STORIA/ Così Mazowiecki mise d’accordo l’intellighenzia e gli operai

- Annalia Guglielmi

Il 28 ottobre è morto Tadeusz Mazowiecki (1927), giornalista, politico, primo premier non comunista della Polonia. Che cosa ha fatto di lui uno statista? ANNALIA GUGLIELMI lo ha conosciuto

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Tadeusz Mazowecki (Foto: metromsn.gazeta.pl)

In questi giorni molti hanno ricordato la figura del Tadeusz Mazowiecki statista, “Padre fondatore  della patria”, come lo ha definito il primo ministro polacco Donald Tusk, o, come si legge sulle colonne di Gazeta Wyborcza, il più importante quotidiano della Polonia, “il miglior primo ministro della storia polacca”. 

C’è però un dato assente in molti commenti alla sua morte: il terreno spirituale, umano e culturale in cui è cresciuta e si è radicata la sua personalità di giornalista ed intellettuale prima, e di politico poi. Non si può parlare di Tadeusz Mazowiecki senza fare riferimento alla specificità dell’esperienza dei cristiani nella Polonia del dopoguerra, in cui la Chiesa cattolica si era identificata profondamente con le aspirazioni del popolo ed aveva accolto e valorizzato i tentativi dell’intellighenzia di farsi portavoce degli interessi del mondo del lavoro. 

Nel 1956, Mazowiecki fu tra i fondatori dei Kik, i Club dell’intellighenzia cattolica, e per 23 anni fu redattore capo del mensile Wiez (Il legame), legato ai Kik.

Durante l’ultimo incontro che ho avuto con lui nel marzo scorso, ricordando quegli anni mi disse: “I Kik sono stati fondamentali per far crescere la coscienza della responsabilità dei cattolici laici verso la società. Hanno avuto un’influenza molto forte sulla realtà e si sono diffusi a macchia d’olio occupando lo «spazio intermedio» tra legalità e dissidenza. I Kik e le riviste Znak, Tygodnik Powszechny e Wiez, pur nei limiti imposti dalla censura, sono stati degli strumenti importantissimi, che con il tempo hanno contribuito a far interagire fra loro i diversi gruppi sociali e i diversi gruppi dell’opposizione democratica al regime”.

Negli anni che hanno preceduto l’agosto 1980, la Chiesa polacca ha fatto sempre sentire con forza la propria voce in difesa dei diritti fondamentali dell’uomo e del cittadino soprattutto attraverso i propri pastori, a cominciare dai cardinali Wyszynski e Wojtyla. Scrive Tadeusz Mazowiecki all’indomani dell’elezione di Giovanni Paolo II: “Un nuovo moto spirituale ha avuto inizio nel mondo e nella Chiesa (…) Per meglio dire, si è già delineato quello che con il pontificato di Giovanni Paolo II può cominciare ad accadere nel mondo, fra gli uomini. (…) Il cardinal Wojtyla ha detto che il cristianesimo, che da tutte le sue radici attinge la certezza del valore peculiare dell’uomo, ha anche particolari motivi per farsi portavoce dei suoi diritti nelle diverse realtà storiche. Ha affermato che questo rientra nella missione della Chiesa (…) A questa certezza ha dato testimonianza come vescovo metropolita di Cracovia e come membro dell’episcopato polacco insieme con tutta la Chiesa in Polonia”.

Uomo certamente del dialogo, poco incline allo scontro, cosa che gli ha poi anche procurato non poche critiche, Mazowiecki fece della redazione di Więż un luogo di incontro e di dialogo fra i rappresentanti dei diversi ambienti dell’opposizione. Rischiando la chiusura di Więż, nel 1977 partecipò in veste di portavoce allo sciopero della fame che si svolse nella chiesa di san Martino a Varsavia per protestare contro l’arresto e la condanna degli operai che avevano partecipato alle manifestazioni del giugno del 1976 ad Ursus e Radom e dei membri del Comitato di Difesa Operaia (Kor). Nel 1978 fu tra i creatori delle cosiddette Università Volanti, corsi di formazione culturale per operi e studenti che riportavano la verità laddove l’insegnamento o la propaganda di regime la falsavano e la censuravano. Tutto questo contribuì a consolidare il rapporto tra il mondo operaio e l’intellighenzia e diede a lui e agli altri intellettuali che si recarono a Danzica nell’agosto del 1980 la credibilità necessaria per porsi a fianco degli operai in sciopero. 

Ricordando quei giorni mi ha detto: “I corrispondenti esteri non riuscivano a capire perché sui cancelli di Danzica ci fossero il ritratto del Papa e l’effige della Madonna di Częstochowa, perché venissero celebrate le messe, perché gli operai andassero a confessarsi in massa. Per noi quelle effigi e quei gesti semplicemente esprimevano la verità di chi eravamo. Non sapevamo come sarebbe finita, che cosa avrebbe fatto la polizia, ci si poteva aspettare una «pacificazione sovietica». I timori erano tanti, ma noi eravamo determinati. A proposito della richiesta che venisse trasmessa alla radio la Messa domenicale, un rappresentante del governo mi disse che ne avrebbero parlato con la Chiesa. Io gli mostrai i lavoratori che erano nel piazzale e gli risposi «Noi siamo la Chiesa, loro sono la Chiesa, parla con loro». Un anno prima c’era stato il pellegrinaggio del Papa in patria e questo aveva avuto un significato enorme. In quei giorni i Polacchi come società presero coscienza della loro forza: non erano più soli, non erano più oggetti nelle mani di un potere organizzato, percepirono di avere insieme una grande forza perché avevano una grande guida spirituale. Ricordo perfettamente la Messa a Varsavia e le parole di Wojtyła: «Venga il Tuo Spirito e rinnovi la faccia della terra, di questa terra». Avemmo veramente l’impressione che lo Spirito Santo fosse venuto su questa terra, su di noi, e ci avesse dato la forza. Non c’era più differenza tra spiritualità e storicità. Quella folla era un popolo e questo poi ha avuto una grande influenza su quello che sarebbe accaduto un anno dopo a Danzica”. 

Nel momento della prova più dura, quando venne internato il 13 dicembre 1981 dopo l’introduzione dello stato di guerra, scrisse in una lettera fatta pervenire agli amici italiani: “Nonostante quello che è accaduto credo che questo duro periodo sia più il tempo della prova che non quello della sconfitta. Ritengo anche che questo sentimento domini l’atteggiamento dei Polacchi. Ciò deriva dalla convinzione che non è possibile distruggere tutti quei valori che Solidarność ha fatto rinascere. Il vostro grande poeta Dante ha scritto Or di’: sarebbe il peggio per l’uomo in terra, s’ei non fosse cive. Se volete comprendere il problema polacco, se volete intendere bene il dramma degli uomini del «secondo mondo», riportatevi a queste parole.

Questo tempo è anche il tempo della prova cristiana. Non soltanto perché oggi ci si aspetta molto dalla Chiesa, come aiuto e conforto, verità e speranza; ma anche perché noi tutti stiamo ora imparando una cosa molto difficile: come non piegare la testa e nello stesso tempo rimanere liberi dall’odio. No, non è possibile cancellare dai cuori, dalle menti e dalle speranze della gente un movimento di lavoratori talmente universale come Solidarność. Si è fatto abuso di molte parole. Anche della parola «intesa sociale». Ma ancora adesso, in ogni momento, si potrebbe aprire la strada verso questa intesa se solo fosse possibile raggiungerla nella verità e non in ginocchio. Se questo non avviene ci aspetta una strada lunga e difficile. Non so come sarà, ma so che la percorreremo con la stessa speranza di prima”.

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