1984-2014/ Casaroli-Craxi, una doppia “firma” che ha fatto bene alla Chiesa

Il 18 febbraio 1984 il card. Agostino Casaroli e Bettino Craxi firmavano il nuovo Concordato, che seppeliva quello del 1929. Cosa dire a trent’anni di distanza? PAOLO GHEDA

18.02.2014 - Paolo Gheda
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Il card. A. Casaroli e B. Craxi firmano il nuovo Concordato (Immagine d'archivio)

Quando si parla di Concordato tra la Santa Sede e lo Stato italiano, la maggioranza delle persone pensano subito ai Patti Lateranensi stipulati nel 1929 tra papa Pio XI e l’allora capo del governo italiano Benito Mussolini, che indubbiamente costituirono una soluzione di continuità netta nella storia del nostro Paese per le vicende politico-diplomatiche connesse alla Questione Romana. Dal loro canto, i canonisti e qualche storico dell’età moderna tenterebbero probabilmente di riandare all’archetipo di questi accordi bilaterali tra Chiesa e Stato, ovvero il concordato che venne sottoscritto nel luglio del 1801 tra Napoleone Bonaparte e papa Pio VII per porre fine ai conflitti religiosi aperti dalla Rivoluzione francese. 

Comunque sia, pochi, se non fra gli addetti ai lavori o gli storici dell’età contemporanea, chiamerebbero da subito in causa invece l’accordo tutt’oggi vigente, cioè il nuovo Concordato firmato dal card. Agostino Casaroli e dal presidente del Consiglio dei ministri Bettino Craxi nel 1984, di cui oggi ricorre il trentennale. 

Il Concordato “bis” – il cosiddetto patto di Villa Madama – si configurò in sostanza come un accordo-quadro di principi fondamentali che andavano a regolare l’indipendenza nei rispettivi ordinamenti dello Stato e della Chiesa, e giunse al termine di diciassette lunghi anni di negoziati. In effetti, si trattò innanzitutto di dare compimento a un processo di semplificazione amministrativa, in via di sostituzione del precedente testo composto di ben 45 articoli, che sino allora avevano regolato minuziosamente svariate materie dell’ordinamento civile, dalle feste religiose alle nomine dei vescovi, dalle esenzioni del clero ai contributi finanziari, dalle scuole alle esclusioni per gli ex preti dall’insegnamento pubblico. Così nel 1984 si approvò un testo più breve, fondato prevalentemente sugli aspetti strettamente necessari al buon funzionamento delle relazioni reciproche tra le due istituzioni. Il nuovo accordo ottenne anche il placet dell’opposizione attraverso il parere favorevole del Pci, ma non quella del Partito liberale, ad attestazione di una chiara dicotomia valoriale che non seguiva il perimetro delle contrapposizioni parlamentari italiane (Dc-Pci) di carattere sociale, piuttosto quello di antiche visioni contraddittorie tra etica cristiana ed visione laica di matrice positivistica.

Eppure il nuovo Concordato muoveva, nei suoi principi istituzionali, in direzione di uno scostamento dalla visione confessionale del 1929, dove i patti si potrebbero, con buona approssimazione, considerare come un’incarnazione del principio della religione di Stato. Sebbene, infatti – come del resto previsto dal testo costituzionale della Repubblica all’articolo 7 –, non si fossero rese necessarie procedure di riforma della stessa Costituzione, di fatto il testo dei nuovi accordi innovava profondamente quello del 1929: si dovettero innanzitutto prendere in considerazione i mutamenti istituzionali intercorsi nel diritto di famiglia della Repubblica, come ad esempio l’introduzione della legge sul divorzio, e furono tagliati orpelli burocratici ormai desueti come l’approvazione governativa delle nomine ecclesiastiche. In tutto ci si mosse in un’ottica di separazione di competenze che doveva andare a rafforzare le reciproche identità di Stato e Chiesa, nei rispettivi perimetri istituzionali. 

