CITTADINANZA A RAMI/ Giusto dargliela, ma ora dimenticate lui e i suoi compagni

- Monica Mondo

Con una inversione a u, Salvini ha detto sì alla cittadinanza per Rami, il 13enne che ha chiamato i carabinieri quando era ostaggio sul bus

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Rami Shehata e Adam el Hamami, inevitabilmente ospiti di Che tempo che fa (Foto da Youtube)

Lasciate stare i ragazzini. Smettetela di sfruttarli, quei ragazzini di Crema. Liberateli dai talk show, dalle interviste. Non chiamateli bambini, perché a 13 anni l’infanzia è finita. Dimenticateli, perché vivano la loro adolescenza senza essere strattonati per estorcere dichiarazioni usate per altri fini. Capisco che quando la politica non ha proprie ragioni si attacca a tutto, da un cantante di Sanremo a Greta, ma allora bisognerebbe dirlo, “quei ragazzi ci fanno gioco”.

Mi riferisco a Rami, eletto ad eroe e alfiere dell’immigrato buono, dell’italiano vero, di fatto sottolineando la sua differenza dagli altri compagni, quando forse lui non ci aveva mai pensato. Nato in Italia, come l’altro amico, Adam, di origini marocchine, quel giorno non credeva di suscitare un tale clamore mediatico sul suo gesto coraggioso: un occhio al telefonino, un altro ai compagni perché lo coprissero, ha fatto la cosa istintivamente più naturale del mondo, e più pericolosa: ha chiamato suo padre. E attivato il contatto, ha passato il testimone a un altro del gruppo, che ha guidato i carabinieri sulle loro tracce.

Eroismo? Audacia, connaturata ai giovani; l’eroismo è consapevole dono di sé, sacrificio fino all’estremo. Non è richiesto a nessuno, essere eroi, tantomeno a dei tredicenni. Rami, Adam e amici, terrorizzati, cercavano di scampare a un folle, temevano per la loro vita, hanno giustamente cercato di salvarla, e Dio solo sa cosa sarebbe successo se i loro tentativi di sventare il piano criminale fossero stati scoperti.

Appena scesi dall’autobus e riportati alle loro case, è iniziato il battage sullo ius soli. Non interessa qui discutere se si tratti di legge necessaria o meno, giusta o sbagliata. Non è opportuno riferirla a loro. Non è corretto, è ipocrita ritirarla fuori adesso, sfiorata la tragedia, esaltati gli animi. La notizia da subito è apparsa sui giornali a caratteri cubitali: sono italiani! Come se ci fossero dubbi, come se l’informazione non avesse dovuto anzitutto dar conto di quello che era successo, un delinquente di origini senegalesi sequestra un autobus di scolari (razzismo sottolineare la sua etnia d’origine? Macché: altrimenti non avrebbe organizzato il gesto eclatante). Poi ci si è messo Salvini, che sembra andarsele proprio a cercare, per solleticare la pancia dei suoi elettori più truci. “Si faccia eleggere e poi proponga le leggi che vuole”.

In realtà il ministro avrebbe dovuto rispondere al padre, di Rami, che si era affrettato a chiedere in diretta tv la cittadinanza per tutta la sua famiglia, perché è ovvio, un minorenne non vive da solo, non è autonomo. Normale che le autorità facessero tutti i controlli necessari, capissero se c’erano pendenze penali. E forse c’erano, seppur di lieve entità. Allora i sodali di governo, in calo di consensi e in cerca di sgomitate per mostrarsi a loro volta al loro elettorato scalpitante, impugnano la cittadinanza di Rami per esibirla come un trofeo. Salvini a sua volta risponde a tono, e volgendo la faccia buona sulla moneta concede benevolmente il presente, “come a un figlio”, facendo piovere dall’alto la regalia. Anche i duri si piegano, commossi, ed è un’immagine che può rendere.

Ometto i comprimari dello spettacolo, già sopracitati, ovvero i vari rami di una sinistra in cerca di spazi e motivazioni per dimostrare che esistono.

Ma Rami e Adam, e tutti gli altri, possono essere piegati agli stratagemmi della politica in affanno? Dovremo vederli in testa ai cortei, alle parate, imbeccati, estraniati dalla cerchia di compagni in cui non si sono mai sentiti diversi, a disagio? Nessuno psicologo che spieghi l’ovvio, che dopo un trauma così forte i minori hanno bisogno di cura, silenzio, di tornare protetti alla loro vita normale?

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