VITA DI GESU’/ Il miracolo raccontato da un pagano? I conti “tornano”

La notizia (poi rivelatasi un falso) della testimonianza di Velleio Patercolo su un miracolo compiuto da Gesù, non esime l’esperto da una riflessione storica. MORENO MORANI

06.11.2014 - Moreno Morani
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Dentro gli Archivi Vaticani (Immagine d'archivio)

In tempi recenti si è parlato del ritrovamento negli Archivi Vaticani di una lettera inviata all’imperatore Tiberio dallo storico romano Velleio Patercolo dove si descrive un miracolo di Gesù a cui lo scrittore avrebbe assistito durante un viaggio in Palestina, e precisamente nella città di Sebaste: Gesù, dopo avere recitato una preghiera “dalle parole incomprensibili” avrebbe ridato la vita al bimbo nato morto di una donna del paese. 

La notizia, diffusa da un sito web poco attendibile, è stata smentita: si trattava di un falso. Sarebbe stata una notizia straordinaria, perché avremmo avuto l’unico caso, al di fuori dei libri del Nuovo Testamento, in cui uno spettatore (per di più pagano) narra di essere stato testimone oculare di un miracolo di Gesù. 

Ma sarebbe stata davvero una notizia così inattendibile? Da parte mia vorrei proporre solamente un paio di osservazioni: la prima, che la notizia è stata costruita ad arte in maniera da avere una patina di credibilità, e chi l’ha diffusa aveva un’ottima conoscenza del mondo antico; la seconda, che comunque la risonanza avuta dalla falsa notizia del web consente di riaprire una pagina importante della storia romana e una riproporre una domanda alla quale troppo spesso si sono date risposte superficiali o pregiudiziali: quale fu l’atteggiamento di Tiberio nei confronti del Cristianesimo nascente?

Vorrei commentare brevemente la notizia partendo dall’ipotesi che essa fosse vera: un po’ come si fa in geometria, quando, per riflettere su una dimostrazione, si ragiona “per assurdo”. 

Velleio Patercolo, storico romano autore di due libri di Historiae ebbe una lunga familiarità con l’imperatore Tiberio e coi suoi più stretti collaboratori, fra cui Seiano (figura controversa e tutt’altro che raccomandabile), tanto che probabilmente all’eclissi e alla disgrazia di Seiano negli ultimi anni dell’impero di Tiberio corrispose anche il suo declino. Come storico Velleio Patercolo fu ampiamente condizionato dall’amicizia con l’imperatore, al punto da essere considerato da alcuni studiosi del nostro tempo autore di un’opera più di propaganda che di storia. La biografia di Velleio Patercolo, con la sua carriera politica e militare all’ombra dell’imperatore, è ampiamente documentata dalle fonti antiche, e la possiamo ricostruire in modo soddisfacente per alcuni periodi della sua vita: ma gli anni precedenti e successivi al 30, data di pubblicazione della sua storia, rimangono un punto oscuro: per un lungo periodo non abbiamo sue notizie. L’ipotesi, implicitamente suggerita dalla lettera, di un prolungato soggiorno all’estero, per di più in una regione turbolenta e anomala che dal punto di vista della politica imperiale creava più problemi che gratificazione, potrebbe dunque essere presa in considerazione e spiegherebbe l’apparente silenzio sulla sua attività. Se si accetta una data fra il 29 e il 31 come data della morte e resurrezione di Gesù, e dunque un periodo di qualche anno antecedente per la sua predicazione pubblica, la lettera proverebbe la presenza di Velleio in Palestina attorno a quegli anni, e sarebbe quindi compatibile coi dati biografici a nostra disposizione. 

