ARTE/ Senza il privato (sociale) la bellezza non vincerà sul declino

- Nunzio Lionetti

In Italia abbiamo una straordinaria densità di patrimonio storico-artistico e bellezze naturali. Esso può essere salvato e rivissuto solo per una nuova opera delle persone. NUNZIO LIONETTI

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A. Gaudì, Sagrada Familia (Immagine dal web)

In Italia abbiamo una straordinaria densità di patrimonio storico-artistico e bellezze naturali. Questo patrimonio è la sintesi più eloquente della nostra identità. Purtroppo le situazioni di degrado, di incurie e di indifferenza istituzionale sembrano aumentare, non solo nei casi plateali e internazionalmente riconosciuti di Pompei o Cerveteri, ma anche in quelli minori che costellano le nostre città e province. 

La strada per una rinascita è quella di poter sfruttare appieno – culturalmente ma anche economicamente – questo patrimonio. I sussidi pubblici forniti dallo Stato saranno prevedibilmente sempre meno, dunque il tema vero è quello del buon uso delle risorse che sono messe a disposizione. Affinché questo avvenga, ci vuole una limpida cooperazione tra pubblico statale e privato sociale nella gestione e valorizzazione dei beni culturali. Ovvero si tratta di permettere che vivano e aumentino quelle che il saggista e critico di Libero e Giornale Luca Nannipieri considera la vera colonna vertebrale finora non pienamente utilizzata dell’Italia attuale, cioè cooperative, comunità, associazioni, libere insorgenze di persone che lavorano per rendere più vivo e degno di futuro il patrimonio italiano. Si tratta quindi di considerare la cultura attiva e i beni culturali giacenti come forma del welfare della società, esattamente come la salute. Perchè ciò non accade?

La filosofa e psicanalista Julia Kristeva, propugnando da tempo un nuovo umanesimo, scommette sul fatto che uomini e donne sapranno rinnovarsi. Come? Credendo e apprendendo insieme. Infatti nel nostro passato l’interazione tra umanesimo e cristianesimo ha dato vita a cattedrali stupefacenti, tabernacoli, pievi, basiliche, affreschi, pale d’altare, che punteggiano l’intero continente europeo. Credere e apprendere, attraverso iniziative di riqualificazione e riappropriazione collettiva del patrimonio, sussidiando i compiti dello Stato, affinché la “bellezza” ritorni a vincere sul declino. Questa è la strada. Convinti come siamo che, senza far rivivere quel mistero che è la bellezza, tutto è perduto, appare evidente che si tratta di una battaglia urgente e irrinunciabile. Ma da dove ripartire, diceva Eliot, per ricostruire queste città distrutte?  

Occorre che l’io, la persona, cioè il privato sociale non trovi nell’istituzione pubblica un ostacolo; è necessaria appunto una collaborazione sussidiaria. C’è un’evidente tendenza tutt’oggi a “bloccare” e “ingabbiare”, dietro burocrazie e competenze, tutte quelle attività che possono utilmente essere gestite da cooperative sociali e associazioni e/o singoli ben motivati; il rischio è che questi beni rimangano non valorizzati e non producano né lavoro né ricchezza spirituale. 

Paradossalmente un esempio da seguire ci può venire da una cattedrale, da una chiesa di Barcellona: la Sagrada Familia. La cattedrale di Gaudì, come richiamato da Luca Nannipieri nel suo libro La cattedrale d’Europa (San Paolo edizioni), lancia una grande sfida come metodo educativo di costruzione umana e sociale. 

Questa straordinaria cattedrale, infatti, non è stata voluta da un principe o da un imperatore, ma da un gruppo di persone devote a San Giuseppe che, pian piano, grazie all’audacia e al genio di Gaudì hanno convinto generazioni e generazioni di persone a dare elemosine, offerte, donazioni, lasciti affinché la chiesa venisse su. 

Ovvero la Sagrada Familia è un impareggiabile esempio di quanto possono fare le associazioni, i volontari, le cooperative se vengono coinvolti nella vita del patrimonio artistico. Dalla Sagrada ne possiamo ricevere suggerimenti nuovi di valorizzazione per i nostri beni culturali ovunque siano: arte e fede, educazione alla conoscenza e nuove forme di intrapresa, sono la strada da seguire. È necessario infatti che queste energie, che nascono dal basso dalle comunità e dalle associazioni, dialoghino con i credenti, i non credenti e con chi opera nella società, con l’importantissimo obiettivo di liberare il nostro eccellente patrimonio artistico dalla stato di nebbia e di difficoltà in cui oggi si trova.

Il testo pubblicato è l’intervento tenuto dall’autore in occasione della tre giorni di dibattiti dal titolo “Arte e Fede. Beni culturali e ambientali per il futuro del paese” in corso a Matera dal 14 al 16 dicembre 2012, organizzata da L’Umana Dimora Basilicata. 

 

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