CENSIS/ Recalcati: caro De Rita, chi ci darà il desiderio che ci serve?

- int. Massimo Recalcati

Dobbiamo «tornare a desiderare» dice l’ultimo Rapporto Censis. Ma cos’è il desiderio, di cui dovremmo rifare al più presto la nostra virtù civile? Parla MASSIMO RECALCATI

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Edvard Munch, L'Urlo (1893, particolare. Foto Ansa)

L’Italia ha superato la crisi, ma le nostre tradizionali risorse potrebbero non  bastare più e a quel punto il declino sarebbe inevitabile. Dobbiamo «tornare a desiderare», dice l’ultimo Rapporto Censis, fotografando un paese dalle molte contraddizioni. Il problema è proprio questo: il nostro desiderio si è come dissolto, siamo incapaci di relazioni, uomini senza legami.

Ma che cosa c’è scritto sulla carta di identità del desiderio di cui Giuseppe De Rita ha annunciato la scomparsa? Qualche indizio, nel Rapporto, lo si trova: è lo stesso presidente del Censis a spiegare che per capire il paese occorre «scendere nell’inconscio», e una sua intervista al Manifesto del 23 novembre ne dava in anticipo la conferma: il “padre spirituale” del desiderio di De Rita non è Agostino, ma la psicoanalisi. Il sussidiario ne ha parlato con Massimo Recalcati, psicoanalista allievo di Jacques Lacan e autore de L’uomo senza inconscio.

L’analisi del Censis è spietata: il rapporto parla di «declino della soggettività» e di spegnimento del desiderio. Che ne pensa?

Partirei con una costatazione che ho esplicitato anche martedì sul Manifesto: e cioè che la lettura di De Rita è fortemente debitrice di un mio lavoro pubblicato nel gennaio di quest’anno, L’uomo senza inconscio. Tutta la parte teorico-interpretativa del rapporto Censis utilizza in modo ampio, e per certi versi anche nuovo, una terminologia tipica della psicoanalisi. C’è un punto di contatto evidente: l’uomo senza inconscio del mio lavoro è l’uomo senza desiderio di cui parla De Rita.

Ma lei cosa dice in quel libro?

Ho teorizzato che la cifra fondamentale del nostro tempo è lo spegnimento del desiderio e l’affermazione di una pulsione sregolata che esige il soddisfacimento immediato. Ora scopro che la sociologia si fa ampiamente ispirare dalla psicoanalisi… Non è una cosa così consueta. Naturalmente mi fa piacere: amo la circolazione delle idee.

Dunque la lettura del Censis incontra l’interpretazione cui lei giunge a partire dal suo lavoro. È così?

Direi di più: De Rita ammette – non nel rapporto ma altrove (cfr. l’intervista di Carlo Lania su Il Manifesto, 23 novembre 2010, ndr) di essere stato ispirato da L’uomo senza inconscio. È una mia tesi che il nostro tempo è quello dello spegnimento del desiderio e che questo dà luogo a due fenomeni macroscopici: il primo è l’affermazione di una pulsione senza limiti, cioè la spinta al soddisfacimento immediato senza più argini simbolici. Alcune figure psicopatologiche dominanti come la bulimia, la tossicomania o anche l’obesità mettono bene in evidenza come il soggetto contemporaneo sia schiavo della pulsione. Un uomo senza desiderio, cioè senza inconscio.

Il desiderio per lei è inconscio?

Ci arriviamo. Il secondo fenomeno-chiave è che lo spegnimento del desiderio può dar luogo a quelle posizioni del soggetto – di cui l’anoressia rimane l’esemplificazione più eloquente – dove un io “compatto”, disciplinato, normalizzato rinuncia ad ogni esperienza di desiderio per preservare la propria identità. Esattamente come l’anoressica fa col cibo: si chiude in se stessa per tenersi lontana dai rischi del desiderio, perché il desiderio implica strutturalmente “contaminazione” di sé, confronto, imprevisto. E dunque rapporto. Non è un caso che allo spegnimento del desiderio faccia da contraltare la degenerazione dei legami sociali.

 

Come siamo arrivati a questa crisi? Nelle Considerazioni generali il Censis dice che per capire la frantumazione sociale occorre «scendere nell’inconscio».