Ma vi è un secondo elemento più interessante. Velleio, secondo il documento, avrebbe scritto una lettera a Tiberio, il cui impero si estende dal 14 al 37: la predicazione di Gesù e la fine della sua vita terrena sono dunque interamente comprese in tale periodo. Poteva Tiberio essere a conoscenza della figura e delle opere di Gesù? La lettera di Velleio darebbe una conferma positiva. Ma c’è un’altra notizia che orienterebbe a dare una risposta positiva alla domanda. Si tratta della notizia, fornita da un antico scrittore ecclesiastico dell’Africa settentrionale, Tertulliano, nel suo vibrante libro Apologetico, scritto nel 197, secondo cui Tiberio avrebbe voluto fare rientrare il Cristianesimo fra i culti legittimi dell’impero. Secondo Tertulliano l’imperatore Tiberio, avuta notizia degli avvenimenti legati alla figura di Gesù, avrebbe proposto al senato di inserire Cristo (il termine tecnico è consecrare) fra gli dèi ufficialmente riconosciuti dallo Stato, rendendone lecito il culto. La procedura vigente obbligava l’imperatore a rimettere la decisione definitiva al senato. Il senato respinse la proposta, ma Tiberio a sua volta, avvalendosi delle sue prerogative, pose il veto alla delibera del senato e continuò a mantenere un atteggiamento moderato nei confronti dei Cristiani. Le parole esatte dell’autore (Apol. 5, 1-2) sono le seguenti:

“Esisteva un antico decreto, per cui un dio non poteva essere accettato dall’imperatore se non ci fosse stata l’approvazione del senato (…) Anche questo serve alla nostra causa: da voi le divinità vengono misurate sulla base del giudizio umano. Se non piace all’uomo, non sarà dio; sarà l’uomo che dovrà essere favorevole al dio. Tiberio dunque, al cui tempo il nome cristiano ha fatto la sua comparsa nel mondo, riferì al senato delle notizie giuntegli dalla Siria Palestina che avevano rivelato il manifestarsi della divinità stessa in quella regione, dando il suo voto favorevole. Il senato respinse la proposta, perché non era stata sua l’inchiesta. L’imperatore rimase fermo nel suo parere, minacciando un processo a chi accusasse i Cristiani”.

In un altro punto, sempre della stessa opera (21, 24), Tertulliano conferma che notizie riguardanti Cristo erano state trasmesse da Pilato (il che lascia presumere una relazione ufficiale dall’autorità romana della provincia all’imperatore):  

“Tutti questi avvenimenti a proposito di Cristo li riferì a Tiberio allora Pilato, che era anche lui già cristiano in coscienza”.

Trascuriamo l’accenno alla presunta conversione di Pilato (tradizione accolta peraltro ancora oggi da talune chiese cristiane orientali, che inseriscono Pilato fra i santi): la narrazione dei Vangeli ci presenta un personaggio incline piuttosto a un relativismo nichilista (“Che cosa è verità”?), un personaggio dedito a una politica di quieto vivere che lo porta anche a calpestare le leggi, piuttosto che affrontare di petto i problemi (la condanna a morte di Gesù lo dimostra). Per Pilato non ci fu Resurrezione di Cristo, ma trafugamento della salma perpetrata dai suoi fanatici seguaci: come ci fa sapere il Vangelo (Mt. 28, 11 ss.), questa era la versione ufficiale degli avvenimenti. 

Che poi la coscienza gli rimordesse per la pavidità dimostrata, che fosse stato colpito dalla figura e dal comportamento di Cristo nel momento del colloquio, quando si era potuto confrontare con Lui faccia a faccia, oppure non si accontentasse della sua verità ufficiale fatta circolare solo per evitare problemi di ordine pubblico, non ci è dato sapere. Resta comunque la conferma del fatto che a Tiberio erano stati rendicontati gli avvenimenti succedutisi in Palestina nel corso di quegli anni. Il che è anche verosimile, perché sicuramente l’imperatore avrà chiesto alle autorità locali di essere costantemente informato sugli avvenimenti di una provincia calda e inquieta. E’ vero che i romani inizialmente ravvisavano nei cristiani nient’altro che una setta dissidente nell’ampio e variegato mondo del giudaismo, ma i riflessi che tutto ciò comportava sull’ordine pubblico dovevano ben suscitare la loro attenzione. Quanto a Tiberio, la sua proposta non era necessariamente motivata da una simpatia religiosa o da problemi di coscienza: l’esistenza di una sconosciuta divinità straniera poneva problemi di natura anche politica, e l’atteggiamento romano era sempre stato quello di ingraziarsi gli dèi stranieri, per evitare che potessero diventare nemici e arrecare danni allo Stato.

