STORIA/ C’è un “corto circuito” della memoria che fa male all’Europa

- Andrea Possieri

ANDREA POSSIERI continua la riflessione sulla singolare assenza di memoria che caratterizza l’Europa dei giorni nostri su che cosa è stato il comunismo. Senza apparenti conseguenze

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1989, breccia nel muro di Berlino (InfoPhoto)

Cos’è il comunismo? “Il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il Paese” spiegava Lenin in una delle sue più note dichiarazioni. Un’affermazione che ci restituisce un impasto di crudo realismo politico e di mistica sovietica. E che rimanda sia all’enorme impatto politico-simbolico di quell’ideologia che diventa regime, e sia alla complessità nel farne oggi i conti: nello scartare le mitologie dai  fatti, gli ideali dalla realtà, le menzogne dalle verità.

Il recente convegno su “La Chiesa cattolica dell’Europa centro-orientale di fronte al comunismo”, che si è svolto il mese scorso presso l’Accademia d’Ungheria, ha avuto il merito di riaprire una piccola finestra su questo fenomeno, alimentando una riflessione che, ancora oggi, nonostante siano passati più di venti anni dal crollo di muro di Berlino, appare viziata da un deficit di comprensione. Non tanto di conoscenza storica, visti i molti studi sull’argomento, quanto da una reale e diffusa consapevolezza di cosa ha significato il fenomeno comunista, per lo meno nella sua duplice dimensione di movimento comunista internazionale, da un lato, e di regime totalitario, dall’altro. Un deficit di comprensione particolarmente rilevante soprattutto in quella parte del mondo che non ha conosciuto direttamente l’esperienza dei sistemi comunisti ma che ne ha respirato, invece, gli ideali, le mitologie e le opposte propagande.

Insomma, vuoi perché il giudizio storico è viziato da una qualche militanza passata – esperienza diffusissima in tutta l’Europa occidentale, in particolar modo in Italia – vuoi perché spesso la valutazione si è fermata agli intendimenti ideali – a quello che sarebbe dovuto essere e non è stato – il giudizio storico sul comunismo fatica a diventare senso comune e ad entrare a far parte, come un dato costitutivo, della memoria collettiva europea. E ovviamente come corollario di questa difficoltà di comprensione, ne discende che i nomi dei vari cardinali Mindszenty, Wyszynski e Beran, ovvero i simboli più noti di coloro che subirono pene e umiliazioni durissime per il solo fatto di essere cristiani, risultano essere degli illustri sconosciuti per la stragrande maggioranza dei cittadini europei.

Perché è successo tutto questo? Per almeno quattro grandi motivi, da cui discendono, a cascata, una miriade di altre spiegazioni particolari. Prima di tutto, perché il comunismo novecentesco, nella sua declinazione leninista, si inserisce in una lunga, lunghissima, tradizione di pensiero che ha sempre anelato alla costruzione di una società “diversa” e “altra” rispetto a quella storicamente data. Una tradizione di pensiero che si lega, dunque, non solo alla tradizione rivoluzionaria settecentesca ma che trova le sue radici molto più indietro, come sostiene Richard Pipes, fino a giungere addirittura ad Esiodo che vagheggiava una non meglio definita “età dell’oro” dove gli uomini virtuosi non erano mossi soltanto “dal vergognoso desiderio di guadagno”. Insomma, il comunismo si collega ad un disegno universalistico e provvidenziale – al cui interno riesce perfino ad inglobare alcuni tratti del messaggio cristiano modificandolo e deviandolo verso un obiettivo tutto mondano – che riesce ad adattarsi e a rendersi malleabile ad ogni latitudine.

Un secondo aspetto è relativo al ruolo svolto dai colti e dagli intellettuali, che furono, come è noto, dei veri e propri moltiplicatori del consenso politico e dei grandi costruttori sociali della realtà. In altre parole, furono coloro che, per primi, legittimarono, in occidente, il grande mito salvifico e di liberazione insito nel messaggio leninista. Una sorta di sacerdoti del culto di una vera e propria religione laica che faceva della fiducia nella storia, nel progresso e nell’azione palingenetica della rivoluzione, come scrisse Furet, il suo Credo salvifico.

Un terzo aspetto si riferisce ad un fatto storico: la fine della guerra mondiale e il ruolo decisivo svolto dall’Urss e da Stalin. La vittoria dell’Armata rossa, dell’esercito di operai e contadini, sancì, ovunque, un prestigio enorme del primo Stato socialista del mondo e del suo leader massimo, la cui immagine di padre di tutti i lavoratori venne diffusa e recepita ai quattro angoli del pianeta. E quando il mito dell’Urss si affievolì, sostituito in parte da altre mitologie, come il maoismo o il castrismo, l’immagine dello Stato sovietico non scomparve del tutto ma rimase impastato e confuso all’interno di quel grande magma rivoluzionario che caratterizzò quelle generazioni formatesi a cavallo tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio del decennio successivo. Ed inoltre continuò ad avere una particolare importanza sia in chiave antiamericana e pacifista, e sia tra coloro che ne magnificavano le lodi per la posizione geostrategica.

Non fu determinante neanche l’enorme clamore del Nobel a Solženicyn per Arcipelago Gulag nel 1974. Se in Francia quella pubblicazione provocò lacerazioni fortissime all’interno della gauche, in Italia, per usare le parole di un protagonista dell’epoca, Massimo De Angelis, “i nouveaux philosophes non valicarono le Alpi”, e ogni discussione su quei regimi fu marginalizzata ad una misera ottica di partito e come tale fu culturalmente irrilevante.

Un ultimo aspetto, infine, non meno importante, è l’enorme deficit visivo del comunismo realizzato rispetto agli altri regimi totalitari. Un deficit particolarmente importante dopo il 1991, dopo il crollo dell’Urss. Nel momento in cui era giunto il momento di poter aprire un dibattito aperto su quel fenomeno politico, scevro da ogni divisione politico-propagandistica, ci si è subito resi conto dell’enorme scarsità di materiali documentari e fotografici di quel sistema politico. Un sistema politico che, in definitiva, si era fatto regime in paesi lontani, sostanzialmente ai margini di ogni discorso pubblico europeo. 

Un discorso pubblico che, paradossalmente, proprio a partire dalla fine degli anni Sessanta si è sempre più caratterizzato per una forte enfasi progressista e una vigorosa laicizzazione delle idee che ha finito per travolgere, progressivamente, ogni tipo di dottrinarismo, politico e religioso. In questo modo, a distanza di pochi anni dal crollo di quei regimi totalitari, tutto è stato risucchiato in una sorta di vortice secolarizzato che ha cancellato la memoria e la testimonianza di una miriade di esperienze umane. E così, oggi facciamo fatica a ricordare sia quegli uomini e quelle donne che hanno pagato con la vita l’opposizione a quei regimi e sia coloro che si erano limitati a cercare quei varchi di libertà per professare il proprio credo religioso.

 

Eppure, immediatamente dopo il 1989, vi fu una intensa fioritura di studi sulla diffusione della mitologia sovietica in Europa e in Italia. Poi il silenzio. Forse sarebbe opportuno ripartire da qui, da questo corto-circuito della memoria, per spiegare cosa è successo realmente ad Est e cosa è stato raccontato e recepito ad Ovest.

 

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