IDEE/ Hannah Arendt e Vasilij Grossman, l’impazzimento della libertà

- Giovanni Maddalena

Hannah Arendt e Vasilij Grossman, entrambi appassionati difensori della libertà, non sono riusciti ad evitare alcuni “errori”. Il commento di GIOVANNI MADDALENA

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Hannah Arendt

Hannah Arendt e Vasilij Grossman sono tra i più acuti rivelatori della natura dei totalitarismi novecenteschi e lo sono in nome di una difesa radicale della libertà. Non sono propriamente dei pensatori “liberali” anche se condividono con essi la valorizzazione assoluta della libertà: per entrambi la libertà è la radice dell’esistenza e con essa nasce e perisce.

Nel loro pensiero emerge quindi una descrizione potente della libertà ma, insieme a essa, anche tutta la problematicità dell’applicazione politica della libertà stessa. In particolare, vorrei far notare come essi individuino un paradosso che si trova al cuore del pensiero liberale e, d’altro canto, come le loro soluzioni siano a loro volta problematiche e paradossali.

Sia Grossman che Arendt propongono una descrizione perfetta del totalitarismo, nemico di ogni libertà (Vita e destino e Le origini del totalitarismo): finzione al posto della realtà, propaganda e violenza (morale e fisica), organizzazione burocratica, delazione sistematica, dipendenza dal volere del capo, caratterizzazione del nemico oggettivo (che non può scegliere di esserlo: giudeo o kulak). Arendt, inoltre, spiega in molti punti della sua opera come il totalitarismo attecchisca più facilmente laddove gli individui sono soli, come nella società senza classi della Repubblica di Weimar. Entrambi, infine, descrivono i tre passi all’inferno preparati per i nemici: perdita di personalità giudiziaria, di personalità morale, di identità singolare.

Proprio nella descrizione del totalitarismo essi fanno emergere il drammatico paradosso dell’uso della libertà. Infatti, sia Grossman che Arendt fanno capire che sia la libertà positiva (libertà per) sia quella negativa (libertà da) rischiano di avere lo stesso esito.

L’uomo solo, libero da legami, non è in grado di resistere al potere, ma d’altro canto l’uomo totalmente immerso nella sua società è altrettanto facilmente preda del potere. L’uomo isolato cerca nel potere totalitario e nel capo la propria soddisfazione affettiva, l’uomo pieno di legami si fa plasmare dal conformismo richiesto dai legami stessi.

Grossman esprime la situazione con un paradosso detto da un ex agente della polizia segreta, Katzelenbogen, che, una volta imprigionato dai suoi ex-colleghi, immagina un mondo trasformato in un unico grande campo di concentramento su base volontaria. Il paradosso di Katzelenbogen è il seguente: ciascuno alla fine consisterà del diritto di essere colpevole. Il principio dell’assoluta “libertà” dell’individuo è lo stesso che lo condanna, anzi che gli fa chiedere liberamente di essere condannato al gulag. L’individualità assoluta alla fine anela alla conformazione assoluta della società totalitaria.

Come si esce da questa impossibilità di essere liberi? A questa situazione sempre perdente Grossman contrappone gesti irrazionalmente buoni, che si oppongano a ogni forma di conformismo, di teoria filosofica o religiosa e di richiesta di ritorno individuale. Come sanno gli specialisti, tale visione teorica è poi molto più ampia e persino contraddetta nella sua poetica, ma questa è la posizione apertamente sostenuta nel manoscritto del pazzo di Dio Ikonnikov, e spesso riportata da studiosi di tutto il mondo.

Arendt, com’è noto, postula uno spazio politico che non sia sociale, cioè che non abbia a che fare con l’interesse degli individui ma che derivi direttamente dalla libertà dell’individuo. L’idea che la politica sia basata sulla società e quest’ultima sulla famiglia, secondo Arendt, è stato il grande errore con il quale la cristianità ha rovinato il concetto di politica dei Greci. Quest’ultima era la sfera affrancata dalle necessità della vita dove l’uomo esprimeva la sua eccellenza, mentre il cristianesimo l’ha trasformata in un ampliamento della sfera privata, pieno di interessi soggettivi, che la politica dovrebbe in qualche modo difendere.

Le due soluzioni fanno pensare, tanto più visto che provengono da autori estremamente interessanti che, come pochi altri, sanno far sentire e capire la forza della libertà umana.

La risposta di Grossman esula per definizione dal politico e, com’è nella natura dell’autore, vuole far sentire la potenza della capacità umana della libertà senza dettagliarne gli esiti. La risposta di Arendt, invece, promuove un tipo di politica come autonomia dalla società, un tipo di politica che si rifà all’antichità o agli insegnamenti di Machiavelli o a una forma di liberalismo repubblicano. Una è arazionale e l’altra utopica.

Essi mettono così in luce la problematica sottesa a ogni pensiero fondato sulla libertà. Se la libertà è presa in senso assoluto, come indipendenza da ogni condizionamento, la concezione diventa o arazionale o utopica. Per non esserlo, dovrebbe accettare di passare per la considerazione dell’uomo così com’è, che sente la libertà come soddisfazione di un desiderio, e dunque sente come positivo l’interesse proprio e quello comune. Contrariamente alle sue convinzioni teorizzate, Grossman farà proprio questo nel suo romanzo e per questo Vita e destino diventa un affresco completo della libertà umana. Arendt, invece, tenderà sempre a sottovalutare questo realismo di base che si esprime politicamente in tutta quella serie di corpi intermedi, legami sociali, interessi comuni, che da sempre sono il grande antidoto pratico a ogni ideologia. 

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