Borsellino, strage via d’Amelio/ Il fratello Salvatore: “Spero in dialogo con nuovo Governo”

Strage di via d’Amelio: “Il più grande depistaggio della storia”. Misteri e lacune dopo la morte del procuratore anti-mafia, Paolo Borsellino. Lo ha stabilito ieri la Corte d’Assise

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Paolo Borsellino

Il fratello di Paolo Borsellino, Salvatore, ha parlato anche a Sky Tg24 in merito alle motivazioni della sentenza sull’attentato al fratello e giudice Paolo Borsellino, affermando di sperare di trovare nel nuovo Governo interlocutori seri e trasparenti per fare giustizia a oltre 25 anni di distanza dalle stragi. Ha spiegato Salvatore Borsellino: “Luigi Di Maio era uno di quei ragazzini che mi avevano invitato a Pomigliano d’Arco per parlare di verità e giustizia. Io spero che sia un mio interlocutore come spero lo sia Giulia Sarti, che è stata attivista delle Agende rosse e che oggi è presidente della Commissione Giustizia alla Camera.” Dunque ricordo dell’impegno civile da parte degli attuali esponenti del Governo, che il fratello del magistrato brutalmente ucciso dalla mafia spera possano andare più in fondo sulle indagini non solo sulla strage di via D’Amelio, ma in generale sui tragici accadimenti di quegli anni, più di quanto non abbiano fatto i loro predecessori. (agg. di Fabio Belli)

ORLANDO: “LEGAME STATO-MAFIA”

Dopo le motivazioni della sentenza sulla Strage di Via D’Amelio, la notizia del processo richiesto per i tre poliziotti del “gruppo stragi” conferma l’inquietante ombra del depistaggio dietro le immediate indagini sulla morte di Paolo Borsellino e della sua scorta. Secondo il sindaco di Palermo, Leoluca Orlando, quanto avvenuto in queste ore conferma che vi è «un filo che lega la sentenza sulla trattativa fra lo Stato e la Mafia e questa senza sul depistaggio delle indagini sulla strage di Via D’Amelio». Stando alle dichiarazioni rese pubbliche del primo cittadino palermitano, nel vivo della politica anche all’epoca delle stragi contro i giudici del Pool, le «verità giudiziarie in più sedi e più procedimenti confermano la verità storica di pezzi dello Stato che agirono per la mafia e della mafia che agì per contro di pezzi dello Stato». Secondo Orlando non bisogna però ora fermarsi a queste importanti conclusioni, ma occorre giungere alla piena verità e giustizia: «dobbiamo tutti avere gratitudine per la profesisonalità e la pervicacia di quei magistrati che hanno continuano a cercare la verità, non a caso spesso attaccati e isolati anche da istituzioni che avrebbero dovuto difenderli», concluse il sindaco di Palermo. (agg. di Niccolò Magnani)

CHIESTO PROCESSO PER TRE POLIZIOTTI

Per la Corte d’Assise di Caltanissetta, quello avvenuto nel luglio del 1992 fu “uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana”. Il riferimento è ovviamente alla Strage di via D’Amelio nella quale fu ucciso Borsellino insieme a cinque membri della sua scorta. Per quel depistaggio scoperto dalla procura di Caltanissetta è stato chiesto il rinvio a giudizio per tre poliziotti, accusati tutti di calunnia e che, secondo l’accusa, con le loro azioni contribuirono a condannare all’ergastolo sette innocenti, poi scagionati. L’inchiesta sui tre poliziotti è coordinata dall’aggiunto Gabriele Paci e dal pm Stefano Luciani ed ora si resta in attesa di conoscere quale sarà la data dell’udienza preliminare. Alla base del piano messo in atto dopo la strage, ci sarebbe un solo regista ormai morto, La Barbera, lo stesso che secondo i magistrati nisseni fu poi coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa di Paolo Borsellino, il diario che il magistrato portava sempre con sè, ma del quale si sono perse le tracce dai momenti immediatamente successivi all’attentato. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

