AHARON APPELFELD/ Lo scrittore scampato alla Shoah ma ‘grato’ a Dio: “la Bibbia mi ha insegnato a vivere”

- Niccolò Magnani

È morto Aharon Appelfeld, il grande scrittore israeliano e testimone della Shoah: il ricordo, le opere e l’intervento al Meeting di Rimini, la ricerca di Dio e la scuola della Bibbia

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Aharon Appelfeld (LaPresse)

«La Bibbia mi ha insegnato a contemplare, ad ascoltare, a sentire veramente i passi della vita e mi ha insegnato a scrivere. Scrivere significa lasciare, lasciare lì solo quello che è necessario e invece mantenere il silenzio, attentamente tutto quel silenzio che sta attorno alla parola scritta (…) lo spirito della Bibbia è aperto a tutti, è lì per tutti, per chiunque sia perplesso per gli enigmi dell’umanità e gli enigmi delle vostre vite. Ed è lì anche per tutti quelli che vogliono esprimere il loro mondo interiore»: nel suo lungo intervento in Italia al Meeting dell’Amicizia tra i Popoli, Aharon Appelfeld (morto questa mattina all’età di 85 anni) voleva sottolineare tutta la grandezza e il valore degli insegnamenti avuti dalla Bibbia e dalla sua tormentata ma assidua storia di fede. Una vita “positiva” nonostante l’orrore della Shoah, la peregrinazione continua e gli insulti subiti per il suo solo essere israeliano. Una vita “bella”, amava dire lo scrittore di “Storia di una vita”: «Vi è una natura potentissima e primordiale che è veramente stampata in ognuna delle pagine della Bibbia. Nessun essere umano deve tentare di imitare quello stile di scrittura, che è veramente scolpito nella roccia. La lingua ebraica non solo ha aperto il mio cuore, mi ha anche permesso di entrare in collegamento con i miei antenati e con gli antenati degli antenati».

La scrittura e i legami affettivi, personali, sono la vera “stoffa” dell’io di Appelfeld, come scriveva tempo fa in un suo saggio: «Il pensiero che i miei genitori mi stessero aspettando mi protesse per tutta la guerra. I sentieri mi portarono fuori dal bosco, ma non dai miei genitori… Durante gli anni della guerra i miei genitori furono fusi con Dio in un gruppo celeste scortato da angeli, destinato a venire a salvarmi dalla mia vita infelice».

È MORTO LO SCRITTORE SCAMPATO ALLA SHOAH

È morto all’età di 85anni Aharon Appelfeld, uno dei più importanti e famosi scrittori israeliani che seppe interpretare il doppio “ruolo” di narratore e testimone degli orrori principali nel Novecento, dalla Shoah per cui riuscì a scappare appena in tempo fino alle ideologie comuniste e nichiliste degli ultimi decenni. Una parola pacata e mai “furiosa”, la sua testimonianza prima di tutto “umana” è la cifra che accompagna tutti i suoi più grandi racconti – “Storia di una vita”, “Oltre la disperazione”, “L’immortale Bartfuss” e tanti altri – nati dall’esperienza personale e dalla personalissima ricerca religiosa di un rapporto stabile con il Divino creatore. «Era ancora letteralmente un bambino quando, persi genitori e nonni, riuscì a fuggire dal campo di sterminio, trovando una specie di salvezza nella clandestinità dei boschi rumeni, prima da solo e poi insieme a una banda clandestina, a mezza strada fra la resistenza e la criminalità comune. Visse con questa gente, parlando ucraino e nascondendo il fatto di essere ebreo», scrive la Stampa che spesso ospitava i suoi interventi sull’attualità, da ultimo quello sulla enorme polemica di Gerusalemme Capitale. Aveva visto da vicino l’Olocausto, ne era scappato ma non per questo ne faceva un “vessillo” sopra tutto e sopra tutti: «La Shoah era per lui una sorta di Chernobyl, che richiede grande precauzione per essere affrontata», ha osservato nel ricordarlo oggi lo scrittore Amos Oz, suo grande amico e noto romanziere.

