4 NEONATI MORTI A BRESCIA/ La sfida alla scienza e alla voglia di giustizia

Nell’arco di pochi giorni, agli Spedali Civili di Brescia sono morti quattro neonati nel reparto di terapia intensiva. La Procura ha aperto un fascicolo

08.01.2019 - Paola Binetti
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Lapresse

Gli Spedali Civili di Brescia rappresentano in Lombardia una struttura di eccellenza, di cui danno esplicita conferma i risultati clinici raggiunti in tanti reparti diversi. A testimoniare la qualità clinica di una struttura ospedaliera di quelle dimensioni, caratterizzata da una lunga esperienza, non sono solo i giudizi positivi dei malati e dei loro familiari che si mettono in gioco, raccontando in prima persona come sono stati trattati. Parlano delle cure ricevute, della disponibilità del personale, medici e infermieri, della delicatezza degli ausiliari, della simpatia incontrata negli uffici amministrativi e perfino del senso dello humor che si respira al bar, dove è facile sdrammatizzare la pena che ognuno si porta nel cuore.

Dei Civili di Brescia ci si può fidare; è quanto confermano anche i dati oggettivi ricavati dalle cartelle di dimissione: degenze sufficientemente brevi, dimissioni con risultati positivi, tempi di attesa contenuti. Insomma, ai Civili si può stare tranquilli, sia sul piano umano che su quello strettamente professionale. Eppure la scorsa estate l’ospedale era finito nella bufera per la morte di Paolo, un neonato stroncato dalla Serratia marcescens. Il batterio aveva infettato un’altra decina di bimbi e colonizzato il reparto dei prematuri, chiuso per alcune settimane ai nuovi accessi per permetterne la bonifica. Tutto il personale, sedici tra medici e infermieri, era finito sotto indagine.

Le infezioni ospedaliere sono il mostro che tutti temono: dalla direzione generale all’ultimo degli studenti di medicina e di infermeria: tutti conoscono i rischi che l’attuale antibiotico-resistenza crea soprattutto negli ospedali, dove si concentrano supervirus e superbatteri. E la Serratia marcescens aveva colpito proprio nel reparto dove stanno i bambini più fragili: i prematuri, in cui le difese immunitarie sono ancora troppo scarse per permettere loro di lottare. E Paolo non ce l’aveva fatta.

In questi giorni è toccato ad altri piccoli, quattro per la precisione, che sono morti, senza che almeno per ora si riesca a risalire alla causa. I medici negano che ci siano collegamenti tra le piccole vittime, e anzi di uno di loro si evidenzia anche una sua malformazione che lo esponeva ancora di più al rischio della sopravvivenza. E ora i Civili sono di nuovo sotto i riflettori. L’accusa è pesante: il fascicolo aperto dalla procura è per omicidio colposo, anche se per ora non ci sono formalmente indagati.

Tutti neonati i bambini morti; tutti morti a poche ore dal ricovero; tutti concentrati nell’arco di pochissimi giorni: 30 dicembre, il 4 e 5 gennaio. È vero che erano tutti bambini in condizioni di forte criticità ed è possibile che ognuno di loro avesse contratto una sorta di morbo incurabile in ambienti esterni all’ospedale. Una qualche misteriosa epidemia che è nell’aria a Brescia e di cui loro sono i primi testimoni. Non lo sappiamo. Non si conosce la causa della loro morte, ma la gente non riesce a credere che i casi siano davvero del tutto scollegati tra di loro e che non ci sia nell’ospedale un fattore killer che ne accelera o ne determina il decesso.

I genitori, visibilmente affranti, chiedono la verità: vogliono sapere. Niente e nessuno gli restituirà il figlio appena morto. Ma non si rassegnano vogliono sapere e vogliono, nella misura del possibile, giustizia. Non credono che nel 2019 non ci siano antibiotici potenti ed efficaci per i propri figli. Se i bambini sono morti, certamente ci sarà stato qualche errore da parte di qualcuno! Ed è giusto dare la caccia all’errore, purché non diventi una caccia all’untore. Noi sappiamo che un cattivo uso degli antibiotici, e l’Oms ha più volte richiamato l’Italia a un uso più corretto degli antibiotici, è responsabile della mutazione genetica di virus e batteri, che diventano sempre più aggressivi e trovano negli ospedali il loro habitat preferito.

