IL VIADOTTO SIMBOLO DELL’ITALIA/ La fine di un sogno naufragato (anche) per colpa nostra

E’ crollata un’opera-simbolo dell’Italia. Ma è anche il capolinea di una storia, la fine di un sogno che abbiamo lasciato naufragare per mancanza di cura. GIUSEPPE FRANGI

15.08.2018 - Giuseppe Frangi
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Genova, pericolante quel che resta del Ponte Morandi (LaPresse)

Del viadotto del Polcevera ho un ricordo legato alla mia infanzia: il ricordo di mio padre che portandoci al mare, ogni volta che si passava su quel ponte, ce ne magnificava con orgoglio non solo il dato ingegneristico ma anche la bellezza. Aveva ragione di esserne orgoglioso, perché quel ponte era uno dei simboli di un’Italia che dimostrava di sapersi muovere e che provava ad entrare nella modernità senza tradire se stessa. Basta sfogliare il libro (edito da Zanichelli) dedicato a Riccardo Morandi, l’ingegnere che progettò a metà degli anni 60 il viadotto, per rendersene conto: le fotografie pubblicate sono lì a dimostrare come pensando un intervento così “dirompente” rispetto al contesto i progettisti ritenessero centrale la questione del “proporzionamento formale”, come dimostrano i disegni dei suoi famosi archi e degli svincoli. Erano gli anni in cui l’Italia costruiva in tempi che oggi verrebbero giudicati miracolosi l’Autostrada del Sole, gettando centinaia di ponti per avvicinare il Nord al Sud. I modellini di molti di quei ponti disegnati da geniali ingegneri che avevano a cuore la terra sulla quale intervenivano, vennero richiesti dal Moma e fanno tutt’ora parte delle raccolte del più importante museo d’arte moderna del mondo. 

Oggi sappiamo che il viadotto del Polcevera ha avuto una vita abbastanza tormentata e che ha richiesto negli anni tanti e costosi interventi di manutenzione, a quanto pare non sufficienti vista la tragedia di ieri. La sua vicenda pone così un’altra grande urgente questione all’Italia di oggi: la bellezza ha bisogno di coraggio ma anche della pazienza della cura. La cura non è solo manutenzione, è anche pensiero rispetto ad uno sviluppo scriteriato: i 25 milioni di veicoli che ogni anno passavano sul viadotto del Polcevera (numeri quadruplicati negli ultimi 30 anni) sono un po’ sintomo di questo modello di sviluppo che ha finito con l’imbottigliare di traffico una delle coste più belle e più dense di storia del paese. La cura poi è qualcosa che va oltre la mera conservazione. Comporta anche il coraggio di cambiare, preventivamente e non in forza di eventi come quello che è accaduto ieri. Difficilmente il ponte del Polcevera verrà ricostruito. I vari progetti della Gronda che dovrebbero dare fiato a Genova con una riorganizzazione dei flussi di traffico, ne prevedevano la demolizione, anche se sulla Gronda pende la spada di Damocle di una violenta polemica politica, per l’opposizione frontale dei 5 Stelle (tanto che attraverso documenti hanno sostenuto la buona salute del viadotto). 

La caduta del Polcevera rappresenta simbolicamente il capolinea di una storia. Quell’autostrada nevralgica chiusa per chissà quanto tempo ci costringerà a ripensare quello che vogliamo fare di questo nostro meraviglioso paese. La storia non torna mai indietro. Tuttavia la storia che scriveremo per immaginare il futuro si porterà inevitabilmente dentro la ferita di quello che è accaduto ieri: la fine di un sogno che abbiamo lasciato naufragare per mancanza di cura. Che non è evidentemente solo la mancata cura, cioè manutenzione, di quel viadotto.

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