GIORNATA DELLA MEMORIA/ Levi e Vittorini: la storia non è una predica

- Valerio Capasa

La giornata della memoria ci espone al rischio di accusare il male negli “altri”, oppure in accadimenti storici. Non la pensavano così Levi e Vittorini. VALERIO CAPASA

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Immagine di archivio

La storia non è una predica: non insegna quello che non dovrebbe succedere, quello che non bisogna fare, ma incide a fuoco quello che è successo, quello che siamo (stati) capaci di fare. E non è detto che, come spesso si afferma retoricamente, conoscere gli errori del passato serva a non ripeterli: anzi, certi orrori potrei avere il cuore di piangerli, ma anche di commetterli. 

Se la giornata della memoria fosse l’ennesima occasione per dividere il mondo in buoni (che ovviamente siamo noi) e cattivi (sempre gli altri), e magari per ergerci a inutili maestri, non faremmo memoria di niente; non ci scopriremmo addosso una triplice contemporanea commozione: per gli ebrei, per i nazisti e – di riflesso – per noi stessi, per quanto troviamo di noi nella somiglianza con questi ultimi e tra le lacrime per i primi. 

Basterebbe leggere come Primo Levi ci mette in guardia dall’«esigenza di dividere il campo fra “noi” e “loro”», usando lo «schema» della «bipartizione amico-nemico». Va ammesso che «la storia popolare, ed anche la storia quale viene tradizionalmente insegnata nelle scuole, risente di questa tendenza manichea che rifugge dalle mezze tinte e dalle complessità: è incline a ridurre il fiume degli accadimenti umani ai conflitti, e i conflitti a duelli, noi e loro, gli ateniesi e gli spartani, i romani e i cartaginesi». Sulla base di «questo desiderio di semplificazione» presumiamo di leggere la tragedia di Auschwitz come se si trattasse di «un mondo terribile ma decifrabile», conforme al modello «“noi” dentro e il nemico fuori, separati da un confine netto»: mostri sono gli altri, mentre noi avremmo saputo cosa fare e da quale parte stare. Eppure Levi racconta che «l’ingresso in Lager era invece un urto per la sorpresa che portava con sé. Il mondo in cui ci si sentiva precipitati era sì terribile, ma anche indecifrabile: non era conforme ad alcun modello, il nemico era intorno ma anche dentro». Perfino nella normalità delle azioni quotidiane, molto prima degli eventi fatali, stazioniamo nella «zona grigia» della complicità col male: ci sentiamo legittimati a scagliare la prima pietra contro il colpevole di turno, ma in realtà «la sua ambiguità è la nostra, connaturata», sebbene «anche noi siamo così abbagliati dal potere e dal prestigio da dimenticare la nostra fragilità essenziale: col potere veniamo a patti».

Se qualche racconto o qualche film ci farà rabbrividire di vergogna e di pietà, ci chiederemo anche noi con Levi «se questo è un uomo». Ma Elio Vittorini alza il tiro, e in Uomini e no scoppia di domande: «L’uomo, si dice. E noi pensiamo a chi cade, a chi è perduto, a chi piange e ha fame, a chi ha freddo, a chi è malato, e a chi è perseguitato, a chi viene ucciso. Pensiamo all’offesa che gli è fatta, e la dignità di lui. Anche a tutto quello che in lui è offeso, e ch’era, in lui, per renderlo felice. Questo è l’uomo. Ma l’offesa che cos’è? È fatta all’uomo e al mondo. Da chi è fatta? E il sangue che è sparso? La persecuzione? L’oppressione?»

Troppo ingenuo cavarsela con la teoria delle “mele marce”: il male commesso dagli altri porta a galla una abissale possibilità di male che segretamente abita in noi: «Noi abbiamo Hitler oggi. E che cos’è? Non è uomo? Abbiamo i tedeschi suoi. Abbiamo i fascisti. E che cos’è tutto questo? Possiamo dire che non è, questo anche, nell’uomo? Che non appartenga all’uomo?».

