DONA GLI OVOCITI A UN’AMICA/ Martina, nella maternità c’è un mistero che non si può regalare

- Paola Binetti

Ha fatto notizia il caso di Martina, 29 anni, che ha donato i propri oociti ad una amica perché potesse avere un figlio. Senza valutarne appieno le conseguenze. PAOLA BINETTI

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Martina Colomasi (Foto da Facebook)

Non c’è bisogno di dimostrare fino a che punto il desiderio di avere un figlio sia insito nel cuore umano e come possa spingere a ricorrere a scelte estreme, pur di poterne avere uno. E’ proprio dell’uomo e della donna, nella intensità di una relazione profonda, sia sul piano affettivo che valoriale, desiderare un figlio. Solo le forti difficoltà a cui sono sottoposte oggi le giovani coppie spingono alcune di loro a rinunciarvi o ad accontentarsi del primo figlio, mentre ne vorrebbero almeno due o tre. E quando un figlio non arriva dopo anni di tentativi naturali, una coppia può essere tentata di percorrere tutte le strade alternative che la scienza e la tecnica pongono a sua disposizione. E a seconda del suo problema può avere bisogno di oociti o di spermatozoi, oppure di un utero da affittare per il tempo necessario alla gestazione. Manon è facile trovare nessuno di questi elementi fondamentali alla fecondazione prima e alla gestazione subito dopo. Ovociti e spermatozoi non si possono comprare sul mercato italiano, tutt’al più bisognerebbe trovare qualcuno disposto a donarli, ma è una cosa tutt’altro che facile per le ragioni che provo a sintetizzare. 

Ed è proprio per questo che il caso di Martina, una giovane avvocatessa di quasi 30 anni, si è imposto oggi all’attenzione generale. Martina, si condivida o meno la sua scelta, dichiara che la sua ovodonazione rappresenta un gesto di generosità verso un’amica che pur desiderando un figlio non può averne. E nel suo lungo intervento su Facebook racconta l’iter complicato a cui si è dovuta sottoporre per poter soddisfare il desiderio dell’amica. Un iter complicato sotto il profilo biologico, burocratico, e soprattutto etico.

La legge 40 del 2004 inizialmente consentiva solo la fecondazione omologa; esigeva che ovociti e spermatozoi fossero dalla coppia che poi si sarebbe fatta carico della gestazione prima e della accoglienza amorevole del bambino che sarebbe nato. Il nucleo familiare era identificabile sia sotto il profilo biologico, stesso Dna, che sotto il profilo gestazionale, per cui era facilmente riconoscibile anche lungo tutta la vita successiva del bambino. La legge 40 è però stata modificata da una sentenza della Corte Costituzionale, rendendo possibile la fecondazione eterologa, o fecondazione mediante ovodonazione. Si tratta di un processo attraverso il quale una donna ricorre agli ovuli di una donatrice per poter realizzare il proprio desiderio di maternità. Gli ovuli di una donatrice, esterna alla coppia, vengono fatti fecondare dagli spermatozoi di un uomo che non è necessariamente il marito o il compagno della donna, e successivamente vengono trasferiti in una donna, che non è necessariamente né la donatrice di ovuli, né la donna che poi fungerà da madre sociale del bambino. La fecondazione eterologa non solo richiede donatori esterni — sia di ovociti che di spermatozoi —, ma in alcuni casi ipotizza anche un utero preso in affitto da un’altra donna. Della coppia originaria può alla fin fine restare ben poco, se non il desiderio del figlio.

A Martina che parla di un gesto di generosità nei confronti della sua amica, che vorrebbe ma non può, mentre lei forse può ma non vuole, suggerirei di vedere un bel film attualmente in circolazione: Il figlio sospeso, di Egidio Termine. Il regista concentra la sua attenzione sulla figura del figlio, che intuisce come nella sua vita ci sia un mistero. Qualcosa che marca profondamente la sua vita, e che sembra legato alla presenza di una figura femminile che ogni tanto incrocia la sua esistenza, ma che sua madre, una donna mite e dimessa, tende ad escludere in modo per lui incomprensibile. In realtà si tratta della madre biologica, che non ha mai veramente rinunciato a lui e che il film con delicatezza straordinaria mostra legata ad un cordone ombelicale mai veramente rescisso. Il ragazzo scopre la verità un po’ alla volta in una serie di successivi disvelamenti, che non evidenziano né rancore né risentimento, ma un forte senso di fragilità identitaria, che appare la naturale trasmissione della stessa fragilità identitaria delle due madri. A Martina vale la pena far notare che una volta le due donne erano amiche, vicine di casa e complici nelle mille piccole avventure quotidiane. Poi la donazione, non la vendita, ma una donazione mai compiuta e sempre rimpianta.

Oggi Martina è lieta di donare quello che a tutti gli effetti diventerà un suo figlio biologico e l’amica è felice di ricevere quello che non sarà mai del tutto suo figlio, in una sorta di maternità condivisa che potrebbe facilmente generare strane collusioni. Paradossalmente proprio perché sono amiche, Martina vedrà suo figlio educato dall’altra madre, amato da lei e legato a lei forse più che a se stessa. 

Il cuore umano è complicato e ha le sue ragioni che la ragione non sempre comprende. Il figlio sospeso descrive questa parabola nel paesaggio assolato di una Sicilia splendida, che rivela per contrasto la trama delicatissima e sfilacciata degli affetti e dei rapporti. La poesia del film, il linguaggio dell’arte, spesso raggiunge la verità delle cose più e meglio di quanto non lo faccia la verità scientifica e lo sviluppo di una tecnologia avanzata, ma non per questo più umana e più attenta a valori ed affetti che definiscono il senso della nostra esistenza. Il dono degli oociti è così raro proprio perché mette in gioco il patrimonio genetico di ognuno di noi, la nostra identità biologica. E se difendiamo con rinnovato accanimento la nostra identità digitale, la nostra privacy, messa in pericolo nel secolo della tecnica proprio da tecniche sempre più avanzate, perché dovremmo rinunziare a difendere, a custodire la nostra identità biologica, che è il luogo della nostra intimità più profonda? Ciò che appare oggi come un gesto atemporale, un dono compiuto in se stesso, in realtà ha una profondità di campo che sconfina davvero con l’eternità e impegna le prossime generazioni, i propri figli e la nostra relazione reale e non solo virtuale con loro. 

Vale la pena pensarci, fedeli ad un vecchio aforisma: non tutto ciò che è tecnicamente possibile è anche eticamente possibile, non per un astratto moralismo, ma per un concreto coinvolgimento personale.

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