CRISTIANI E MUSULMANI/ “Dio è morto”, forse no: la secolarizzazione e le sue sfide

Cosa ha voluto dire la secolarizzazione per musulmani e cristiani? Una deriva? O il dischiudersi di nuove possibilità di convivenza e di incontro? FRANCESCO BOTTURI

29.11.2014 - Francesco Botturi
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Immagine di archivio

“Cristiani e musulmani alla prova della secolarizzazione” è stato il titolo di un seminario della Fondazione Internazionale Oasis presso l’Università Cattolica. Al centro il tema dell’essere messi alla prova da quel globale processo storico, avviatosi nel cuore della modernità, che non cessa di portare i suoi effetti sino a noi. Quella secolarizzazione alla cui remota origine si può porre lo stesso cristianesimo — come ha ricordato il prof J. Duchesne, direttore dell’Accademie Catholique française —, che ha insegnato all’uomo occidentale ad apprezzare, in un contesto medievale ancora interamente teologico, la causalità specifica delle cause naturali, che sarà chiamata nel Concilio Vaticano II (costituzione Gaudium et Spes) “autonomia delle realtà terrestri”. 

Autonomia alla quale la seconda modernità — dopo l’allargamento dei confini culturali occidentali a ovest e a est, il protestantesimo, le guerre di religione, l’assolutismo politico, la nuova scienza galileiana — darà un significato nuovo di progressiva indipendenza, sino a intenderla come opposizione delle “realtà terrestri” nei confronti della sua matrice cristiana; ma in tutto questo è, in ultimo, lo stesso senso di Dio che si offusca e viene negato sino alla “morte di Dio” nella coscienza dell’uomo europeo, annunciata da Nietzsche.

D’altra parte, la secolarizzazione moderna ha portato in sé anche istanze ormai irrinunciabili di cui si è fatta interprete la cultura liberale, come la libertà di coscienza e quella di pensiero e di azione; presupposti di un modo nuovo (democratico) di convivere, che rende possibile e praticabile la “pluralizzazione della società”. 

Se la “morte di Dio” taglia le radici cristiane dell’Europa, l’altro effetto storico della secolarizzazione, la pluralizzazione sociale, che è insieme religiosa e culturale, è invece una sfida positiva. Innanzitutto essa è un fatto, che il sociologo delle migrazioni M. Ambrosini dell’Università degli Studi di Milano ha documentato, interpretandolo come un fenomeno ambivalente, ma fruibile per la verifica e il confronto delle identità. Non deve fare meraviglia che a livello di identità religiose in condizione di migrazione si diano forme di sincretismo e irrigidimenti settari; così come bisogna riconoscere positivamente che si danno forme di identità sociale e formazione di capitale sociale (relazioni fiduciali costruttive). Col dovuto discernimento, qui stanno le opportunità storiche per incontri e confronti fra tradizioni culturali e religiose nel vivo di esperienze che eccedono i pregiudizi del secolarismo e del fondamentalismo.

Il racconto fatto da H. Rachik, professore all’Università Hassan II di Casablanca (Marocco), del dibattito che ha accompagnato nel suo paese il processo di revisione del diritto di famiglia dalla metà degli anni Novanta fino al 2004, testimonia la possibilità che all’interno di una società a maggioranza musulmana prenda piede un pluralismo di posizioni. 

Gli attori in gioco (gli “ulema” rappresentati delle scienze islamiche tradizionali, gli “islamisti” e i “modernisti”) hanno dato vita a un pluralismo di fatto di grande interesse, tra rappresentanti della legge che hanno ammesso deroghe alla lettera coranica (il permesso della poligamia); islamisti che hanno affermato i criteri religiosi regolativi della materia famigliare, utilizzando insieme un lessico moderno di tipo funzionalista; modernisti che hanno fatto valere le ragioni di una visione che tiene conto dell’evoluzione sociale del paese senza trascurare appropriati riferimenti religiosi. Ogni gruppo pertanto ha attinto a diversi linguaggi, religiosi e secolari, generando discorsi ibridi: una caratteristica che sembra essere la forma assunta dalla secolarizzazione in una parte del mondo islamico.

Questo seminario e il rispettivo gruppo di lavoro rappresentano la prima tappa del progetto di ricerca Conoscere il meticciato, governare il cambiamento, reso possibile da Fondazione Cariplo. Un progetto che, da vari punti di vista, affronta le problematiche della società plurale e multireligiosa. Il metodo è promettente; anzi, forse l’unico a misura del problema: comporre con un paziente lavoro di mosaico, fatto di tessere teoriche ed empiriche, l’immagine di un mondo alla ricerca delle sue ragioni di convivenza.

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