ATTENTATO ISIS IN INDONESIA/ Famiglia kamikaze, così il silenzio del conte Ugolino si ripete
Una famiglia di kamikaze indonesiana, reduce dalla Siria, si è fatta saltare in tre chiese cristiane a Surabaya (Indonesia) provocando 11 morti e almeno 41 feriti. ROBERTO PERSICO

Non ho parole. Com’è possibile? Com’è possibile che un padre e una madre che hanno deciso di uccidersi per ammazzare altre persone portino con sé a morire i figli? Quattro figli, due maschi e due femmine, da 9 a 18 anni, condotti a farsi esplodere per ammazzare altri uomini. Non è umano. Non ho parole.
E allora prendo in prestito le parole del mio amico Franco Nembrini, che mi sta facendo leggere le bozze del commento alla Divina commedia che sta scrivendo (uscirà in autunno per Mondadori). E a proposito del conte Ugolino — per i pochissimi che non lo sapessero, è un traditore, condannato a morire di fame rinchiuso in una torre insieme a due figli e due nipoti — dice così: “Che cosa colpisce, in questo terribile crescendo [si riferisce al racconto che Ugolino fa della morte dei ragazzi sotto i suoi occhi]? La totale assenza di rapporto. Per tre volte i figli si rivolgono a Ugolino, chiamandolo ‘Padre’, e mai lui risponde. Lui impietrisce, e non è capace di dire niente, di dare una qualsivoglia risposta, un minimo di conforto. È questo il tradimento vero di Ugolino — o meglio, il vertice del tradimento, il culmine vertiginoso di una vita tutta spesa a tradire amici e nemici: il tradimento della paternità. Non aver saputo essere padre, non avere una parola vera da dire ai figli davanti al dramma della vita: ecco quel che rimane, al fondo, di una vita tutta spesa alla ricerca del successo politico”. Sì, si può tradire, la paternità.
Sempre, i nostri figli ci guardano (“i bambini già grandi ci guardano/e chiedono un segno”, cantava Claudio Chieffo in una canzone a me carissima). Sempre, i nostri figli ci seguono. Sempre, conduciamo i nostri figli verso la vita che ci siamo scelti. È una responsabilità terribile, essere padri e madri. Sempre, le nostre scelte ricadono su di loro (un amico insegnante mi ha raccontato recentemente di un suo alunno, abbandonato dal padre a cinque anni: “sei stato il più grande errore della mia vita”, le ultime parole che gli ha rivolto, che il ragazzo porta scolpite nella memoria). Sempre, quando scegliamo l’inferno o il paradiso, in qualche misura ce li portiamo dietro. Che Dio abbia pietà dei nostri figli. Dio, che certamente oggi culla fra le sue braccia quei quattro poveri ragazzi, insieme a tutte le loro vittime.
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