Questa tendenza congenita al male la chiamavano “peccato originale”, ma da un po’ di tempo è una categoria fuori moda, e preferiamo riversare ogni «offesa» sui mostri che additiamo fuori di noi. Già Manzoni osservava come Robespierre avesse imparato «che l’uomo nasce bono, senza alcuna inclinazione viziosa; e che la sola cagione del male che fa e del male che soffre, sono le viziose istituzioni sociali. È vero che il catechismo gli aveva insegnato il contrario, e che glielo poteva insegnare l’esperienza. Ma il catechismo, via, non occorre parlarne; e l’esperienza, tutt’altro che disprezzata in parole, anzi esaltata, raccomandata, prescritta, era, in fatto, da quelli che non si curavano del catechismo, contata e consultata quanto il catechismo»

È «l’esperienza» a mostrarci come il male fatto e subito riguarda non appena la sua emergenza contingente ma – lì dentro – la sua radice in noi. Così, quando Vittorini racconta un’agghiacciante rappresaglia dei nazifascisti, che a Milano, nel ’44, ammazzano dieci partigiani per ogni ucciso dei loro, un attimo dopo aver urlato contro quella disumanità che i tedeschi «sono cani», non si ferma a una sacrosanta indignazione e cerca di «sapere un’altra cosa. Non se il gemito è nell’uomo. E come sia nell’uomo. Ma se è nell’uomo quello che essi fanno quando offendono». Mentre un partigiano viene orribilmente sbranato da un cane, Vittorini non trattiene la domanda capitale: quella violenza «è nell’uomo?». Vale a dire: è in me?

In una lettera del ’47 lo scrittore faceva notare al francese Michel Arnaud che «il titolo italiano di questo romanzo “Uomini e no” significa esattamente che noi, gli uomini, possiamo anche essere “non uomini”. Mira cioè a ricordare che vi sono, nell’uomo, molte possibilità inumane. Ma non divide l’umanità in due parti: una delle quali sia tutta umana e l’altra tutta inumana. Il titolo francese “Les hommes et les autres” opera invece tale divisione, e disturba lo stesso contenuto del libro». Per l’autore «è un titolo sbagliato», dal momento che – come leggiamo in un articolo sempre del ’47 sul «Politecnico» – «non esistono, insomma, “uomini” e “non-uomini”; e come il sottosuolo dostoievskijano, nelle sue profondità coscienti e non coscienti, è comunque in potenza a tutti gli uomini, così i “delinquenti”, i “criminali”, non sono individui di “altra specie” tra noi». Avverte infatti Vittorini che «la capacità di assassinare può (cioè) manifestarsi nell’uomo a un livello morale anche non barbarico, non primitivo né sublime, non da Clitemnestra né da Macbeth né da Amleto né da Karamazov, ma semplicemente da ragioniere di commediola borghese, e assestarsi nella “civilizzata” esistenza dei nostri giorni con la banalità stessa di un acquisto in drogheria. Il “non-uomo” è in noi».

Siamo così semplici da permettere all’«esperienza» di scardinare il nostro saccente moralismo fino ad accorgerci di questo «non-uomo» che abita «in noi», di questo «no» tanto profondamente intriso nella stoffa della nostra umanità? di questa miseria che ci appartiene e quindi del bisogno di salvezza che ci urge?

«Noi non pensiamo che agli offesi. O uomini! O uomo! Appena vi sia l’offesa, subito noi siamo con chi è offeso, e diciamo che è l’uomo. Sangue? Ecco l’uomo. Lagrime? Ecco l’uomo. E chi ha offeso che cos’è? Mai pensiamo che anche lui sia l’uomo. Che cosa può essere d’altro? Davvero il lupo? Diciamo oggi: è il fascismo. Anzi: il nazifascismo. Ma che cosa significa che sia il fascismo? Vorrei vederlo fuori dell’uomo, il fascismo. Che cosa sarebbe? Che cosa farebbe? Potrebbe fare quello che fa se non fosse nell’uomo di poterlo fare? Vorrei vedere Hitler e i tedeschi suoi se quello che fanno non fosse nell’uomo di poterlo fare. Vorrei vederli a cercar di farlo. Togliete loro l’umana possibilità di farlo e poi dite loro: Avanti, fate. Che cosa farebbero? Un corno, dice mia nonna».

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