Whiteout, Messner spiega cos’è/ La tormenta di neve e gelo che ha ucciso gli alpinisti in Svizzera

- Niccolò Magnani

Whiteout, Reinhold Messner spiega cos’è il fenomeno della tormenta di gelo e neve che ha ucciso gli alpinisti sulle Alpi in Svizzera. “Non si vede più nulla, non c’è colpa”

Messner_Youtube
Reinhold Messner

Innanzitutto sapere di cosa si tratta quando ci si imbatte in fenomeni “non comuni” non è un mero esercizio “divulgativo”: nella tragedia avvenuta sulle Alpi in Svizzera – gli escursionisti italiani, francesi e tedeschi rimasti intrappolati sull’Alta Via Chamonix-Zermatt a pochi metri dal rifugio di Cabane des Vignettes – il fenomeno del “whiteout” è stato fatale e decisivo nel portare alla morte ben 5 alpinisti (tutti italiani) e ferendone altri 6. Per capire cosa sia effettivamente, uno degli alpinisti e scalatori più famosi del mondo Reinhold Messner è intervenuto a Tg Com24 per provare a dettagliare il terribile e pericoloso fenomeno atmosferico sceso all’improvviso sui 3mila metri dell’Alpe sopra Arolla: «Quando ti trovi nel whiteout, una sorta di nebbia di neve e vento gelido fortissimo, non c’è colpa, perché non si vede più niente. Le condizioni erano queste e purtroppo è accaduta una tragedia». In pratica, in quelle condizioni in cui si sono trovati gli alpinisti bolzanini deceduti 36 ore fa basta essere anche a 100 metri da un rifugio – come in effetti è avvenuto ieri – ed è sostanzialmente impossibile trovarlo. Secondo Messner, «Vivere o andare in alta montagna rimane un rischio, anche con tutto l’equipaggiamento tecnico che abbiamo oggi. È facile perdersi quando la natura – che è molto più forte di noi – ci mette davanti degli ostacoli». Non solo, in quelle occasioni è davvero molto difficile uscire da bufere del genere, anche se si è esperti e navigatori scalatori: «In condizioni di scarsa visibilità smettiamo di camminare e allora si rischia, perché solo muovendosi il corpo umano riesce a mantenere un po’ di calore».

IL RACCONTO DEL TERRORE

Nel caso di Zermatt, Messner spiega ancora che la guida forse «sperava di arrivare al rifugio. Morto lui poi gli altri probabilmente non sapevano cosa fare».: il caso della Svizzera ha visto una tremenda tragedia consumarsi nel giro di poche ore contro esperti scalatori e alpinisti da una vita. A spiegare come però siano stati compiuti numerosi errori è un diretto protagonista, presente e sopravvissuto miracolosamente alla strage sulle Alpi svizzere: si tratta di Tommaso Piccioli, architetto milanese e in vacanza con gli amici proprio per questa ultima e pericolosa escursione: ai microfoni del Tg3 l’uomo, da poco dimesso dall’ospedale dopo esser stato rimesso quasi a nuovo e ricondotto ad una temperatura corporea idonea, la testimonianza è davvero tremenda. «Era una gita difficile non da fare in una giornata dove alle 10 sarebbe iniziato il brutto tempo non era neanche da pensarci. Ci siamo persi quattro o cinque volte – ha detto ancora Piccioli -. Ho portato avanti il gruppo io perché ero l’unico ad avere un gps funzionante fino a che siamo arrivati a un punto in cui non si poteva più procedere perché con quella visibilità non era possibile». A quel punto il caos, con la guida morta per prima e scivolato sulle rocce proprio per l’assoluta scarsa visibilità: arrivata la notte si sono fermati in una sella, « e anche quello è stato un errore perché non ci si ferma nelle selle quando c’è il vento. Devi fermarti in un punto riparato e scavare un buco. Ho cercato di non addormentarmi e ci sono riuscito, tutto lì – ha minimizzato ancora lo scalatore milanese – perché in quelle situazioni se ti addormenti sei finito: l’ipotermia ti prende e ti uccide».



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