CROSSING THE ATLANTIC/ Jono Manson e Bocephus King, musica contro “la quarantena”

- Paolo Vites

I nuovi dischi prodotti in Italia di Jono Manson e Bocephus King

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Jono Manson (foto di Marc Millman)

Americani in Italia. Non è una storia nuova, abbiamo già raccontato di diversi casi analoghi. E non è solo una storia italiana, in realtà, ma europea. Altri paesi adottivi per musicisti americani di vaglia sono la Francia e la Germania. Succede dai tempi di Hemingway fino a Woody Allen, anche in altri campi non solo la musica. Il problema è che l’America e tanto grande e la competitività talmente elevata che è difficile emergere, aggiungendo poi anche l’ignoranza e la superficialità insita in tanti statunitensi. In Europa c’è sempre stata una maggior capacità di riconoscere e valutare la caratura artistica grazie alla nostra lunga e profonda storia culturale. Il jazz stesso, come forma musicale, venne riscoperto prima in Francia negli anni 20 e 30 e poi “ri-esportato” a casa dove era nato, gli Usa.

Oggi citiamo due validi cantautori rock, che in Italia hanno trovato una seconda casa, Jono Manson e Bocephus King. Il primo arriva dalla scena delle jam band newyorchesi di fine anni 80, inizio 90, quella di artisti e solisti come Blues Traveler, Spin Doctors e Joan Osborne. Dotato di una forte vocalità arrocchita e blues, Manson non ha colto il successo di massa degli amici, diventando un nome cult e sbarcando da noi grazie alla lungimiranza dell’ormai scomparsa etichetta valdostana Club de Musique. Numerosi dischi, produzioni importanti come Edoardo Bennato e adesso, finalmente, il suo nuovo lavoro solista, probabilmente il più bello, Silver Moon. Accompagnato da musicisti di alto livello come l’ex Allman Bros. e leader dei Govt Mule, Warren Haynes, l’amica Joan Osborne, Eric Ambel già nei Del Lords e anche con Steve Earle, Eliza Gilkyson, il nostro Paolo Bonfanti, Terry Allen e tanti altri, confeziona un gioiellino di songwriting purissimo, debitore in parti uguali al southern rock come al soul e naturalmente il folk. Un disco vintage, che sembra uscito dal periodo migliore della musica rock, gli anni 70.

Lo si intuisce subito dall’iniziale ballatone Home again to you fortemente debitrice del miglior Tom Petty, così come nel country soul che Delaney and Bonnie e il Clapton dei primi 70 resero una delle pagine più belle della nostra musica, brani come Only a dream e la bellissima I believe. La title track paga pegno al miglior Gregg Allman solista, impreziosita non a caso dalla elettrica di Warren Haynes. Degna dei grandi soulmen degli anni 60 è il duetto funky soul con l’amica Joan Osborne in Love me into loving again. Altrove Manson si diverte con lo stile che lo ha segnato a inizio carriera, brani rock blues alla Stones come I have a heart e Everything that’s old (again is new) mentre The Christian Thing ha l’andamento classico del country gospel caro alla Carter Family. Da sottolineare come in questo e altri brani Jono Manson, a differenza della stragrande maggioranza dei suoi colleghi, abbia il coraggio di affrontare il decadimento morale e politico dell’America di oggi. Un disco caldo, intenso, di classe. Difficile trovarne altri così oggigiorno, ci vuole un grande cuore e una grande cultura musicale.

Bocephus King in realtà è canadese, ma poco lontano dal confine, Vancouver. Da anni passa quasi più tempo in Italia dove un nutrito gruppo di appassionati lo ha eletto loro eroe personale, facilitati dalla generosità del cantautore che non si nega mai, sia suonare su un prato senza impianto davanti a dieci persone sia su palchi prestigiosi come quello del Club Tenco. Il nuovo disco è una eccitante rappresentazione della sua capacità di riunire stili musicali diversi in un calderone scoppiettante. Impossibile citare il numerosissimo gruppo di amici tra Italia e America che lo accompagna, tanti sono. Citiamo solo il magico Raffaele Kohler alla tromba, l’ex batterista di Springsteen Vinnie Mad Lopez e James Maddock. Dalla ballata dai sapori medievali che apre il disco, fascinosa e intensa, One more Troubadour, all’arrembante funk con tromba in evidenza di Something beautiful, ai rimi caraibici dominati da un organo Hammond grondante buone vibrazioni di Buscadero (che non è il noto giornale musicale, ma una pistola). Naturalmente colpirà l’ascoltatore italiano la presenza di due classici del nostro cantautorato cantati in inglese. Per una volta siamo noi a esportare musica: Farewell Lugano è il noto pezzo di Ivan Graziani, Lugano addio, che Bocephus fa delicatamente suo, mentre Creuza de ma di De André conserva il passo esaltante dell’originale.

Due dischi che dicono della buona semina fatta da appassionati italiani (entrambi i dischi sono stati pubblicata dall’etichetta musicale italiana Appaloosa Records), uno scambio culturale e musicale tra Stati Uniti e Italia in un periodo di muri e chiusure anche sanitarie, non solo razziali. E’ sempre la musica che ci dà la libertà che la vita spesso ci nega.

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