ATTESA PER UDIENZA PRELIMINARE

In concomitanza con la deposizione delle motivazioni della sentenza sul processo Borsellino Quater, un altro fatto ha riacceso i riflettori sulla strage di Via D’Amelio. La Procura di Caltanissetta ha infatti chiesto il processo per tre poliziotti accusati di aver depistato le indagini sulla strage nella quale rimase ucciso Borsellino. Come spiega Il Fatto Quotidiano, si tratta del funzionario Mario Bo, il quale era già stato indagato per i medesimi fatti, anche se poi ottenne l’archiviazione e dei due poliziotti Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei. L’accusa per tutti è di calunnia in concorso. L’indagine è giunta al termine lo scorso 8 marzo. Nonostante la notizia del loro rinvio a giudizio, tuttavia, al momento non sarebbe ancora stata fissata la data dell’udienza preliminare. Secondo le accuse, Bo, all’epoca dei fatti funzionario di polizia che faceva parte della squadra che coordinò gli accertamenti sulla strage del 19 luglio 1992, e gli altri due poliziotti avrebbero confezionato una verità di comodo in riferimento alla fase preparatoria dell’attentato e costretto il falso pentito Vincenzo Scarantino a fare i nomi di persone innocenti. Il tutto per un movente non chiaro ma sotto la regia dell’ex capo della task force investigativa Arnaldo La Barbera. (Aggiornamento di Emanuela Longo)

BORSELLINO QUATER E FINTI COLLABORATORI GIUSTIZIA

Secondo i giudici siciliani nel processo sulla Strage di Via D’Amelio il ruolo dei “finti collaboratori di giustizia” è stato purtroppo centrale e determinante: il 20 aprile del 2017 la Corte aveva condannato all’ergastolo per strage Salvino Madonia e Vittorio Tutino e a 10 anni per calunnia Francesco Andriotta e Calogero Pulci. Tutti finti collaboratori di giustizia, dice la sentenza, “usati” per mettere su una ricostruzione a tavolino tutte le fase esecutive e successive dell’attentato costato la vita a Paolo Borsellino e altri 6 innocenti. «Accuse prescritte per per Vincenzo Scarantino, il più discusso dei falsi pentiti, protagonista di rocambolesche ritrattazioni nel corso di vent’anni di processi, cui i giudici hanno concesso l’attenuante prevista per chi viene indotto a commettere il reato da altri», spiega il Sole 24 ore riflettendo su quegli “altri” citati dalla Corte nelle motivazioni uscite oggi. Furono definiti quegli investigatori «mossi da un proposito criminoso, esercitarono in modo distorto i loro poteri». (agg. di Niccolò Magnani)

LA TESTIMONIANZA SOSPETTA DI SCARANTINO

Tanti i lati oscuri circa le indagini che si sono susseguite dopo l’attentato del procuratore anti mafia, Paolo Borsellino, ucciso in quella che è definita la strage di via d’Amelio. Fra le questioni poco chiare, anche il ruolo di Vincenzo Scarantino, uno degli autori dell’assassinio del giudice, divenuto in seguito collaboratore di giustizia. Stando a quanto raccolto dalla Corte d’Assise di Caltanissetta, le testimonianze dello stesso pentito sarebbero state in qualche modo manipolate: «Le anomalie nell’attività di indagine – si legge sulla sentenza – continuarono anche nel corso della collaborazione dello Scarantino, caratterizzata da una serie impressionante di incongruenze, oscillazioni e ritrattazioni (seguite persino dalla ritrattazione della ritrattazione, e da una nuova ritrattazione successiva alle dichiarazioni dello Spatuzza), che sono state puntualmente descritte nella memoria conclusiva del Pubblico Ministero». Tali fattori, come aggiungono i magistrati riferendosi appunto alle “strane” dichiarazioni di Scarantino, avrebbero consigliato «Un atteggiamento di particolare cautela e rigore nella valutazione delle dichiarazioni dello Scarantino, con una minuziosa ricerca di tutti gli elementi di riscontro, positivi o negativi che fossero, secondo le migliori esperienze maturate nel contrasto alla criminalità organizzata incentrate su quello che veniva, giustamente, definito il metodo Falcone». (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

