uso costituiscano la miglior tecnologia disponibile per la riduzione delle emissioni di particolato, utilizzata in tutto il mondo; e non considera i precedenti provvedimenti del Tar, al quale peraltro la Dukic – irriducibile – si rivolge ancora nell’ottobre del 2015, reiterando le sue richieste testualmente, senza addurre elementi nuovi rispetto ai ricorsi precedenti bocciati.

L’udienza di discussione sulla richiesta di sospensiva è appunto prevista oggi per il prossimo 15 luglio, salvo ripensamenti o richieste di ulteriori differimenti. L’intera vicenda potrebbe dunque essere vicina a una svolta. Ma sono surreali i tempi e i modi di questo scontro fra titani su un dispositivo che tutto il mondo produce e applica nello stesso modo, visto che le vagheggiate alternative non sono mai riuscite a documentare la propria efficacia.

Discorso a parte per il “Day Dream” che, sul sito, promette molto di più: “A parità di prestazioni rese dal motore un risparmio di carburante (gasolio) variabile da un minimo del 4,5% a un massimo del 10%”. Altro che particolato, se fosse vero ci sarebbe da correre a montarlo. 

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