STUPRO RIMINI/ La polacca violentata: “mi strangolavano, avevo la sabbia in gola e loro a turno…”

- Emanuela Longo

Stupro Rimini, emergono i racconti shock delle tre vittime del branco. Le violenze subite dalla turista polacca, seguite dall’aggressione all’amico e gli abusi alla trans.

rimini_spiaggia_lido_pixabay
Rimini, 61enne muore in mare davanti ai bagnanti

A distanza di alcuni giorni dallo stupro a Rimini ad opera di un branco di ragazzi, quasi tutti minorenni e attualmente in arresto, emergono nuovi particolari choc, direttamente dalle deposizioni delle vittime. A riportare quanto realmente avvenuto a scapito di una ragazza polacca brutalmente violentata, di un suo amico aggredito con violenza e di una transessuale peruviana, anche lei vittima dei quattro stupratori, è il quotidiano Libero, per questo al centro di numerose polemiche. I nuovi particolari sono emersi lo scorso martedì nell’aula del tribunale di minori di Bologna. Secondo il racconto della ragazza polacca, tutto sarebbe incominciato mentre si trovava insieme all’amico sul telo in spiaggia. All’improvviso sarebbe spuntato un ragazzo che in un inglese poco corretto avrebbe loro chiesto di dove fossero. Dopo aver replicato, gli avrebbe subito intimato di consegnargli il denaro ed i cellulari, quindi davanti alla coppia polacca si sarebbe materializzato anche il resto del branco. Da qui avrebbe preso il via l’inaudita aggressione contro l’amico e la violenza sessuale a scapito della ragazza, avvenuta con “brutalità ed inutile cattiveria”, come scrive il gip nell’ordinanza con cui ha disposto il carcere per i tre minorenni del branco.

IL RACCONTO CHOC DELLA TURISTA POLACCA

Prima dello stupro, i quattro aggressori avrebbero picchiato violentemente anche la giovane polacca: dopo essere stata immobilizzata e buttata a terra, poggiata di schiena sulla sabbia, fu raggiunta da “più colpi al volto, alla testa e sul corpo”. Quelle narrate dalla vittima sono violenze indescrivibili e difficili anche solo da immaginare. Mentre il suo amico, poco distante da lei, veniva picchiato e tenuto immobilizzato da uno dei soggetti, gli altri tre, a turno, abusavano di lei. “Mi tenevano per la gola quasi da strozzarmi, facendomi rimanere senza respiro”, ha raccontato. Nel frattempo proseguivano con lo stupro con in sottofondo le lamentele dell’amico e le voci dei suoi aggressori che continuavano a dirle in inglese “I kill you”. A sua detta, la violenza sarebbe durata oltre venti minuti. Dopo la prima lunga, interminabile brutalità, la giovane turista si ritrovava “stremata”, “senza poter in nessun modo reagire neppure urlando”, “senza forze ed impaurita, ma cosciente”. Per questo, secondo lei, fu trascinata in acqua, forse per farla riprendere, prima di proseguire con la violenza. Sempre tenendola immobilizzata, secondo il suo racconto shock, la ragazza fu nuovamente stuprata contemporaneamente da due di “questi criminali” in quella che è stata descritta come una drammatica doppia penetrazione.

TRANSESSUALE SMENTISCE VERSIONE DEL BRANCO

A rendere ancora più drammatica l’intera vicenda è il racconto reso anche dalla prostituta transessuale, terza vittima del branco di stupratori a Rimini. Dopo la doppia violenza ai danni della ragazza polacca, la sfortunata peruviana fu la successiva vittima. “Mentre i due mi tenevano ferma con le gambe aperte il terzo abusava sessualmente di me, penetrandomi, dando poi il cambio agli altri due”, ha raccontato. Proprio con il suo racconto ha contribuito a smentire la versione del ventenne congolese, ritenuto il capobranco, nonché l’ultimo a finire in carcere in quanto fermato mentre stava tentando la fuga, probabilmente all’estero. Quest’ultimo aveva sostenuto di aver tenuto fermo il ragazzo polacco mentre i tre minori abusavano dell’amica e di aver avuto un contatto con la transessuale pattuendo una prestazione per 30 euro, che poi la stessa avrebbe rilanciato a 50, scatenando così la furia del resto del branco. Versione, ovviamente, alla quale il gip Vinicio Cantarini non avrebbe affatto creduto. Contro la versione dei quattro violentatori, i quali si stanno rimbalzando a vicenda le responsabilità, anche il racconto del giovane polacco. “Tre o quattro a turno si intercambiavano tra loro nell’abusare di lei e nell’immobilizzare me”, ha dichiarato, parlando dell’amica. Il ragazzo ha raccontato di essere stato immobilizzato, con il viso nella sabbia, mentre veniva perquisito alla ricerca di denaro o cellulare e colpito in varie parti del colpo, tra cui in testa con una bottiglia. Stando a quanto trapelato da fonti giudiziarie, nonostante i raccapriccianti racconti delle violenze emersi da parte delle tre vittime, nessuno del branco avrebbe manifestato segni di ravvedimento.

USO PORNOGRAFICO DELLA VICENDA O CONOSCENZA DELLA VERITÀ?

Tornando alla pubblicazione dell’articolo di Libero nel quale vengono riportati i virgolettati con le dichiarazioni delle vittime dello stupro di Rimini, in tanti hanno sollevato numerose polemiche. Ad intervenire su tale aspetto, a Il Fatto Quotidiano, è stato l’avvocato penalista Davide Grassi, che si è domandato quanto realmente ci fosse di corretto nell’articolo pubblicato dal quotidiano. “Dal punto di vista giornalistico, non condivido un solo passaggio di quell’articolo”, ha commentato Grassi, “Non condivido, neppure sotto il profilo giuridico, la pubblicazione dei verbali delle vittime”. Sull’argomento si sono avuti pareri discordanti: c’è infatti chi ha parlato di “uso pornografico della vicenda e dei verbali” e chi invece ha ritenuto tutto il materiale indispensabile per far luce su quanto realmente accaduto. Grassi però si domanda: “erano proprio questi i dettagli che ci servivano per comprendere la sofferenza della vittima di una violenza sessuale?”. Ed ancora, il penalista si domanda se proprio quei verbali potranno condizionare chi dovrà pronunciarsi nel merito dei fatti. L’avvocato ha ricordato come in casi simili, persino la Cassazione si sia opposta alla possibilità per i giornalisti di divulgare atti non più coperti da segreto investigativo ma non pubblicabili per mezzo stampa. A quale scopo? A detta di Grassi il fine sarebbe duplice: “tutelare tutte le parti e riconoscere a un giudice, investito di quel procedimento, la giusta serenità per poter decidere su una vicenda così delicata”.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori