L’EX PM/ Gherardo Colombo: a chi fa il male si può rispondere solo col bene

“Se vogliamo educare al bene, per farlo dobbiamo utilizzare il bene”. GHERARDO COLOMBO (ex pm di Mani pulite) spiega come (e perché) cambierebbe il sistema carcerario

24.08.2017 - int. Gherardo Colombo
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Gherardo Colombo (LaPresse)

La vendetta non può bastare. Eppure, il nostro sistema penale fa proprio questo. E stop. Garantisce nel migliore dei casi un risarcimento economico. Ma così il dolore della vittima, con il quale solidarizza il nostro senso di giustizia, non incontrerà mai il dolore del colpevole, anch’egli oggetto del nostro senso di giustizia (“deve pagare”). In questo modo crediamo di “fare giustizia”, invece scaviamo un solco. Creiamo nuove lacerazioni. E aumentiamo la recidiva. Il perdono può diventare la base di un sistema penale? Secondo Gherardo Colombo, trent’anni in magistratura, uomo-simbolo di Mani Pulite, sì. L’ex pm non la pensava così. “Fino a un certo punto della mia vita sono stato convinto che il carcere fosse educativo”. Poi ha cambiato idea. “Se vogliamo educare al bene, per farlo dobbiamo utilizzare il bene”. Colombo parlerà oggi al Meeting di Rimini su “Fine pena e forme alternative della pena”.

Quando c’è un conflitto tra misure alternative e rimostranze da parte della vittima o dei familiari delle vittime, lei con chi sta?

Nutro profondo rispetto ma per le vittime, e condivido con loro le terribili sofferenze che hanno spesso dovuto sopportare. Però credo che abbiano diritto a molto di più di quel che garantisce loro il processo penale (la soddisfazione del desiderio di vendetta, che è considerato un sentimentio negativo), in particolare che abbiano diritto ad essere riparate da ciò che hanno subito; e credo che, per quel che riguarda il responsabile di quel dolore, chiunque abbia il diritto di non fermarsi, o vedersi fermare, ai delitti che ha commesso, ma di poter tornare nella società. Abbiamo una scarsa considerazione della nostra Costituzione, anche perché non tutti la conoscono.

Si cita sempre l’articolo 27. “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Ma c’è anche l’articolo 13, dove si dice che è punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà. Due affermazioni che costituiscono una conseguenza del principio basilare, sancito dalla Costituzione, per il quale tutti i cittadini, termine usato qui come sinonimo di persona, hanno pari dignità. Tutte le persone sono degne e sono degne per il fatto di essere persone.

Vada avanti. 

Siccome tutte le persone sono degne, le caratteristiche personali di ciascuno di noi — nelle “condizioni personali e sociali” di cui si parla all’articolo 3 c’è anche l’avere commesso un reato e il regime di restrizione — non possono essere causa di discriminazione.

Quindi?

Dunque ci si può attendere ragionevolmente che chi ha commesso un reato, se posto in determinate condizioni, possa arrivare a comprendere che ciò che ha fatto è male ed astenersi dal farlo in fururo.

Perché, se tutto questo è vero, la giustizia riparativa sembra ancora una sorta di favore o peggio di amnistia?

Perché siamo abituati a vedere la realtà come una fotografia, come il momento in cui il reato viene commesso. Ma la nostra vita non è una fotografia, è un film, in cui c’è sempre un prima e un dopo. Dobbiamo riuscire a vedere il film.

Il nostro sistema penale?

Mette in ultimo piano la vittima, che attualmente riceve solo la soddisfazione del proprio desiderio di vendetta. Questa soddisfazione è tutto ciò che le viene dal processo penale. 

Che cosa dovrebbe fare il processo penale?

Il tema ci porterebbe troppo lontano. Una premessa: chi è pericoloso deve restare in un luogo dedicato, in modo che gli sia impedito di svolgere la sua pericolosità. Però dev’essere un luogo in cui tutti i suoi diritti fondamentali che non confliggono con la tutela della cittadinanza sono garantiti e rispettati. 

Premesso questo?

Chi è in carcere dovrebbe essere accompagnato a rendersi conto che ha fatto male ad altri, in modo che non lo faccia più. Non solo. Anche la vittima ha il diritto di essere accompagnata in un percorso di riparazione. Questo oggi non accade.

Lei ha dipinto una situazione in cui la giustizia retributiva in cui sono lasciati la vittima da un lato e il colpevole dall’altro è molto distante dalla giustizia riparativa contenuta nella Costituzione. Perché?

Credo si tratti in primo luogo di una questione culturale. Ancora pensiamo che sia giusta la legge del taglione, occhio per occhio, dente per dente, o qualche suo succedaneo in cui però il concetto non cambia. Siamo convinti che chi ha fatto soffrire debba essere costretto a soffrire. Perciò siamo rimasti indietro rispetto ai 40 anni di lavoro e di progressi sulla giustizia riparativa compiuti in varie parti del mondo. In Italia la giustizia riparativa non è sistemica, ma residuale. Nonostante l’Unione europea ci abbia chiesto di adeguarci.

