CANNABIS LEGALE?/ Tutto quello che Cantone dovrebbe sapere prima di farsi uno spinello

- Carlo Bellieni

Cannabis legale? Raffaele Cantone sembra aprire alla legalizzazione della cannabis; in realtà il presidente dell’Anac sembra cercare solo informazioni (per ora). Commento di CARLO BELLIENI

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Raffaele Cantone (Lapresse)

Raffaele Cantone sembra aprire alla legalizzazione della cannabis; in realtà il presidente dell’Anac non invita alla legalizzazione, ma dice: “Mi pongo una domanda, anche se non sono in grado di dare una risposta”. Dunque diamogli una mano a rispondere a questa domanda. 

L’American Academy of Pediatrics si è sempre opposta alla legalizzazione, non ultimo il suo documento ufficiale del 2015, sottolineando in particolare per giovani e giovanissimi i danni al cervello che produce. In un testo appena pubblicato dai Pediatri americani leggiamo: “la legalizzazione ha creato un ambiente culturale in cui la marijuana è vista sempre più come accettabile, sicura e terapeutica”, cosa che smentiscono chiaramente portando dati e numeri inoppugnabili. La rivista Pediatric Neurology, dal suo canto, riporta i dati sui danni cerebrali da cannabis, in particolare a carico della sostanza bianca del cervello, sfatando anche il mito di una “cannabis curativa”, dato che gli impieghi in medicina dimostrati efficaci sono minimi e pochi. 

Anche un interessantissimo studio americano intitolato “Uso della cannabis e rischio di passare ad altre sostanze stupefacenti e di avere disturbi d’ansia”, pubblicato sulla rivista JAMA il 14 marzo risponde in parte alla domanda di Cantone: farsi spinelli porta poi al passaggio a droghe anche peggiori. Lo studio è stato condotto su oltre 34mila persone adulte, con un rischio 6 volte maggiore di passare ad altre droghe tra le persone che usano spinelli rispetto a quelli che non li usano. Non c’è da stupirsi: il sistema nervoso dei ragazzi per sua natura ha scarsa capacità di sentire il rischio e il pericolo e molta più capacità di un adulto di andare a ricercare stimoli gratificatori, sia naturali che chimici; il che significa che una volta aperto il mercato della marijuana, si apre anche la corsa all’acquisto, come hanno dimostrato le liberalizzazioni nello stato di Washington, o il passaggio ad altre droghe.

Dicevamo di un rischio culturale che certo Cantone vorrà evitare: dietro la liberalizzazione della cannabis c’è spesso un modo di pensare del tipo “panem et circenses”, cioè “diamo al popolo di che divertirsi purché lasci in pace chi comanda”. Si dice che la legalizzazione serve per togliere il mercato alla mafia; ma fosse anche questo vero, resta il fatto che è un mercato sporco, di roba che fa male, e che non fa meno male se passa in mano allo Stato. Si dice che se si vende il tabacco tanto vale vendere anche la marijuana; ma fortunatamente dopo anni di lotte i pacchetti di sigarette sono pieni di scritte che il tabacco nuoce alla salute, mentre non ci sembra di sentire da parte dei legalizzatori nessun livello di allarme, nemmeno una parola in realtà, verso la salute di chi potrebbe farsi spinelli su spinelli. 

Si deve dunque rispondere alla domanda di Cantone, ma occorre prima superare due punti. Infatti, se si vuole affrontare un problema, bisogna prima togliere di mezzo gli intralci, come se uno vuole salpare nel mare ma ancora non riesce ad uscire dalla giungla. Quali sono questi due punti? 

Primo punto: lotta alla propaganda delle droghe (dalla marijuana al gioco d’azzardo) con relative sanzioni e programmazione di una campagna per mostrare i danni delle droghe al pubblico. Secondo punto: monitorazione dei provvedimenti e delle strutture che sul territorio nazionale prevengono emarginazione e disagio, con opportuni indicatori di livello ottenuto.

Se non c’è questo passo, è come se la liberalizzazione fosse un fatto dovuto verso qualcosa di bello e buono che dei cattivoni tengono sotto chiave; o come se drogarsi fosse come mangiare un gelato e non fosse espressione di una carenza di qualcosa che per qualcuno è poca roba, ma per altri è un vuoto mortale e pestifero. Quando i due punti saranno stati sviluppati, quando la popolazione saprà davvero cosa fa male e quanto, si sarà andati oltre le belle parole nel campo dell’emarginazione e del disagio giovanile, allora — solo allora — si sarà creato il terreno fertile per rispondere alla domanda di Cantone.

Per ora la risposta a Cantone è no, non possiamo legalizzare dando il messaggio che la droga non fa male, non possiamo legalizzare creando l’alibi allo Stato per disinteressarsi dell’emarginazione. L’unica legalizzazione futura possibile è quella per la cura di chi è dipendente — mentalmente o fisicamente — da cannabis, come aiuto alla disintossicazione o per evitare danni gravi, sotto tutela e sotto osservazione; ma senza il presupposto dei due punti suddetti, non se ne può parlare. 

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