La medicina infatti pur avendo debellato tante malattie, pur sapendo controllarne moltissime, non è ancora in grado di vincere tutte le battaglie. Ha dovuto ricordarlo Ottavio Di Stefano, Presidente dell’Ordine dei medici di Brescia: “Una cosa però voglio dire: ancora oggi nel 2019 la medicina non cura e non guarisce tutto, come invece si tende a pensare fuori dall’ambiente medico. E questo nonostante dal 1978 si sia ridotto drammaticamente il tasso di mortalità neonatale”. È uno dei grandi paradossi del nostro tempo: da un lato malati e familiari si stupiscono che nel 2019 si possa ancora morire: di infezioni, di cancro, di malattie cardio-polmonari. La loro fiducia nella scienza è pressoché assoluta e guardano al progresso scientifico in campo medico come a una sorta di patente per l’immortalità. Dall’altro gli investimenti nella ricerca scientifica sono sempre minori e anche questo governo ha mostrato una miopia incredibile, che ha colpito duramente tutti gli enti di ricerca, a cominciare dalle università e dai policlinici universitari.

Nessuno può anticipare giudizi su di una vicenda su cui non si sono ancora fatti tutti gli accertamenti, a cominciare dalle autopsie; e meno che mai è lecito affrontare la vicenda con il dito puntato su questo o quel medico; su questa o quella procedura. Ma non è neppure possibile parlare dei fatti avvenuti, di quattro bambini morti, limitandosi a considerare il tutto come una tragica casualità, una vicenda a cui nessuno avrebbe voluto assistere, ma che c’è stata e lascia le quattro coppie di genitori in condizioni di prostrazione e di smarrimento. La prima forma di giustizia sarà la verità, ammesso che si riesca a capire il prima possibile cosa è accaduto, come e perché. E ammesso soprattutto che non ci siano altri fatti analoghi: ossia che non ci siano altri bambini morti.

Perché questo è in fondo quello che tutti temono di più. Nel mistero che circonda i fatti il timore è che possano ripetersi. Ed è questo il segnale di allarme che con il loro dolore i genitori lanciano. Lo ha scritto la mamma di uno di loro, Marco, accorata e dignitosa: “Mio figlio non c’è più, ma altri bambini potrebbero star male. Mi dicono che Marco ha preso un batterio, non si sa quale e parlano di sepsi…”. Dei tre deceduti in meno di una settimana, almeno due avevano una infezione batterica sicura…

A noi piacerebbe ricordare al ministro Grillo la sua battaglia coraggiosa, nella legislatura precedente, per un approfondimento sulle infezioni ospedaliere, non solo quelle di più piccoli, e sulla antibiotico-resistenza. Lei stessa è stata protagonista di interrogazioni e ha fortemente contribuito a una mozione sulla antibiotico-resistenza. È un campo in cui serve disporre al più presto di una formazione maggiore, un aggiornamento che investa Ecm di alta qualità, di gran lunga migliore dell’attuale, che vada dalle infezioni ospedaliere all’uso corretto degli antibiotici. È un campo in cui la sensibilità del ministro è ben nota. Ma oggi è necessario fare un passo avanti in più: occorre riprendere la ricerca scientifica proprio nel campo dei nuovi antibiotici, in cui l’Italia aveva fino a pochi anni fa una leadership consolidata. Servono fondi e risorse adeguate per la ricerca nel campo degli antibiotici e la morte di questi bambini potrebbe essere il segnale di allarme e di incoraggiamento indispensabile per abbattere resistenze che si sono accumulate in questi anni e rilanciare una sfida positiva nel campo della lotta alle sepsi ospedaliere.

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