CAOS MIGRANTI/ Tra siciliani incavolati e tedeschi ragionieri, ci sarà posto per il piccolo Cristo?

- Maurizio Vitali

Una nave di Sos Méditerranée ieri è sbarcata a Brindisi con 860 africani recuperati in mare. Tra loro anche il piccolo Cristo, camerunense, partorito in viaggio. MAURIZIO VITALI

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Immagini di repertorio (Foto da Lapresse)

L’altroieri, 14 luglio, festa nazionale francese, e anche ieri, l’Italia è sembrata come la Bastiglia quando brigate di gente d’ogni risma vi penetravano come nel burro. Allons enfants! Qui adesso arrivano via mare, con navi che battono bandiere le più diverse, ed entrano nei porti senza remissione come chi ci passeggiasse ingioiellato sui tacchi a spillo. A Bari approda la Marina di Sua maestà britannica, con la nave Hms Echo che ce ne scarica 648, feriti, donne incinte e minori compresi. Poveri cristi africani sub-sahariani che hanno dato l’anima, i soldi e chissà cos’altro ancora per convergere sulla Libia e strapagare i negrieri dei barconi per arrivare sin qui in cerca di una vita. 

Un po’ più a Sud, Corigliano Calabro, arrivano i tedeschi. Sempre nave della Marina militare, che si chiama Rhein, che sarebbe un fiume ma suona come un comando delle SS, e di sub-sahariani ne rovescia 923. I crucchi sono gente precisa: 595 uomini, 121 donne delle quali 14 incinte e 203 minori, è specificato nel rapporto, non si sa quanti accompagnati e quanti no. Londra o Berlino, sempre un cospicuo numero di donne incinte, va a sapere se per amore nonostante tutti i guai passati presenti e imminenti o per chissà che cos’altro. Ma è pur sempre vita che continua. Bellezza e, forse, speranza del generare.

Sulle banchine c’erano tutti, dal commissario al sacrestano, come sul marciapiedi della stazione da cui partiva la Bocca di rosa di De André, forze dell’ordine, Asl, Ussl, Arpa, protezione civile, Ong, chissà se con gli occhi rossi e il cappello in mano. Che se non ci fossero bisognerebbe inventarli, perché qui ci sono due cose che forse solo in Italia possono convivere: quelli che ti vengono dentro come nel burro, senza una vera politica (per ora) in grado di governare ragionevolmente il fenomeno, e quelli che gli tocca farsi in quattro per evitare il peggio, cioè per mettere una pezza alla politica assente e metterci l’anima per curare degli uomini bisognosi.

Occhio alle cifre. Quando fu chiusa, pagando, la rotta balcanica, l’Italia fece spallucce. Gestì male, parrebbe ormai evidente, la cosa e in cambio di 655 milioni dell’Ue si prese il coordinamento di tutto dal centro di Roma. Le cose andrebbero guardate di fino, e qui non c’è lo spazio. Resta che tutto il flusso viene dalla Libia, interessa il canale di Sicilia essendo la via più breve agli approdi, e chiunque vi passeggi col suo naviglio, marine militare o Ong che siano, salva i profughi e ce li rifila. Chi scrive è assolutamente favorevole all’accoglienza dei profughi. Nel limite del possibile. Senza accettazione del limite la politica è sbagliata o demagogica; e comunque la gente che si vorrebbe aiutare, così non la si aiuta.

Nessuno può augurarsi di essere nei panni del ministro Minniti, chiamato a una “mission impossible”. Che è quella di trattare con la Libia (lui sostanzialmente da solo) mentre l’Europa raccomanda, esorta e offre indirizzi non vincolanti ai paesi membri, tipo: mi raccomando, contribuite per quanto dovuto al fondo “aiutiamoli a casa loro” (aiuto all’Africa sub-sahariana: sarebbero 2,8 miliardi di euro, i membri hanno scucito solo 378 milioni, il 13 per cento). Deve trattare con la Libia… che non c’è più, perché al Serraj — l’uomo riconosciuto dall’Onu e dalla Ue — comanda, sì e no, alcuni quartieri di Tripoli; a Tobruk c’è il generale Haftar che non è riconosciuto ma comanda un bel pezzo di Libia, molto più grande. E poi tutti gli altri capi fazione e capi tribù che spezzettano il territorio come un bottino di guerra.

Chi passeggia alla grande, ormai è chiaro, sulle inchieste di diverse Procure sono certe Ong: divenute, alcune, un radio-taxi a chiamata dei barconari dalle acque libiche alle nostre, un Huber dei nuovi negrieri. Sono non italiane e agiscono come se fossero sussidiarie del governo di Roma. Non va bene. Non hanno un mandato italiano, non lavorano neanche in outsourcing. E comunque basta confondere l’outsourcing ben pagato con la sussidiarietà; e questa con il volontariato; e il volontariato (stipendiato) con solidarietà o addirittura carità. Qui sarebbe meno impossibile cambiare rotta.

Poi c’è l’Italia brancaleonica che non si smentisce mai. Ieri il prefetto di Messina ha mandato 50 profughi in un ex-hotel, Il Canguro, che — attenzione — è nel territorio di  Sinagra, provincia di Messina, ma molto vicino al comune di Castell’Umberto, il cui sindaco ha deciso di sbarrare l’ingresso dell’ex hotel con la propria fascia tricolore e la propria auto privata, sbagliando territorio di competenza, e trascinandosi poi un gruppo di castellumbertesi incavolati come dei Salvini ad assediare la struttura ex-alberghiera (della quale si trovano le recensioni su Tripadvisor e simili). No pasaràn. Peccato che i profughi fossero già dentro. E allora, niente luce: visto che l’energia elettrica era tagliata per morosità da cinque anni, picchetto duro contro l’introduzione di un generatore. No pasarà il generatore.

Un casino simile c’era forse nella Palestina del 750 dalla fondazione di Roma. Gli Erodi si ruffianavano con la Siria romana, i romani arricchivano gli esattori per drenare denari, molti invocavano il salvatore ma non avevano la minima idea di chi dovessero attendere. Nacque un bimbo, tra una migrazione e l’altra: quella verso Betlemme per il censimento e quella in Egitto per salvare la pelle dalla furia del re. Beh, ieri, nel passaggio tra un gommone stracarico e un guardapesca denominato Acquarius di una Ong francese, la Sos Mediterranée, che ha depositato a Brindisi 860 africani, una giovane camerunese ha partorito felicemente un bel bimbo e l’ha chiamato Christo, o Chris, o senza la acca… non è questione di sottigliezze.

Embé? E se le forze che cambiano la storia fossero quelle che cambiano il cuore dell’uomo?

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