 

Nella mia ricerca metto in evidenza soprattutto due cause che potrebbero aver determinato questa crisi generale dei legami sociali. La prima – e qui utilizzo una metafora del mio maestro Jacques Lacan – è l’evaporazione del padre. Con ciò Lacan intendeva dire che il nostro è il tempo in cui non esistono più binari simbolici solidi entro cui far scorrere le nostre vite. E la seconda è l’affermazione incontrastata di quello che Lacan chiama il Discorso del capitalista. Cioè l’idea che la salvezza dell’essere umano, la possibilità di risolvere il dolore di esistere, è data dall’oggetto: per salvarci dobbiamo appropriarci di oggetti. Salvo poi verificare che nessuno di essi basta a dare la felicità.

 

Per capitalismo intende la sua degenerazione consumistica?

 

Soprattutto questa. Non è tanto un’accusa al capitalismo come sistema, che nella sua storia ha avuto diverse forme che non vanno confuse. Ma esiste un nocciolo duro nell’economia capitalista legato profondamente all’idea che la salvezza è nel possesso dell’oggetto. Tutte le patologie del desiderio con le quali abbiamo oggi a che fare si caratterizzano per una schiavitù del soggetto nei confronti dell’oggetto. Il cibo, l’ideale del corpo perfetto, lo psicofarmaco, l’oggetto tecnologico sono tutti partner in-umani che hanno fatto irruzione sulla scena modificando i legami interpersonali e sbilanciandoli dal lato dell’oggetto.

 

Secondo il Censis occorre «tornare a desiderare»: «solo il desiderio può darci lo slancio per vincere il nichilismo dell’indifferenza generalizzata». Ma seguendo quello che lei dice, non è lo stesso nichilismo contemporaneo ad avere plasmato e ridotto il nostro desiderio?

 

 

Sono i processi che le ho descritto in chiave psicoanalitica ad aver operato una riduzione del desiderio a capriccio, vale a dire il soddisfare ognuno quel che gli viene in mente. E infatti oggi siamo spettatori di una libertà adolescenziale, che si alimenta dell’illusione di non avere vincoli. Il desiderio invece  – come sostengo ne L’uomo senza inconscio – è sempre in rapporto ad un limite. Mentre il problema del nostro tempo è che il limite viene vissuto come qualcosa di repressivo, com’è nel mondo infantile dove i bambini incalzano gli adulti con continue richieste di oggetti. È difficile per un adulto dire no al bambino, ma al tempo stesso è il no che fa nascere e sviluppa il desiderio. Al contrario l’appagamento senza limiti genera quella che possiamo definire una posizione perversa, perché incapace di “sopportare” il limite.

 

Salvatore Abbruzzese, su questo giornale, ha scritto che il pensiero moderno ha «ingannato» il desiderio, attribuendogli un diritto assoluto di soddisfazione di fronte alle cose.

 

Sì. È il frutto dell’iperedonismo contemporaneo: il mito della liberazione del desiderio. Una versione cieca e immaginaria del desiderio, che nella sua posizione estrema coincide con la libertà di fare quel che si vuole. In psicoanalisi invece il desiderio è un dovere. Dire: “dobbiamo tornare a desiderare”, come si dice nel rapporto Censis, può sottintendere una visione razionalistica e “proprietaria” del desiderio.

 

Ha detto che «il desiderio è un dovere». Cosa significa?

 

Vuol dire che implica una responsabilità. Non solo rispetto al nostro desiderio, ma rispetto anche al desiderio dell’altro, dunque rispetto al legame sociale.  È desiderio quando siamo di fronte ad una scelta in cui ne va della nostra esistenza.

 

Ma allora il desiderio è relativo ad una totalità di significato. Non è la perfezione come compimento del desiderio di cui parla anche Tommaso d’Aquino quando dice che «tutti desiderano il raggiungimento della propria perfezione»?

 

Per la psicoanalisi il desiderio ha una natura inconscia. E dunque non è in realtà qualcosa che io “posseggo”, ma qualcosa che mi possiede, come nella dimensione cristiana della vocazione. Gli esseri umani sono tanto più felici quanto più sono prossimi al desiderio che li abita. In altre parole, se un soggetto vive lontano dal suo desiderio – lontano dalla sua vocazione – o diciamo pure: lontano dalla “chiamata” dell’inconscio, sta male. Più un soggetto invece vive nella coerenza rispetto al desiderio che lo abita, più si approssima a quella felicità che è impossibile a noi umani. Però per approssimarsi a questo, il desiderio richiede scelta, dovere, assunzione etica della responsabilità.

