STORIA/ Berggol’c e Ginzburg: Leningrado, quando la coscienza trascinava il corpo

La storia dell’assedio di Leningrado (1941-1944), di quei 900 giorni costati la vita a un milione e mezzo di russi, si arricchisce di nuove testimonianze. MARTA DELL’ASTA

30.12.2013 - Marta Dell'Asta
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Leningrado, fine della seconda guerra mondiale (Immagine dal web)

La storia dell’epico assedio di Leningrado, durante la seconda guerra mondiale, di quei 900 giorni di fame e bombardamenti costati la vita a un milione e mezzo di russi, è stata raccontata molte volte e da molti punti di vista. Innanzitutto da quello della propaganda sovietica che non voleva perdere questa occasione unica di ingigantire l’eroismo tutto socialista dei cittadini senza macchia e senza paura, stoicamente pronti ad ogni sacrificio per la patria sovietica. In seguito, in tempi più liberali, è subentrata una memoria più drammatica, in chiaroscuro, dove non ci si limitava più a descrivere «il coraggio e la tenacia» ma si poteva toccare anche il tasto delle sofferenze umane senza essere accusati di speculare sul gusto dell’orrido.

Ma la storia più intensa dell’assedio è affidata soprattutto ai diari personali, agli appunti scritti di soppiatto e seppelliti in cortile, come il Diario proibito di Ol’ga Berggol’c, appena pubblicato da Marsilio. Questi testi scritti senza alcun pensiero dei possibili lettori, sono stati concepiti innanzitutto per riuscire ad affrontare il mistero angoscioso del male, e ancora oggi, quando vengono trovati in archivi e soffitte, aggiungono elementi insostituibili alla nostra conoscenza dell’uomo davanti al male e alla morte. Nel 2010, oltre ai diari segreti della poetessa Berggol’c, in Russia sono stati pubblicati anche i quaderni di appunti – segreti anche questi – di Lidija Ginzburg, celebre critica letteraria di Leningrado sopravvissuta all’assedio.

Il pregio di queste memorie personali spoglie di qualsiasi retorica, è quello di illuminare le pieghe più segrete di questa tragedia collettiva, che sono anche le pieghe più personali perché riguardano le trasformazioni che subiscono il cuore e la mente del singolo a contatto diretto e prolungato con la fame, la paura, la morte.

In questo campo Lidija Ginzburg – la cui personalità fuori del comune ha incominciato a precisarsi soltanto a partire dagli anni 2000 – rivela una certa profondità, le sue annotazioni dal vivo acquistano un valore universale, richiamano quelle di Salamov quando descrive la progressiva spogliazione dell’uomo, nel lager, da tutti i suoi valori e sentimenti. 

Davanti agli occhi della Ginzburg i 900 giorni dell’assedio non appaiono come una teoria di gesta eroiche e nobili, ma come 900 giorni di intollerabili tormenti privi di bellezza e di pathos. La sua attenzione si fissa su quella nuova realtà antropologica che è “l’uomo assediato”, che nasce non appena la guerra, anzi la sola notizia della guerra, cala nella vita normale, rendendo immediatamente assurdi i suoi riti ed automatismi: “I tram continuano ad andare, gli onorari ad essere pagati, ma nella nuova prospettiva, secondo la nuova teleologia, niente ha più senso”. 

Poi quando la morte per bombardamento e per fame si espande sempre più minacciosa, la persona si scontra con un mondo circostante diventato irriconoscibile, col caos, con le necessità biologiche che diventano predominanti, e l’avamposto più avanzato di questo “mondo ostile” diventa improvvisamente il suo stesso corpo. Nel mondo della città assediata ogni cosa è diversa, domina lo “straniamento”, tutto appare nuovo e incontrollabile, tanto da esaurire le forze fisiche e morali. Proprio per difendersi da questo insopportabile “straniamento” l’uomo assediato si crea un nuovo sistema difensivo fatti di riti, tesi certo a razionalizzare i consumi, ma soprattutto ad attutire un poco la sofferenza fisica individuale con una nuova routine; si può dire infatti che questo aspetto “culturale” in senso lato respinge ai margini il problema biologico: “Nel periodo del massimo esaurimento divenne assolutamente chiaro che era la coscienza a trascinare avanti il corpo”.

In questo modo, pur vivendo in una situazione intollerabile, l’uomo assediato si rifiuta di credere che la propria situazione sia disperata, spingendo in tal modo più in là il limite estremo della sopportazione fisica e morale, e arrivando qualche volta a salvarsi quasi violando le leggi fisiologiche. 

La “guerra totale” − osserva la Ginzburg − guerra di cui l’assedio di Leningrado è stato un lancinante episodio, ha l’effetto di atomizzare l’uomo, esattamente come fa il regime totalitario distruggendo senza pietà ogni legame sociale. A dispetto delle gigantesche strutture militari, politiche, sociali ed economiche messe in gioco nella “guerra totale”, l’uomo assediato è di fatto solo, alienato dalla Guerra degli altri. Nel punto preciso in cui lui si trova non ci sono strategie, né nemici, né politica, c’è solo la morte: per Lidija Ginzburg la guerra è semplicemente il tentativo di uccidere lei e i suoi cari. Ma nella sua totale dipendenza, all’uomo assediato resta un’ultima libertà, quella di non morire; e così si ricrea un legame elementare con l’epopea comune: se il nemico vuole annientare i leningradesi e io non muoio, vuol dire che ho dato il mio contributo alla salvezza di tutti.

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