MERCATO/ Tre mosse per rendere l’economia più “umana”

Per gentile concessione dell’autore, anticipiamo l’utlima parte di un capitolo dell’ultimo libro di DAVID SCHINDLER, Ordering Love, Eerdmans 2010, di prossima uscita in Italia

06.08.2010 - David Schindler
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Foto Imagoeconomica

Per gentile concessione dell’autore, anticipiamo un capitolo dell’ultimo libro di David Schindler, Ordering Love, Eerdmans 2010, di prossima uscita il Italia. La prima, la seconda, la terza e la quarta parte sono già state pubblicate dal sussidiario.

Rimane una domanda finale: quale alternativa può essere proposta? In risposta a questa domanda offro tre brevi riflessioni: ciò che è richiesto in primo luogo da questa critica non è un nuovo sistema economico, ma una “nuova” antropologia. Questa antropologia richiede una trasformazione radicale (radicale: da radix, radice) dell’economia di mercato nella sua dominante versione liberale, ma soltanto come segno e espressione di una previa trasformazione di noi stessi nelle relazioni che più profondamente ci definiscono. Un cambiamento del sistema dell’economia di mercato che precedesse questa chiamata alla trasformazione interiore di sé, risulterebbe in ciò che sarebbe soltanto un’altra versione dell’homo oeconomicus, anche se vestito di un altro abito.

In secondo luogo, l’alternativa richiesta dalla mia critica non richiede innanzitutto un incremento dell’intervento del governo, per due ragioni: lo scopo del governo è il servizio al bene comune attraverso la promozione della solidarietà seguendo il principio della sussidiarietà: promozione, quindi, di una solidarietà che deve prima essere realizzata localmente. Di più, il governo non è affatto il primo luogo a cui rivolgersi per risolvere i problemi cha abbiamo identificato perché esso è quasi interamente gestito da tecnici. I governi contemporanei di stampo liberale e democratico, possono essere descritti come “tirannia di burocrati” (Solženicyn) guidati innanzitutto da avvocati, esperti accademici, e il resto del clero laico, e cioè da coloro che sono i meno capaci di riconoscere la mercificazione come una riduzione della realtà.

In terzo luogo, il punto della mia critica, in termini positivi, è che ognuno di noi dovrebbe cominciare semplicemente a riflettere sulla propria vita alla luce dei principi enunciati sopra. L’alternativa che propongo, in altri termini, non deve essere primariamente imposta attraverso il meccanismo di un nuovo sistema di governo, ma invece proposta attraverso la trasformazione interiore della nostra persona particolare. Tale trasformazione coinvolgerà la nostra partecipazione, in quanto cittadini, nella realizzazione di una più profonda comprensione del bene comune nell’ordine politico. Non abbiamo bisogno di fare un cambiamento ex abrupto della nostra professione, del nostro luogo di vita ecc.

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Possiamo e dobbiamo invece cominciare precisamente dove siamo, qui e ora, e dall’interno della nostra realtà concreta. Tutti noi siamo in diversi modi “aventi”, produttori e consumatori. Ciò che dobbiamo fare prima di tutto è prestare maggiore e più paziente attenzione a Dio, alla famiglia, alla nostra comunità civile locale, alle cose della natura. Tutti questi rapporti raggiungono il cuore del nostro essere creature. Soltanto questa attenzione orienta il nostro amor proprio verso l’amore altro-centrico, in modo che sia noi stessi in quanto soggetti sia gli oggetti dell’attività economica siamo faccende di gratitudine e di dono, in un modo che afferma mentre trasforma il significato dell’interesse proprio, del profitto e della ricchezza.

 

I limiti del foro presente precludono lo sviluppo dettagliato di ciò che questo significa. Ciò che è cruciale è recuperare l’abitudine della coscienza paziente e la libertà nostra in quanto creature, come provenienti da e per Dio e gli altri. Due esempi ci aiuteranno a capire ciò che questo implica. Innanzitutto possiamo recuperare un senso della nostra realtà di figli: di Dio, dei nostri genitori, e delle generazioni di genitori prima di loro, dell’intero mondo creato che ci precede e che rimane la condizione anteriore del nostro essere. Essere un figlio è essere da altri per altri. Insegniamo ai nostri bambini a dire “per favore” e “grazie”. Ma, correttamente intesa, questa non è semplicemente una questione di buona educazione, ma è insegnare loro la verità del loro essere, che sta nella realtà del bambino come un dono che provoca gratitudine.

 

Recuperare questa fanciullezza è il primo passo verso il riconoscere che i rapporti che ci danno il nostro senso più profondo non sono quelli regolati da contratti, ma sono quelli che ci sono dati nella costituzione del nostro essere. In secondo luogo, possiamo provare a vivere la libertà nel senso più vero come ordinata nella sua profondità al dire “per sempre”, alla vocazione. L’atto di creazione di Dio porta in sé la struttura di un patto. Egli promette la fedeltà al creato e invita le sue creature a ricambiare questa fedeltà. Ciò implica dire “per sempre”, che normalmente prende la forma di un voto, o nella verginità consacrata o nel matrimonio.

 

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Dire “per sempre” permette l’ingresso dell’interezza del nostro essere in ognuna delle nostre azioni e produzioni. Ovvero di nuovo il paziente attingere l’eternità in ogni momento e in ogni luogo della nostra esistenza, dando ad ogni momento e luogo una profondità e pienezza di significato letteralmente infinite. Qui, mi sembra, tocchiamo il fondamento della verità ineliminabile di ciò che si chiama “distributismo”, e cioè che dobbiamo imparare ad inabitare il tempo e a stare in un luogo, inabitando le comunità organiche in cui siamo nati: la comunità con Dio attraverso questa famiglia particolare e le generazioni di famiglie, in un tempo, luogo e ambiente naturale particolare.

 

Questa comunità raggiunge in e attraverso questa particolarità di famiglia, tempo, luogo e ambiente, l’interezza del mondo creaturale di tutti i tempi, di tutti i luoghi. Inabitando la comunità in questo luogo realizziamo il senso in cui la “proprietà” alla sua radice è simultaneamente una faccenda di coltivazione, cultura e culto (Joseph Pieper), in cui un’economia autentica è questione di capitalizzare solo in quanto si tratta più fondamentalmente di promuovere la sufficienza e la completezza genuinamente umane. La realizzazione di una visione alternativa della vita economica, implicata dalla mia critica, non richiede che ci spostiamo dalla città o dalle professioni urbane a, per esempio, l’agricoltura (anche se la sopravvivenza delle fattorie locali, appartenenti a delle famiglie, è una questione urgente per la salute della civiltà).

 

Il punto, invece, è che ognuno di noi è già coinvolto in una attività economica, in qualche modo: nelle professioni, come casalinghe, come operai o uomini d’affari. Ognuno di noi in diversi modi, come proprietari, produttori, compratori e consumatori di cose. Tutti possiamo cominciare a vivere più profondamente la nostra realtà, in quanto da e per Dio e gli altri, meditando come dall’interno della nostra attività economica in tutti questi modi concreti possiamo approfondire la libertà come ordinata intrinsecamente al dire “per sempre”, in un modo che attinge l’eternità in ogni momento e luogo della vita e dà forma grata e generosa ad ognuna delle nostre attività. Soltanto in questo modo, che è solo apparentemente “piccolo”, possiamo veramente trasformare la libertà economica, il possedere proprietà privata, il guadagnare profitto e il realizzare ricchezza come concepiti e praticati nella dominante economia di mercato.

 

(5 – fine)

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