CENSIS/ Cazzullo: il desiderio cambi la politica. Sapelli: ma chi ci salva dal nichilismo?

- int. Giulio Sapelli, int. Aldo Cazzullo

GIULIO SAPELLI, economista e ALDO CAZZULLO, editorialista del Corriere, a proposito del volantino di CL “Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo”

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Foto Imagoeconomica

Davvero è soltanto una «virtù civile»? Secondo il Censis l’Italia è senza più desiderio. Stando all’istituto diretto da Giuseppe De Rita, il paese se vuole salvarsi ha bisogno di «tornare a desiderare». Osservazioni che Comunione e liberazione ha ripreso in un volantino pubblicato venerdì scorso, dal titolo “Le forze che cambiano la storia sono le stesse che cambiano il cuore dell’uomo”. Il punto: «Ma chi o che cosa può ridestare il desiderio? È questo il problema culturale della nostra epoca». Per «riattivare la società» occorre che desiderio originale di vero e di bene che muove l’uomo sia vivo e libero di esprimersi, altrimenti il posto “vacante” rischia sempre di essere occupato da altre forze: quelle di un’etica astratta, che scade nel moralismo, o quelle dello Stato, come aveva detto profeticamente don Luigi Giussani nel suo discorso di Assago nel 1987.   

«Sarei più cauto» dice al sussidiario Giulio Sapelli, economista. «Secondo me c’è una parte ampia e bipartisan della società, non schematizzabile nelle divisioni politiche, che invece continua a desiderare. Tutti coloro che sono impegnati nella cooperazione, nelle associazioni, nel volontariato, nei sindacati, ma non solo: tutti i lavoratori più semplici, direi. È la parte sana dell’Italia. Qui gioca molto il mio vecchio pregiudizio di “operaista” inveterato», scherza Sapelli. Ma fino a un certo punto. «Vedo che più si scende nella scala sociale più le persone sono desideranti e hanno ancora dei valori. Quello che dice il Censis è vero, ma sa di chi? delle classi medio alte. Insomma, chi comanda. Gli altri sono tutte persone accomunate dalla volontà di migliorare le loro condizioni. Fortunatamente il Censis fa più opinione che rappresentazione della realtà».

«Non vedo questa divisione nella società italiana» risponde a Sapelli Aldo Cazzullo, editorialista del Corriere. Solo in un aspetto la nostra è una società classista: nel senso della conservazione dell’esistente, attraverso le sue lobby personalistiche, familistiche e politiche, speculari all’operosità e ai tanti legami virtuosi che si vedono in giro. La vera emergenza è questa, che non è premiato il merito. Questo genera sfiducia e ci rende incapaci di futuro».

L’analisi di Cazzullo parte dal volantino e va alle implicazioni politiche. «Il Censis non parla solo di desiderio, ma anche di sogno. Cl ha incentrato la sua riflessione sul desiderio di verità dell’uomo e da osservatore riconosco che molte tesi di Giussani erano profetiche. Ma a me pare che la crisi principale non sia di desiderio, ma di fiducia nel futuro. Che cosa alimenta infatti la patologia della rassegnazione? La grande maggioranza dell’Italia “desidera”, costruisce e lavora ma nello stesso tempo non ha più la fiducia che il suo sacrificio possa preparare un futuro migliore, e questo perché non conta meritare, ma essere inserito in una rete di relazioni cui si accede per nascita o affiliazione politica. Lo vediamo nella Parentopoli romana, nelle aziende private, nella compravendita politica di questi giorni. A livello economico poi più uno lavora più è vessato dal fisco. Ma questo è come dire che l’impegno dei singoli – chiamiamole pure opere del desiderio – non hanno valore. Tutto ciò non induce a migliorarsi, a investire, a sacrificarsi. Il problema è una catena depressiva che contrasta quella virtuosa».

Ma c’è una cosa nel volantino di Cl che non convince Cazzullo. «È l’insistenza e il continuo richiamo, fatto da Giussani e continuato dopo di lui, sul moralismo. Qui il problema non è più l’ossequio alle norme ma un vero e proprio deficit di etica pubblica: lo spettacolo di questi giorni, con parlamentari che passano da un estremo all’altro dello schieramento politico, è la totale assenza di morale. È qualcosa che chiede una risposta».

