VITTADINI/ Guareschi, Jannacci e l’Italietta

- Giorgio Vittadini

In questo Paese, dice GIORGIO VITTADINI, c’è anche chi affronta la crisi con la fede, l’amicizia, il lavoro, la commozione per l’altro che soffre. Questo popolo sarebbe l'”Italietta”?

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Immagine di archivio

Durante i recenti esami di maturità, un ragazzo che portava una tesina su Guareschi è stato pesantemente criticato dal presidente della commissione per aver dato tanta importanza a un autore “espressione dell’Italietta”. A parte le considerazioni sul livello di pluralismo e amore alla libertà, ci sarebbe da dire: niente di nuovo sotto il sole. Giovannino Guareschi, uno dei più grandi scrittori moderni italiani, il più tradotto del ‘900 e tra i più tradotti di tutti i tempi, è stato da sempre oggetto delle più grandi avversioni di stalinisti, clericali, destrorsi, borghesi edonisti o vagamente neo-fascisti.

Il fatto è che l’autore della bassa emiliana mostra un’Italia povera, vessata, in modo più o meno palese, da potenti di vario tipo, ma ricca di senso della giustizia, di tensione alla verità, e di fede, faticosamente al lavoro per costruire il progresso, che non si spaventa della fatica di crescere i giovani o di aiutare chi ha bisogno. Un’Italia anche piena di meschinità, di eccessi, di odi, di violenze tra fazioni, che però sono sempre stemperate da un’ultima positività, da un afflato solidale. Non solo don Camillo e Peppone, ma anche la maestra Giuseppina, la vedova con 10 figli, il vecchietto che non vuole smettere di lavorare, il fittavolo che trasforma un terreno marginale in un campo fertile, la ragazza che torna a cercare la siepe dove giocava da bambina, la figlia dei ricchi borghesi che diventa la miss della festa dell’Unità. Un mondo in cui l’ideologia, cattolica o comunista che sia, si piega di fronte alla stima per la persona in quanto tale, riconoscendo nella diversità dell’altro il fattore fondamentale di cui ogni “io” ha bisogno per essere se stesso.

Poco più di tre mesi fa ha lasciato questo mondo Enzo Jannacci, più che doverosamente onorato e ricordato, al momento della morte, dai media e da tanti, come uno dei grandissimi artisti del nostro Paese, capace di appassionare persone dalle estrazioni più diverse. Tuttavia, al di là di questo triste momento, anche lui non ha avuto una vita facile: ostracizzato negli anni d’oro dalla soffocante censura democristiana che giunse al punto di impedirgli di cantare Ho visto un re a Sanremo; snobbato per lungo tempo dai discografici ufficiali; dimenticato dal pubblico della sua area culturale che gli ha preferito personaggi di spettacolo capaci di giravolte ideologiche, pur di rimanere à la page; emarginato dalla televisione, diventata, come da lui preconizzato, uno strumento che “te’indurmenta cume un cuiun”.

Il fatto è che Jannacci, così diverso e così uguale a Guareschi, come lui non si è mai piegato alla cultura dominante e allo show business, e ha sempre continuato a raccontare, con uno sguardo poetico (diventato arte), unico, personalissimo e profondamente complice di ogni piega dell’umano, “l’Italietta” della gente che è semplicemente solo se stessa. Per farci scoprire che non c’è “l’Italietta della gente”, ma ci sono Vincenzina, il barbun che portava i scarp de tennis, il soldato Nencini, quello in fila in Comune, il prete Liprando, il contadino che deve ridere per far contenti i potenti, l’ex bersagliere che va a cercare un vecchio amico, il disoccupato che viene chiamato a riconoscere la salma della sua compagna prostituta, l’operaio innamorato che prende il treno “per non essere da meno”. C’è il sogno di Messico e Nuvole, c’è la “fatica a farsi accettare”, c’è chi “grida ma non si arrende”. E c’è chi giunge a intuire con la sua musica, con la sua ferita incolmabile quanto sia desiderabile la carezza del Nazareno…

Guareschi e Jannacci, personaggi diversissimi anche per credo politico, ma profondamente simili per un’autenticità umana luminosa, quella dimenticata da ogni forma di ideologia, di giustizialismo fariseo, di nichilismo edonista; dimenticata dai cortigiani della prima e della seconda Repubblica che inseguono demiurghi a cui delegano la soluzione della propria vita, dagli editorialisti e dagli intellettuali che ci spiegano cosa è vero e giusto, salvo dimenticarsene quando le loro previsioni falliscono; dimenticata da una vita “niente domande, niente risposte”. C’è davvero chi non riesce a capire il popolo che ha fatto e fa questo Paese, e affronta la crisi con l’umano, la fede, l’amicizia, il lavoro, la lotta per la giustizia, la commozione per l’altro che soffre. Questo popolo sarebbe l’“Italietta”?

E allora? Invece che contrapporre un’altra ideologia, meglio la profondità e la libertà del Cristo di Giovanni Guareschi che “insegna a passare ogni parola al vaglio della propria coscienza”; meglio l’amorosa ironia e la libertà del “cuore urgente” di Enzo Jannacci, un musicista che ride “perché dentro sente una strana gioia vera. (…) E scopre che la sua angoscia è buona, perché è la sua tristezza che suona”. L’“Italiona” che non si fa interrogare dallo sguardo di questi maestri, non sa cosa perde…

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