FILOSOFIA POLITICA/ Böckenförde: così lo Stato laicista cadrà su se stesso

Il giurista e filosofo tedesco, particolarmente caro a Sua Santità Benedetto XVI, ha partecipato a un recente dibattito “l’ethos dei giuristi”. GIUSEPPE BONVEGNA ha raccolto il nucleo principale delle tesi esposte in quell’occasione, introducendoci alla storia di questo pensatore

10.11.2009 - Giuseppe Bonvegna
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Ernst-Wolfgang Böckenförde (1930), giurista e filosofo tedesco, professore a Münster, Heidelberg, Bielefeld e Freiburg, giudice del Tribunale costituzionale tedesco dal 1983 al 1996 e tra i massimi studiosi dell’origine dello Stato moderno e del fenomeno della secolarizzazione, il 3 novembre ha tenuto la prolusione all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università Cattolica del Sacro Cuore su un tema (l’ethos dei giuristi) di grande attualità oggi, vista la temperie culturale nella quale viviamo, sempre più caratterizzata dal venire alla ribalta della questione dei diritti soprattutto in riferimento al problema della bioetica e delle minoranze etniche e culturali.

Il tema del pluralismo e dei diritti umani è stato sempre presente nella riflessione di Böckenförde: ne sono testimonianza la serie di saggi pubblicati tra il 1957 e il 2005, adesso disponibili anche in italiano (Stato, Costituzione, Democrazia, Giuffrè 2006; e Cristianesimo, libertà, democrazia, Morcelliana 2007). Collegati a quello dei diritti, sono i temi della libertà religiosa, di cui Böckenförde si è occupato già a partire dagli anni Sessanta (avrebbe poi partecipato ai colloqui di Castelgandolfo promossi da Giovanni Paolo II), e l’analisi del cattolicesimo tedesco degli anni Trenta – problema che Böckenförde visse in prima persona al tempo della crisi della Repubblica di Weimar e in seguito all’affermarsi dello Stato totalitario. Il centro dei suoi interessi scientifici e accademici è però quello della storia e della natura del concetto di Stato, su cui ha cominciato a scrivere, dopo gli studi presso le Università di Münster e di Monaco, almeno fin dalla tesi di dottorato in filosofia del 1961 (nel 1970 apparsa in italiano a cura di Pierangelo Schiera col titolo La storiografia costituzionale tedesca nel secolo decimonono: problematica e modelli d’epoca) e poi fino agli anni Novanta: è proprio nei suoi studi sullo Stato, grazie ai quali viene considerato uno dei principali rappresentanti della Staatslehre (scienza politica) tedesca, che è possibile trovare la chiave interpretativa, oltre che dell’intera sua riflessione, anche del suo contributo sul tema dei diritti.

 

Se già nel 1948 (con la Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo adottata dalle Nazioni Unite) si assiste al revival novecentesco delle discussioni intorno ai diritti umani e alla loro universalità, a partire grosso modo dalla fine degli anni Ottanta i diritti entrano come parte costitutiva nel dibattito sul multiculturalismo, all’interno del quale le due principali parti contendenti difendono, rispettivamente, il primato dei diritti etnici sui diritti umani universali (Charles Taylor), oppure il primato dei diritti umani universali sui diritti etnici (Will Kimlicka, Jürgen Habermas, Micheal Walzer). Si tratta di un dibattito la cui premessa è la pubblicazione, all’inizio degli anni Settanta, di un’opera del filosofo americano John Rawls (A Theory of Justice), nella quale ci si interrogava (nell’ambito di quelle che da allora in poi sarebbero state chiamate le “teorie della giustizia”) su quali principi di giustizia avrebbero dovuto ispirare le politiche dello Stato e si sosteneva che le dottrine comprensive riguardo alle concezioni personali del bene dovevano rimanere escluse dal dibattito pubblico.

È in un importante saggio apparso per la prima volta nel 1967, e adesso disponibile anche in italiano (La formazione dello Stato come processo di secolarizzazione, Morcelliana 2006), che Böckenförde giunge a coniare la famosa tesi secondo cui «lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non può garantire», in quanto per salvaguardare quella libertà che dice di voler difendere dovrebbe riconoscere ai singoli e alla società una «sostanza morale» dalla quale esso ha deciso di prescindere e che, d’altra parte, non può imporre, pena il ricadere in un confessionalismo contrario alla sua stessa natura.

Individuando, quindi, il limite della prospettiva politica rawlsiana (cioè il prescindere da qualsiasi riferimento pubblico a ogni tipo di metafisica del bene), il pensatore tedesco coglieva, in anticipo di un trentennio, quella che sarebbe stata la vera posta in gioco del recente dibattito, interno al multiculturalismo, tra neo-comunitaristi e neo-liberali: come è emerso nel 2004 dal dialogo tra l’allora cardinale Joseph Ratzinger e uno dei massimi rappresentanti della versione neo-liberale del multiculturalismo (Jürgen Habermas), la domanda sul rapporto tra diritti etnici e diritti universali, implicando il riconoscimento (presente ad esempio in Taylor) del fatto che gli stessi diritti umani universali sono figli di una concezione particolare del bene (quella occidentale cristiana), conduce anche a chiedersi se il cristianesimo è davvero in grado di garantire l’universalità dei diritti oppure comporta una loro relativizzazione alla cultura occidentale e cristiana (J. Habermas-J. Ratzinger, Ragione e fede in dialogo. Le idee di Benedetto XVI a confronto con un grande filosofo, Marsilio 2005).

 

A questo interrogativo, che nella riflessione di Ratzinger trova risposta in una metafisica della persona umana, che lo porta a parlare del cristianesimo e della razionalità occidentale come «i due partner principali» che «determinano la situazione globale come nessun altra delle forze culturali», Böckenförde, nel saggio del 1967, risponde ponendo un’altra domanda: cos’è il cristianesimo? Egli è infatti convinto che la nascita dello Stato moderno vada ricercata non solo in un processo di concentrazione del potere politico, ma anche nel fenomeno della secolarizzazione: un processo di differenziazione del potere temporale dal potere spirituale, la cui prima mossa fu di natura religiosa, consistendo nella scelta di Gregorio VII di affermare, con il Dictatus Papae del 1075, la supremazia della Chiesa sull’Impero attraverso la limitazione del potere della Chiesa «alla facoltà di giudicare e di decidere solo ratione peccati o ratione salutis» e, quindi, ponendo le premesse perché la sfera temporale venisse lasciata completamente nelle mani del potere politico.

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