ISLAM/ Sbai: povera Italia, “mecca” dei nuovi integralisti

- int. Souad Sbai

Nel suo ultimo libro, SOUAD SBAI parla del “sogno infranto”: quello dei giovani nelle piazze arabe e quello delle donne che, nel nostro occidente, sono vittime dei fondamentalisti

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Foto Infophoto

«Si sono infranti i sogni di una generazione che ha chiesto diritti e libertà, come si sono infranti i sogni di tante donne di trovare una vita migliore in occidente, Italia compresa». Souad Sbai, deputata del Pdl, italiana e marocchina, islamica, non la manda a dire. Nel suo ultimo libro, Il sogno infranto (Curcio Editore), raccoglie i cocci del fallimento multiculturalista, la debolezza dell’occidente relativista e politicamente corretto, la metamorfosi di quelle «primavere» che sulla riva opposta del Mediterraneo si sono tramutate in inverni dall’esito incerto. E racconta le storie di donne, tante donne la cui vita è stata segnata, spesso in modo tragico e irreparabile, dalla violenza di matrice fanatico-religiosa.

Un doppio «sogno infranto», dunque.

Sì. Quello di tante donne ingannate da un occidente che promette uguaglianza e diritti, ma dove invece hanno trovato l’inferno e l’umiliazione, tutto il peggio del mondo che credevano di aver lasciato. E poi la primavera araba, sogno infranto di tanti giovani che speravano di cambiare il loro Paese, e invece si sono ritrovati ingannati dall’inverno integralista.

In Egitto però si terranno le elezioni.

Elezioni dall’esito scontato, perché i Fratelli musulmani si sono presi tutto. I giovani sono stati il passepartout per aprire e scardinare la porta del vecchio ordine. Agli arabi moderati si deve imputare l’errore, drammatico, di non essere stati preparati. Invece la Fratellanza lo era da tempo. Sono anni che lavorano per un Nord Africa wahabita, e finalmente l’occasione è arrivata. Hanno cavalcato l’avanzata sciita e, naturalmente, la debolezza dell’occidente. L’Egitto tornerà indietro di 30 anni.

Cosa c’entra la debolezza dell’occidente?

Nulla è lasciato al caso: l’espansione del fondamentalismo risponde ad un disegno di lenta penetrazione in occidente. Per attuarlo ci volevano organizzazione e soldi: hanno dimostrato di saper usare entrambi. Esiste un islam che esibisce un volto moderato, ma non appena trova condizioni favorevoli – come quelle di tanto buonismo delle nostre parti – getta la maschera e si rivela per quello che è: discriminazione, violazione dei diritti umani. Le storie di donne che racconto nel libro lo dimostrano.

Di quale strategia parla, onorevole Sbai?

La svolta è avvenuta negli anni novanta, quando i Fratelli musulmani sono arrivati in Italia con le tasche piene di soldi. Hanno aperto moschee senza controlli, creato imam privi di istruzione, imposto usanze non religiose come l’obbligo di indossare il velo e il niqab. Hanno lavorato per rendere radicale la comunità esistente, che all’inizio non era così.

Un vero e proprio piano di conquista?

Sì. Puntavano al nord Africa, solo che laggiù negli anni ottanta c’erano i raìs, che hanno offerto loro un muro invalicabile. Quando i Fratelli hanno visto che il nord Africa era precluso, hanno capito bene di venire in occidente, dove hanno trovato campo libero.

Quale Italia hanno trovato i fondamentalisti?

Un Paese che non ha offerto loro resistenza. Non parlo naturalmente di resistenza armata, ci mancherebbe; e nemmeno di resistenza religiosa. Sarebbe bastata una resistenza identitaria. Hanno trovato una società in cui bastava dire «non voglio la croce» perché questa venisse tolta, in cui si parlava di diritti umani senza che ad essi corrispondessero valori riconosciuti ed affermati. Sono diritti umani quelli che danno spazio alla poligamia e all’infibulazione? Non sto inventando nulla, potrei attingere ai numerosissimi casi in cui mi sono costituita parte civile.