UN PROTAGONISTA-TESTIMONE

Nel 2008 Aharon Appelfeld partecipò all’edizione del Meeting di Rimini intervenendo sulla tematica “Protagonisti o nessuno” e raccontò la sua personalissima esperienza di “protagonista” in un’epoca dove le ideologie tendevano a schiacciare ed eliminare ogni possibile emergere del singolo e della personalità, della fede personale e della libertà in quanto tale. A ben vedere, deportazioni a parte, un concetto ideologico non troppo lontano dal mondo di oggi: «Attraverso la lingua ebraica mi sono potuto ricollegare alla Bibbia. Venni accolto in un kibbutz dove un uomo mi diede la Bibbia. Ricordo me, ragazzo, mentre copio ogni giorno uno o due capitoli. Questo copiare mi ha avvicinato, o riavvicinato, al testo ebraico originale e da allora leggo un paio di capitoli della Bibbia ogni giorno. Essa, quindi, è la mia prima e ultima scuola, scuola di scrittura. Capii con chiarezza che il mondo che mi ero lasciato alle spalle, i genitori, la casa, la strada, la città, era vivo e radicato in me, e che tutto ciò che mi accadeva, o che mi sarebbe accaduto, era legato al mondo nel quale ero cresciuto». Nell’intervista che rilasciò alla rivista “Tracce”, il grande scrittore oggi scomparso ricordava come la Bibbia sia stata per lui la vera “scuola” di vita dove “imparare” la sottile e incerta possibilità di una reale libertà nel mondo di oggi e di sempre: «Rappresenta una forma di specchio in cui vedo riflettere me stesso ogni giorno. So di essere lontano dal divino, quindi ho uno specchio e la mia scuola è la Bibbia».

TRA IDEOLOGIA E UMANITÀ

Sempre all’interno dell’intervista prima del suo lungo intervento al Meeting, lo scrittore israeliano ebbe modo di ricordare la sua tragica esperienza passata sotto ben due ideologie: «sono stato vittima di due tipi di ideologie: il nazismo, che ha sterminato la mia famiglia, e il comunismo, che ha ucciso i miei zii – che pure erano comunisti – per non aderenza al Partito. Entrambe ci hanno ucciso perché eravamo ebrei. Non ho mai avuto alcun legame con le ideologie. Esse non sono a beneficio dell’uomo, ma a detrimento». Un’ideologia che però ottiene “effetti” devastanti anche oggi, seppur sotto altre forme e anche nel popolo che più di tutti ha subito l’orrore del Nazifascismo: «Il mondo dopo la Shoah appare come un mondo senza Dio, nel quale dominano solo le forze del male. Presso gli ebrei, invece, si è creata una situazione tragica: verso la fine del XIX secolo la maggior parte ha smesso di credere. Era, in gran parte, un popolo che credeva in Dio, era disposto a morire per la propria fede. Oggi l’80%, forse più, non ha più un legame con il divino, e questo agli occhi della leadership appare come qualcosa di irrilevante. Per i pochi che credono questa fede si è fossilizzata, e non sono consapevoli di questa tragedia! Il popolo ebraico, separandosi dalle fonti della fede, ha creato molti sostituti della fede».

Questo non toglie che però l’uomo può e deve guardare al proprio cuore per ritrovare ciò che realmente lo possa “liberare”: o meglio, ciò che può concedere lui la possibilità di ricominciare. In “Storia di una vita” Appelfeld scriveva, «Ho imparato a rispettare la debolezza e ad amarla: la debolezza è la nostra essenza e la nostra umanità… Il moralista ignora le proprie debolezze e invece di indirizzare le proprie pretese verso se stesso le indirizza verso il prossimo». Nell’intervista commentò proprio quel passo, spiegando per bene come guardare oggi al nichilismo che ci pervade, significa osservare il cuore dell’uomo più da vicino, annichilito anch’esso. «Ma una società che dimentica il singolo per la collettività, non può essere un insieme umano. Per questo nell’ebraismo è scritta una cosa: colui che salva anche una sola persona è come se avesse salvato il mondo intero».

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