IL COMMENTO DI SALVATORE BORSELLINO

Secondo il fratello del giudice trucidato assieme alla scorta in Via d’Amelio – Salvatore Borsellino oggi intervistato da Repubblica – quella del “Borsellino Quater” è una sentenza che «fa in parte giustizia a quello che è successo al nostro Paese. Bisogna tenera conto della responsabilità dei magistrati che hanno sostenuto questi depistaggi con ben due sentenze». Secondo il fratello di Paolo Borsellino, quanto avvenuto in Via D’Amelio è stato finalmente messo a tema nella sentenza della corte di Assise di Caltanissetta: ora nuove indagini mirate a trovare dentro l’apparato dello stato questi centri deviati. Sono certo – conclude Salvatore Borsellino – che si arriverà alla verità, ma credo che io non riuscirò a vederla». Quei “centri di potere” citati dai magistrati nelle motivazioni della sentenza storica su Via D’Amelio hanno ricevuto una possibile spiegazione, una ipotesi investigativa per ora, da parte della Corte di Assise: «la copertura della presenza di fonti rimaste occulte che viene evidenziata dalla trasmissione ai finti collaboratori di giustizia di informazioni estranee alloro patrimonio conoscitivo ed in seguito rivelatesi oggettivamente rispondenti alla realtà», si legge nelle carte della sentenza. Non solo, si riporta anche «l’occultamento della responsabilità di altri soggetti per la strage, nel quadro di una convergenza di interessi tra Cosa Nostra e altri centri di potere che percepivano come un pericolo l’opera del magistrato». (agg. di Niccolò Magnani)

IL MISTERO DELL’AGENDA ROSSA

Fra i tanti misteri da chiarire nel processo dopo la morte del procuratore anti-mafia, Paolo Borsellino, anche la sparizione della famosa agenda rossa, un diario che il giudice custodiva gelosamente nella propria borsa, sparito dal luogo dell’attentato subito dopo la strage di via d’Amelio. Secondo la Corte d’Assise di Caltanissetta, Arnaldo La Barbera, defunto capo della squadra indagini dell’epoca, ebbe un «Ruolo fondamentale nella costruzione delle false collaborazioni con la giustizia ed è stato altresì intensamente coinvolto nella sparizione dell’agenda rossa, come e’ evidenziato dalla sua reazione, connotata da una inaudita aggressività, nei confronti di Lucia Borsellino, impegnata in una coraggiosa opera di ricerca della verità sulla morte del padre». La Barbera è morto, ma i giudici hanno deciso di riaprire il caso grazie anche alle rivelazioni del pentito Gaspare Spatuzza, che confermano un depistaggio senza precedenti. La domanda sorge spontanea: chi volevano coprire? (aggiornamento di Davide Giancristofaro)

“IL PIU’ GRANDE DEPISTAGGIO DELLA STORIA”

«Via d’Amelio è uno dei più gravi depistaggi della storia giudiziaria italiana», così i giudici della corte d’assise di Caltanissetta, che nella giornata di ieri hanno depositato le motivazioni della sentenza del processo Borsellino quater. Come riferisce l’edizione online de La Repubblica, le indagini a seguito della strage in cui venne assassinato il procuratore anti-mafia, furono pervase da una serie di misteri che ancora oggi sono irrisolti. E fra i soggetti coinvolti, vi sarebbero alcune figure di spicco: «È lecito interrogarsi – prosegue la Corte – sulle finalità realmente perseguite dai soggetti, inseriti negli apparati dello Stato, che si resero protagonisti di tale disegno criminoso, con specifico riferimento ad alcuni elementi».

PRONTO UN NUOVO PROCESSO PER DEPISTAGGIO

Secondo i giudici, gli investigatori a cui capo vi era l’ex numero uno della squadra mobile di Palermo, Arnaldo La Barbera (poi morto), «dovevano scoprire i responsabili delle bombe – scrive La Repubblica – invece costruirono a tavolino alcuni falsi pentiti». Molti i lati oscuri di questa vicenda, come ad esempio la richiesta di collaborazione da parte dell’allora procuratore di Caltanissetta, Tinebra, di Bruno Contrada, ex numero tre del Sisde, poi arrestato per mafia a fine 1992: «Una richiesta di collaborazione decisamente irrituale – si legge sulla sentenza – perché Contrada non rivestiva la qualifica di ufficiale di polizia giudiziaria». Si farà un processo nei confronti di Mario Bo (dirigente responsabile del gruppo investigativo Falcone e Borsellino), oggi a Gorizia, degli ispettori Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, nonché di tre poliziotti del gruppo di La Barbera, con l’accusa di depistaggio nelle indagini. La figlia di Paolo Borsellino, Fiammetta, si batte da sempre su questa vicenda, ed ora, finalmente, le sue domande potrebbero trovare una risposta.

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