NATALE 2013/ Benedetto XVI e la lezione dei pastori

- Uberto Motta

Gesù nasce. La ricerca dei Magi, il “quaerere Deum” che Benedetto XVI ha collocato alle “radici della cultura europea”, non è vana. Eppure perché non ci accorgiamo di Lui? UBERTO MOTTA

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Caravaggio, Madonna dei Pellegrini (1604-06) (Immagine dal web)

Il significato essenziale del Natale è enunciato nel prologo del vangelo di Giovanni: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Offrendosi al “mondo” e ai “suoi” come “la luce vera, quella che illumina ogni uomo”, Dio ha irreversibilmente mutato il segno della storia. La stella di Betlemme testimonia infatti che Lui (il Logos, trasparenza rivelatrice del Padre) è lì, uomo tra gli uomini, nell’infinita debolezza di un infante bisognoso. La ricerca dei Magi – il “quaerere Deum” che Benedetto XVI ha collocato alle “radici della cultura europea”, che s’allungano per “trovare” nella confusione dei tempi “ciò che vale e permane sempre” – vale, da allora, per paradigma di un destino nuovo. Non più “spedizione in un deserto senza strade”, ma sequela (di una stella). Esperienza di riconoscimento di una via, e di un volto, che ci attendono, colmando la nostra attesa e la nostra sete. Ai discepoli che ancora dubitano, Gesù ribadisce: “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20).

Vivere il Natale significa ascoltare e accogliere l’annuncio dell’angelo ai pastori, che “vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge”. “Questo per voi il segno: troverete” (Lc 2,12). La dinamica elementare della vocazione cristiana è qui risolta in emblema: la tutela (l’amore) di ciò che abbiamo di più caro, contro le insidie del tempo presente, alimenta il desiderio della veglia, rendendo ciascuno pronto all’ascolto e attento al riconoscimento. La risposta di questi pastori (“pastori secondo il mio cuore – era stato annunciato –, che vi guideranno con scienza e intelligenza”: Ger 3,15) è una vera lezione di metodo: “Andiamo… vediamo questo avvenimento che il Signore ci ha fatto conoscere” (Lc 2,15). Jamm’a vedè. Quel che abbiamo imparato è un accadimento sempre verificabile. La Sua parola educa il nostro sguardo, “come una fitta improvvisa che squarcia la nostra anima sonnolenta e ci sveglia rendendoci attenti per la realtà essenziale” (Benedetto XVI).

Ma chi è capace di questa attenzione, “tutti i giorni”? Un filo sottile corre dai Magi e dai pastori ai due discepoli sulla strada di Emmaus. “Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro, ma i loro occhi erano impediti a riconoscerlo” (Lc 24, 15-16). Nella loro difficoltà scorgiamo la matrice del nostro stesso impaccio. Anche noi, probabilmente, come loro, conosciamo bene la storia che riguarda Gesù, “il Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole”. Eppure essi non si accorgono di quella presenza. 

Il medesimo dramma è registrato nella ben più succinta versione di Marco: “Dopo questo, apparve sotto altro aspetto a due di loro, mentre erano in cammino verso la campagna. Anch’essi ritornarono ad annunciarlo agli altri; ma non credettero neppure a loro” (Mc 16,12-13). Sotto altro aspetto: “in alia effigie”, secondo la Vulgata. Di qui ha origine la prorompente sollecitazione che il Natale lancia alla libertà e all’intelligenza di ogni uomo, affinché la perpetua offerta dell’incarnazione, che fa di ogni giorno un Natale, non resti disattesa. 

Ai due discepoli il misterioso accompagnatore rimprovera stoltezza e lentezza: una sorta di inerzia o pigrizia della ragione di fronte ai segni della realtà, che viene da essi piuttosto tristemente patita che interpretata con fiducia. Viene alla mente l’aforisma latino citato, fra gli altri, da Agostino di Dacia e Niccolò da Lira: “Littera gesta docet, quid credas allegoria”. I fatti sono lì, davanti agli occhi; per credere ci vuole l’interpretazione. In tal senso ciò di cui i pellegrini di Emmaus hanno bisogno, è – letteralmente – una spiegazione. Natale è, qui e ora, nella misura in cui l’uomo riconosce in quanto avviene, sotto imprevedibili aspetti, un riferimento a Lui. Questa è la perpetua glorificazione di Cristo, del Verbo incarnato, nel tempo e nello spazio. Se il Figlio dell’Uomo è nato in una stalla, “al tempo del re Erode” (Mt 2,1), a nessun’altra circostanza è preclusa la possibilità di accoglierlo di nuovo, perché Egli ancora sieda e spezzi il pane fra noi. 

In simile prospettiva conviene raccogliere, e trasformare in reciproco augurio, quanto i due amici, a Emmaus, si confidano, quando, finalmente, “Egli sparì dalla loro vista”: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi lungo la via, quando ci spiegava le Scritture?” (Lc 24,32). Questo – si potrebbe ripetere – è il segno, per riconoscere Cristo vivente in alia effigie: cor ardens in nobis, un cuore che all’improvviso, per effetto di un incontro misterioso, scotti di gioia, da scettico e triste che era, risolvendosi repentinamente in zelo missionario, in desiderio di condivisione e annuncio.

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