Torniamo all’incontro tra vittima e colpevole. In che cosa consiste questo percorso di avvicinamento?

In un percorso attraverso il quale, accompagnati da persone professionalmente molto, molto preparate, il responsabile diventi consapevole del male fatto senza per questo essere travolto dai sensi di colpa. E la vittima si senta realmente riparata del male che ha subìto. 

L’incontro di due dolori diversi.

Anche e soprattutto. E’ difficile da capire, perché nei nostri schemi il dolore lo prova soltanto la vittima. Può essere così soltanto quando, da parte del responsabile, manca la consapevolezza dell’altro e della relazione con lui. In ogni caso, questo percorso di avvicinamento può essere fatto soltanto con il consenso di vittima e responsabile, ovviamente con il supporto di un mediatore, ove possibile con l’interazione dei familiari o della comunità nella quale vivono entrambi. Oggi la percentuale di soddisfazione in chi intraprende questi percorsi è molto elevata.

Dove interverrebbe nel nostro sistema se potesse farlo?

Partirei da un’ampia modifica del processo penale. Nel frattempo le nostre carceri dovrebbero essere profondamente trasformate per garantire ai detenuti il diritto allo spazio vitale, all’istruzione, al lavoro, all’igiene, alla salute, all’affettività. Occorre che chi sta in quello che non sarebbe più chiamato carcere, data la differenza con le strutture attuali, venga sollecitato alla responsabilità nei confronti degli altri, perché la percezione del male compiuto deriva dall’educazione del proprio senso di responsabilità. Non solo da un punto di vista razionale ma anche emotivo. I nostri istituti penitenziari sono totalmente e assurdamente lontani da questa prospettiva.

Lei oggi passa per essere un permissivista. In realtà la sua posizione è più sfumata.

Quello della giustizia riparativa è un percorso di responsabilizzazione molto spesso più pesante della mera permanenza in carcere. Riserverei un trattamento inframurario soltanto a chi è effettivamente pericoloso. Oggi, non più di 20mila dei 55mila detenuti totali.

Isolati i pericolosi, gli altri cosa fanno?

Dovrebbero seguire un percorso esterno: affidamento in prova ai servizi sociali, messa in prova, lavori di pubblica utilità, detenzione domiciliare e via dicendo; misure, sottolineo, nelle quali sia centrale l’aspetto dell’accompagnamento all’assunzione di responsabilità. Chi esce dal carcere dopo avere scontato la pena, nel 70 per cento dei casi torna a delinquere, mentre con le pene alternative la recidiva scende al 19 per cento.

Oltre ad essere stato protagonista di Mani pulite, il suo nome è legato ad altre importanti inchieste di questo paese. Quelle che ha espresso non sembrano le posizioni di un pm.

Premetto che nella mia attività sono stato più giudice che pm, e che ho fatto il pm cercando di mantenere l’atteggiamento del giudice. Comunque, per quanto io non abbia mai amato mandare in prigione la gente, perché la prigione è sofferenza, fino a un certo punto della mia vita sono stato convinto che il carcere fosse educativo. Progressivamente ho cambiato idea e anche per questo mi sono dimesso dalla magistratura, dove sarei potuto rimanere per altri 14 anni.

Perché ha cambiato idea?

Di solito lo spiego con una metafora. Quella di un idraulico che viene chiamato una mattina da un signore perché il rubinetto della cucina non manda acqua. L’idraulico arriva, lavora, smonta, sostituisce, ma l’acqua non arriva. Allora si chiede se non si tratti di intervenire a monte, segue le tubature, arriva in cantina e si rimette a lavorare sul rubinetto centrale, quello che porta l’acqua a tutti i rubinetti del condominio. Si rimette a lavorare, e dopo aver molto faticato torna in cucina e l’acqua finalmente scorre. E’ come se per 33 anni (tanto sono rimasto in magistratura) mi fossi occupato del rubinetto della cucina.

Per quanti sforzi facevate, la giustizia non c’era o funzionava male.

Proprio così. Allora mi sono chiesto se il problema non stesse altrove, prima di tribunali, corti d’appello, giudici, avvocati, pm e condanne.

E che cosa si è risposto?

Che il rubinetto è la relazione che esiste tra i cittadini e le regole. Se noi non riusciamo a capire a cosa servono le regole, va a finire che tutte le volte che non ci piacciono non le rispettiamo. Per questo la giustizia non funziona.

E adesso?

Da quando mi sono dimesso, oltre 10 anni fa, dedico maggiormente il mio tempo a dialogare con i ragazzi dei temi delle regole, della giustizia e della Costituzione.

Come si ferma il male?

Si ferma non restituendolo. Se obbligo a soffrire chi ha subito il male, il male lo raddoppio. Se vogliamo educare al bene, dobbiamo usare lo strumento del rispetto della dignità altrui, in altre parole il bene.

(Federico Ferraù)

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