«Io il desiderio – continua Cazzullo – lo vedo nella grande domanda politica dell’Italia moderata che non è soddisfatta. Anche questo è desiderio di cambiamento. La mia personale opinione è che dal berlusconismo si debba uscire; ma da esso non si esce a sinistra, che non è in sintonia con il nord del paese e si limita a rappresentare le vecchie liturgie di piazza alla maniera del vecchio Pci. Credo che Cl non possa limitarsi al foedus che molti suoi esponenti di riferimento hanno stretto con Berlusconi. Mi chiedo se non possa considerare di essere chiamata oggi a lavorare anch’essa per trovare quell’alternativa moderata che gran parte del paese chiede».

 

Anche l’analisi di Sapelli si sposta sulla politica. «Perché la politica è sempre pedagogia, anche quando non vuole esserlo. Detta modelli che si incontrano o si scontrano con le aspettative della gente. La maggioranza degli italiani può credere ancora in Berlusconi, anche senza simpatizzare per la sua vita privata. Come può credere ancora in Bersani, anche se fa un discorso vecchio di un secolo. Forse gli uni e gli altri vorrebbero però che al posto di quei due – e non solo loro – ci fosse qualcun altro. Questo non è desiderio? Che la gente continui a desiderare vuol dire che pensa che ci possa essere un mondo migliore dell’esistente. Il fatto è che la politica non è più capace di indicare un orizzonte e in questo ha fallito il suo compito».

 

«Perché – continua Sapelli – noi desideriamo sempre. Il problema non è “tornare a desiderare”, ma creare le condizioni per cui la gente si accorga di avere questo desiderio e lo trasformi in azione collettiva». Sul serio non spetta alla politica? Sapelli è convinto di no. «Forse il destino della politica attuale è proprio quello di andare a grandi passi verso il suo disfacimento, per completare la sua delegittimazione e porre le basi di qualcosa di nuovo. No, quel compito può essere solo della Chiesa e dell’associazionismo non partitico. La politica attraversa innanzitutto una profonda crisi teorica. Altrove ci sono state le riforme del laburismo e del riformismo, da noi la politica vive ancora di rendita sulle idee di Turati, Gramsci, Maritain e Sturzo. La sussidiarietà è mai diventata un programma politico? Solo in Lombardia, ma l’hanno isolata come se fosse un bubbone infetto. Poi però bisogna anche dire che l’esperienza politica lombarda non ha ancora trovato un’elaborazione critica…».

 

Sul ruolo della Chiesa si dice d’accordo anche Cazzullo. «Trovo molto interessante l’atteggiamento che la Chiesa italiana ha verso i 150 anni dell’unità del paese. Bagnasco, che Cl ha citato nel suo volantino, non si stanca di richiamare il valore dell’unità d’Italia e della costruzione di un federalismo solidale. Il risorgimento, rimasto orfano perché nessuno sembra più volerlo – non la Lega, non la sinistra – e che è stato fatto contro la Chiesa, finisce per essere oggi “salvato” proprio dalla Chiesa. Non le rimprovero alcuna ingerenza: al contrario, auspicherei una critica ancor più aspra della mancanza di etica pubblica».

 

Rimane il grande tema di come ridestare il desiderio. «Non basterà più una risposta ideologica – afferma Cl – perché di tutti i progetti abbiamo visto il fallimento». La grande alternativa che si pone è tra ideologia ed esperienza. «Possiamo sperare di uscire dalla drammatica situazione attuale se tutti – dice il volantino – decidiamo di essere veramente ragionevoli sottomettendo la ragione all’esperienza, se cioè … siamo disponibili a riconoscere qualcosa che nella realtà già funziona». È un punto che mette insieme Sapelli e Cazzullo.

«Nel presentare il mio ultimo libro – dice Cazzullo – ho girato molto l’alta Lombardia, e ho avuto modo di incontrare tanti piccoli imprenditori. E ho visto in loro un grande voglia di battersi, di allearsi, di salvare le loro imprese e i posti di lavoro. Insomma gente che non vive di rendita e non si arrende. Certamente sono tutte persone che “salvano” il desiderio…». «Sto dalla parte dell’esperienza – conclude Sapelli -, dei tanti che desiderano e per questo agiscono anche se chi fa gli studi non li vede o non vuole vederli. È solo l’esperienza che oggi può trasmettere la cultura ed essere l’unico credibile antidoto al nichilismo. A patto che la Chiesa sia Vangelo vivo e vada davvero in mezzo alla gente».

 



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