LAICITA’/ Perché i dissidenti cinesi diventano cristiani per difendere i loro diritti?

Cina, Egitto e Tunisia: la battaglia per i diritti umani ripropone in modo inevitabile, secondo GIUSEPPE BONVEGNA, il tema dell’incontro tra modernità e cristianesimo

26.02.2011 - Giuseppe Bonvegna
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Foto: Imagoeconomica

“Il cristianesimo viene combattuto in Cina perché è visto dal potere come il fondamento dei diritti umani”. Di recente padre Bernardo Cervellera (missionario del Pime e direttore di AsiaNews) ha parlato al Centro Asteria di Milano in occasione di un importante incontro serale organizzato dall’Associazione “Le 2 Città”, dal titolo Persecuzione e libertà religiosa.

Tirare in ballo il cristianesimo per rispondere alla domanda sul fondamento dei diritti umani (sui quali si basano anche le democrazie e le costituzioni moderne), come facevano nel 1943 Jacques Maritain (Cristianesimo e democrazia) e, nel secondo dopoguerra, il filosofo del diritto Giuseppe Capograssi (1889-1956), è una strada che oggi gode di sempre più rinnovato interesse. Essa non riesce però a scalfire i presupposti filosofici di quella forma di liberalismo inaugurata dal filosofo americano John Rawls (1921-2002) volta a escludere il riferimento religioso dalla discussione politica nella sfera pubblica.

Infatti, nonostante la tesi delle radici cristiane della moderna nozione di democrazia abbia trovato spazio, alla metà degli anni Novanta, nel liberalismo di Norberto Bobbio (1909-2004), permane tuttavia anche in un pensatore come Jürgen Habermas (che pure è uno dei campioni del riconoscimento delle concezioni comprensive del bene all’interno del dibattito politico) l’idea secondo la quale il cristianesimo arreca allo Stato liberale un apporto soltanto esterno (una specie di ancora di salvezza dalla modernizzazione della società) e non sostanziale.

Bernardo Cervellera non è un filosofo e forse nemmeno un teologo, ma la sua testimonianza non lascia adito a dubbi: è talmente vero che il cristianesimo sta al fondamento dei diritti umani, che diversi dissidenti cinesi diventano cristiani proprio per difendere i loro diritti continuamente negati dal governo comunista. Non in chiave cristiana, ma comunque in chiave di difesa dei diritti umani vanno letti, secondo Cervellera, anche i recenti sommovimenti in Tunisia e in Egitto: qui il presidente dimissionario Mubarak, nonostante avesse fatto promesse di anti-fondamentalismo, avallava leggi fortemente anti-cristiane (e filo-islamiche), come dimostra il fatto che, all’indomani della strage della notte di Capodanno ad Alessandria d’Egitto, i cristiani egiziani hanno protestato non contro i fondamentalisti islamici, ma contro il governo.

Come si vede, anche a proposito dei recenti fatti d’Egitto torna in primo piano il cristianesimo e, questa volta (a differenza ma non in contraddizione con il caso cinese), in una forma ancora più interessante per il dibattito sul rapporto tra cristianesimo e diritti umani. Mentre infatti il caso cinese mette a nudo il ruolo fondativo del cristianesimo nei confronti dei diritti umani, quello egiziano permette di vedere la questione da un altro punto di vista: ogni rivendicazione di libertà e di democrazia è, potenzialmente, una rivendicazione di cristianesimo.

 

Non a caso (e anche su questo punto Cervellera non poteva essere più chiaro) il fondamentalismo islamico accomuna in un solo obiettivo cristianesimo e modernità, visti come due facce di una stessa medaglia e (aggiungo) a ragione visti così: se è vero infatti che l’Occidente poté giustificare le libertà personali e sociali, politiche ed economiche (che sarebbero passate poi nell’età moderna) sulla base di una dottrina del diritto naturale che risaliva almeno a Cicerone e a Seneca, è altrettanto e forse ancor più innegabile che i vertici di tale riflessione vennero raggiunti durante il periodo della cristianità medievale.

 

Non mi dilungo su questo aspetto, sul quale ormai non mancano comunque le possibilità di approfondimento, ma faccio notare soltanto come l’equazione tra cristianesimo e modernità sia quanto meno problematica: se infatti la modernità non si spiegherebbe senza il cristianesimo, non tutta la modernità fu conforme alle sue radici cristiane (anzi la maggior parte di essa non lo fu) e, sulla modernità cristiana di Pascal, di Vico, di Tocqueville e di Rosmini (la cui proposta di una via alternativa al moderno veniva richiamata già negli anni Sessanta da Augusto Del Noce), vinse la modernità laicista di Rousseau, di Voltaire, di Kant, di Hegel, di Feuerbach, di Marx e di Nietzsche.

 

Se per un confronto tra queste due anime della modernità risulta utile il divulgativo Ripensare la modernità di Luigi Negri (Cantagalli 2003), è ancora padre Cervellera nel suo incontro milanese a sottolineare il fatto che “laicismo”, più che con “modernità”, fa rima con “fondamentalismo”: l’anima del laicismo, infatti, non è altro che la pretesa di un potere umano di ergersi a padrone assoluto del destino dell’uomo e, in quest’ottica, risulta indifferente che tale potere sia la ragione, la passione, lo Stato, o la religione stessa, qualora sia privata dei suoi autentici caratteri.

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