 

Cosa vuol dire non essere proprietari del proprio desiderio?

 

 

Io non sono proprietario del mio desiderio proprio perché esso ha a che fare con una chiamata. Può sembrare un’espressione un po’ “mistica”, ma non è poi così lontana da quel che accade nella vita degli uomini. Pensiamo per esempio ad un adolescente che si sente attratto da un certo tipo di esperienza, di passione o di sapere e viene ostacolato in questo da un certo tipo di educazione familiare. Non conosce bene lui stesso la provenienza di questa spinta, nondimeno essa c’è ed è potente. Il desiderio è questa spinta che pur venendo da me stesso, mi trascende: è qualcosa che io non posseggo – ed è per questo che lo definiamo inconscio – ma di cui devo nondimeno farmi responsabile.

 

Qual è il rapporto tra il desiderio che è in noi e la nostra ragione?

 

Il desiderio esige la responsabilità anche se essa non è mai una padronanza razionale. Il desiderio mostra sempre il limite della ragione, o se vogliamo, ha in sé una “ragione” che oltrepassa le capacità della nostra ragione. Questo è un aspetto molto importante che manca nella premessa teorica di De Rita. Il desiderio non può essere alienato da un miraggio di padronanza. La psicoanalisi sostiene un’immagine indebolita della soggettività umana, ma è la debolezza di chi non può essere padrone del proprio essere: l’esistenza non si governa con la sola ragione. Qualcosa, nella vita, sfugge sempre. Il paradosso è che proprio in questa non-padronanza la responsabilità diventa centrale.

 

Nel corso di questa conversazione lei ha identificato più volte il desiderio con la profondità dell’inconscio… perché?

 

Il desiderio è inconscio in quanto noi non ne siamo i proprietari. E da questo punto di vista il desiderio sempre si accompagna all’imprevisto, alla sorpresa, all’inaudito, al non ancora visto, al non saputo. La dimensione dell’incognita e dunque per certi aspetti quella dell’avventura, della creazione e dell’invenzione – appartiene alla dimensione del desiderio. Di fronte ad esso non possiamo fare appello ad un sapere capace di ridare al soggetto la padronanza del proprio essere. Questo sapere non esiste, è un’illusione.

 

Torniamo allora alla responsabilità e al rilancio del desiderio.

 

Il problema, riformulato, diventa il seguente: perché un soggetto sa desiderare e l’altro no? Perché c’è qualcosa del desiderio che si è trasmesso da una generazione all’altra. Se c’è un’estinzione del desiderio è perché c’è stato un fallimento nella sua trasmissione. Questo il rapporto Censis non lo dice. La facoltà di desiderare non è innata: passa attraverso un’eredità.

 

Lei parla di «trasmissione» del desiderio. Ma se ne dessimo un’accezione ontologica, se cioè il nostro desiderio facesse parte della nostra natura, non sarebbe tutto più facile?

 

 

Non c’è dubbio che il desiderio è strutturale all’essere umano come tale in quanto siamo fatti di mancanza e per ciò stesso di desiderio. Ma la domanda rimane aperta: perché viene meno il desiderio – o se preferisce: perché la dimensione ontologica del desiderio sembra oscurata? È l’evaporazione del padre: qualcosa viene meno nel passaggio di testimone da una generazione all’altra.

 

E come possono gli adulti educare il desiderio?

 

Certamente non attraverso la retorica razionalista della pedagogia e nemmeno attraverso una programmazione cognitiva. Il desiderio si educa in un modo molto semplice: con la testimonianza. La testimonianza è un sapere che si incarna in un desiderio. L’assenza di una testimonianza così concepita è il principale problema di oggi.

 

Insomma, un esempio di vita buona realizzata.

 

Assolutamente sì. Ma attenzione: quegli esempi di vita buona che rendono possibile la trasmissione del desiderio, se sono testimonianze non lo sono intenzionalmente, perché la testimonianza che vuole porsi come esemplare rischia di scadere nella palude del moralismo. Il peggio che possa capitare.

 

(Federico Ferraù)

 

 



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