IMPRENDITORE SUICIDA/ Un schiaffo ai banchieri, un abbraccio agli operai

Un imprenditore 61enne di Umbertide (Perugia) si è impiccato in un sottoscala della sua azienda perché non riusciva più a pagare i suoi dipendenti. GIANFRANCO LAURETANO

05.08.2017 - Gianfranco Lauretano
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IMPRENDITORE SUICIDA A UMBERTIDE. La crisi economica continua a mietere vittime attraverso il suicidio. Il numero di persone che non ce la fanno e giungono a togliersi la vita per la disperazione e spesso la vergogna, aumenta dolorosamente anche in questi giorni. Desta una forte sensazione e commozione il caso di un imprenditore di Umbertide, in provincia di Perugia, che si è impiccato in un sottoscala della sua azienda, dove il quattro agosto è stato trovato da un suo collaboratore, e suscita ancor più meraviglia il motivo da cui è scaturito il gesto, scritto in una lettera lasciata sulla scrivania del suo ufficio: non sarebbe riuscito a pagare i suoi dipendenti. 

In azienda era in corso una vertenza sindacale proprio per chiedere il pagamento mancato dei salari del mese. Dalla lettera si apprende che la banca aveva rifiutato altri prestiti e che perciò il titolare non sapeva come fare a versare lo stipendio ai dipendenti. Da qui la tragica scelta di togliersi la vita. Come sempre accade, il suicidio è l’esito di situazioni esistenziali e psicologiche senza sbocco, che la crisi economica ha fatto crescere pericolosamente. Quando le strade misteriose percorse dal cuore dell’uomo, mai banalizzabili o giudicabili, finiscono in un vicolo cieco, qualcuno non ce la fa a reggere. In questi casi è anche difficile dire: si poteva tentare ancora, cercare aiuto in altri luoghi, o semplicemente aspettare. 

Come si fa? Dal di fuori è molto difficile capire. Ma le motivazioni di questo caso specifico sono rare, o almeno molto particolari: siamo di fronte a una persona che ha scelto il suicidio per la vergogna di non poter mantenere l’impegno verso i suoi dipendenti. Teniamo ben presente la cronaca di oggi, il quadro in cui ciò avviene, pieno di persone che lavorano e non ricevono alcuno stipendio, o paghe da fame; perfino lo Stato — ad esempio per quanto riguarda il pagamento dei supplenti della scuola o le fatture a ditte che hanno fornito servizi e beni — è spesso inadempiente o clamorosamente in ritardo. 

In una situazione del genere, con tanti farabutti che non pagano i salariati e la fanno franca, veniamo a conoscenza di un uomo che si è tolto la vita perché non aveva di che pagare i suoi lavoratori. Be’, tanto di cappello. Non esiste alcun bene nel morire, ma c’è morte e morte, c’è infamia e c’è onore. Per l’imprenditore di Umbertide, sia detto con tutto il dolore del cuore, c’è solo onore. Non m’intendo di teologia, ma in qualche modo il fatto di provare tanta vergogna per non aver potuto rispettare il suo impegno, getta una luce tale da scacciare un po’ le tenebre del suicidio. È come se fosse morto per i suoi operai sui quali aveva evidentemente uno sguardo da prendere come esempio della sollecitudine, pressoché paterna, che ogni imprenditore dovrebbe avere per i propri dipendenti, quasi un abbraccio, come quello in cui preghiamo intensamente possa ritrovarsi adesso.

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