Lei dice che il fondamentalismo islamico trova terreno fertile grazie al relativismo europeo. Che vuol dire?

«Noi andiamo avanti con la loro democrazia, e con la loro democrazia li distruggeremo». È una frase che ho sentito con le mie orecchie. Questa nostra democrazia relativista è la migliore arma nelle loro mani. Lo dicono dell’Italia, ma vale per il Belgio, per l’Olanda, per la Norvegia. Ho avuto modo di incontrare un gruppo di norvegesi che, disarmati, chiedevano: qual è la soluzione? Non abbiamo saputo esigere da loro alcune cose minime. Mentre parliamo, a Bologna il padre di una famiglia pakistana sta tenendo segregati in casa moglie e figli. Vengono picchiati. Il ragazzo ha 14 anni e non frequenta la scuola. Non ha mai visto il mondo.

Secondo lei il fondamentalismo ha vinto anche da noi?

Non ancora, ma ha guadagnato moltissime posizioni. Lo ha fatto con un’immigrazione analfabeta, rurale, debole, piena di problemi. Non solo hanno fornito aiuto ai nuovi venuti, li hanno inseriti  lentamente, ma in modo continuativo, in ambienti radicali. Hanno approfittato del tempo che noi perdiamo nel dialogo.

Se il multiculturalismo ha dato frutti nefasti, l’integrazione però un dialogo lo presuppone, o no?

Certo, ma ci vuole un dialogo non buonista, permissivo, politicamente corretto, bensì fondato sulla verità: sulla verità di ciò che si è. Il rispetto delle culture è stato l’alibi fuorviante per riservare un trattamento di favore e accordare a tutti il privilegio di fare quello che volevano. Ma non si possono accettare passivamente le culture portatrici di barbarie. A Bologna Rachida Radi è stata uccisa a martellate perché aveva iniziato a frequentare la parrocchia.

Lei ha mai avuto problemi per le sue battaglie in favore dei moderati?

Sì. Ho ricevuto delle fatwe, ma non mi sono mai fermata. Mi hanno offerto soldi, tanti soldi per tacere, ma la mia libertà vale molto di più.

C’è un Paese europeo che si sentirebbe di indicare come esempio per le sue politiche di integrazione?

La Germania, perché ha capito per prima che il multiculturalismo era un fallimento. Non ha attuato nessuna assimilazione forzata, ha semplicemente detto alla minoranza turca: se volete integrarvi, queste sono le condizioni, altrimenti non fate parte di questo Paese. Non è un caso che la Germania abbia meno problemi di Francia, Olanda e Spagna.

E l’Italia?

In Italia sono vent’anni che non c’è una intellettualità islamica: nessun pensatore, nessuno scrittore, nessun critico, nessun giornalista che dica la sua. Vorrà dire qualcosa. Io stessa, quando ho provato di liberare la donna dal burqa, ho trovato intellettuali italiani pronti a scagliarsi contro di me.

Lei critica aspramente i Fratelli musulmani, che nel nuovo Egitto sono una delle prime forze politiche. Rimpiange Mubarak?

No, non rimpiango né Mubarak né Gheddafi. Ma in Egitto i moderati sono sotto choc, in tanti stanno scappando, perché il Paese rischia di ritrovarsi con un parlamento di salafiti. I Fratelli musulmani hanno fatto una mossa geniale: avevano la nomea di integralisti e jihadisti, allora hanno pensato bene di dividere il gruppo tra moderati e salafiti. Così ognuno può fare il suo lavoro.

Il suo scenario è molto fosco. Non ci sono speranze per il Medio oriente?

Al contrario. Penso che la vera rivoluzione potrebbe partire proprio dall’Iran, il cui popolo è stato l’unico, fino ad oggi, a vedere il vero volto estremista della Fratellanza musulmana e a sperimentarlo sulla propria pelle. Ricordo, per chi non lo sapesse, che Khomeini era un fratello musulmano. Se il popolo iraniano riuscisse a portare a compimento la rivoluzione che aveva cominciato ma nella quale nessuno lo ha aiutato, molto potrebbe cambiare. Sarebbe uno tsunami al contrario.

(Federico Ferraù)



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