Ma altri aspetti di riforma normativa erano destinati a incidere profondamente nella cultura del nostro paese. Dalla ricordata abolizione della clausola che riconosceva alla religione cattolica la condizione di religione di Stato ne derivò l’abolizione sia dell’obbligo dell’insegnamento della religione nelle scuole pubbliche (divenuto così facoltativo) che della cosiddetta “congrua”, il sostentamento economico dei sacerdoti, il quale fino ad allora era risultato a carico dello Stato. Al suo posto fu introdotto il sistema di finanziamento dell’8 per mille destinato a essere gestito dalla Conferenza episcopale italiana, tuttora vigente, fondato sul meccanismo della tassazione statale dei redditi dei lavoratori.

Sull’onda lunga dei guadagni ecumenici del Concilio Vaticano II, poi, il nuovo Concordato avrebbe guidato verso un riconoscimento delle altre religioni professate sul territorio nazionale, pur nella distinzione che riaffermava in via organica i rapporti tra lo Stato e la Chiesa Cattolica, aprendo comunque la via delle “intese” con le altre Chiese e religioni sui temi maggiormente bisognosi di regolamentazione.

Insomma, con il 1984 si affermò il principio di laicità tanto sostenuto, non solo in Italia, da diverse correnti di pensiero nella seconda metà del Novecento le quali, con maggiore o minore rispetto, si erano dirette a confinare il ruolo pubblico della Chiesa nella società; un’operazione, quella del nuovo Concordato, che non venne sviluppata però in chiave anticonfessionale, ma anzi secondo una logica di valorizzazione delle peculiarità delle due istituzioni. Inoltre, il dettato dell’accordo rinviava, in diversi articoli, alle indicazioni espresse dalla conferenza episcopale nazionale e alle conferenze episcopali regionali, secondo prospettive di sviluppo che avrebbero suscitato, in seguito, ulteriori intese applicative, e soprattutto una nuova attenzione nei confronti del tema educativo, con l’introduzione delle odierne norme di attuazione in materia di insegnamento della religione cattolica (Irc) nelle scuole pubbliche.

La prima considerazione che si può oggi proporre circa l’attualità del nuovo Concordato, è forse che se esso fosse stato letto dalla stampa e dai principali media con occhi spogliati da vetusti ghibellinismi culturali, probabilmente l’opinione pubblica non professatamente cattolica si sarebbe formata un concetto di maggiore equilibrio circa il grado di eventuale ingerenza della Chiesa cattolica nella cosa pubblica. E, ragionevolmente, ciò avrebbe condotto a rivalutare anche il significato culturale in termini di offerta di punti di riferimento valoriali, di cui oggi la Chiesa può ancora essere considerata portatrice, come ha molto bene evidenziato il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano nel suo recente discorso di accoglienza di papa Francesco in Parlamento.  

Certo, le strumentalizzazioni pro e contra Ecclesia da parte di diversi attori politici nella cosiddetta seconda Repubblica, in assenza di un partito rappresentativo dei valori cattolici come la Dc, non hanno onestamente giovato a una rappresentazione serena dell’autentico rapporto tra Chiesa e Stato, svolgendolo più che altro in chiave opportunisticamente di consenso elettorale sia in senso positivo che negativo. 

Basterebbe invece ricorrere al dettato, e soprattutto allo spirito dell’accordo rinnovato di Palazzo Madama, per rendersi oggi conto di quanto tempo si è perso, trascorso spesso in inutili polemiche, piuttosto che indirizzare sempre più l’attenzione alla presenza arricchente della Chiesa in uno Stato la cui identità resta comunque inevitabilmente cattolica, perlomeno sotto il profilo culturale (Croce docet …). La pur legittima preoccupazione di preservazione del confine tra gli ambiti di esercizio delle rispettive autorità non dovrebbe oggi costituire un ostacolo allo sviluppo fecondo delle reciproche relazioni e soprattutto di una collaborazione sociale, a sua volta espressione in chiave sussidiaria di due distinti modelli di welfare, della quale ancora oggi il nostro Paese pare comunque non poter prescindere.

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