La notizia della relazione di Tiberio al senato è spesso rigettata dagli storici moderni, che insistono prevalentemente sulla mancanza di conferma da parte di altre fonti. Alcuni hanno cercato una conferma alla parole di Tertulliano richiamando un passaggio di un altro autore cristiano antico, Giustino, che nella prima delle sue Apologie, scritta a Roma nel 153,  afferma (35, 9) che le notizie relative agli avvenimenti della passione di Cristo “le potete vedere negli Atti redatti sotto Ponzio Pilato”, accennando così all’esistenza di un verbale ufficiale del processo a Gesù conservato negli archivi imperiali e consultabile pubblicamente. (Nell’antichità vengono tramandati anche degli Atti di Pilato, ma si tratta di un apocrifo destituito di valore: certamente Giustino non si riferisce a questo scritto, che fu messo insieme forse dopo la sua età e fu poi incorporato nell’apocrifo Vangelo di Nicodemo). In realtà Giustino non fa cenno al tentativo di Tiberio, e quindi su questo punto Tertulliano rimane l’unica fonte. Tra gli studiosi favorevoli ad accogliere la notizia di Tertulliano va annoverata la grande specialista di storia antica Marta Sordi, che dedicò all’argomento molte pagine, e ancora nel commento all’Apologetico di Tertulliano (edizioni esd di Bologna, collana I Talenti), concluso e pubblicato pochi mesi prima della sua morte, ribadisce con ampiezza di argomenti, sia nell’Introduzione sia nel commento, questa sua convinzione, tratta da un esame accurato dei documenti. Leggiamo, fra l’altro, che «la notizia di Tertulliano è ritenuta una falsificazione apologetica da quanti, in modo acritico, non si sono accorti che il centro della notizia non è il favore di Tiberio – a cui il riconoscimento dei cristiani, portatori di un messianismo pacifico e non antiromano, doveva servire alla pacificazione della Giudea (…) –, ma il rifiuto del senato. Ammettere che questo rifiuto risaliva all’epoca di Tiberio non giovava affatto all’apologetica cristiana, che insisteva, invece, come fa subito dopo Tertulliano, che era stato Nerone, il peggiore degli imperatori, ad applicare per primo il senatoconsulto» (p. 20). 

Il voto sfavorevole del senato poneva automaticamente il Cristianesimo nella situazione di ‘culto illecito’ (superstitio illecita), e a questa situazione giuridica si appellerà più tardi Nerone, quando darà il via alla prima sanguinosa persecuzione di Cristiani a Roma. Come leggiamo ancora nel commento della Sordi (p. 139), «Il rifiuto del senato di accogliere come lecito il culto di Cristo rendeva i cristiani passibili di accuse per superstitio illicita. Tiberio pose il veto a tali accuse, usando la tribunicia potestas, come aveva fatto nei suoi primissimi anni di governo rispetto alle accuse di lesa maestà, e come farà, secondo Dione Cassio, Nerva (96-98) dopo la persecuzione di Domiziano (81-96)». 

Nel secondo passaggio citato Tertulliano afferma che fu Pilato a comunicare a Tiberio le notizie relative a Cristo. Tertulliano parla però nel primo passo di relata al plurare. Perché non pensare che Tiberio avesse avuto svariate fonti di informazione, e che una di queste, accanto alle relazioni ufficiali provenienti dalle autorità romane della provincia, potesse essere una lettera personale, ma circostanziata dell’amico Velleio? 

La validità della notizia del ritrovamento sembra definitivamente tramontata, ma la sua verosimiglianza era accresciuta anche dal fatto che si integrava bene coi dati storici già noti, e soprattutto con un’altra fonte che proprio per la sua unicità e il suo carattere discusso e marginale difficilmente poteva prestarsi a imitazioni e falsificazioni. Non è da escludere che gli Archivi Vaticani, in cui ancora giace moltissimo materiale da vagliare e approfondire, ci riservino davvero in futuro sorprese di questo genere! In definitiva, in epoca moderna si sono fatte tante scoperte che hanno clamorosamente confermato la veridicità di personaggi o situazioni dei racconti evangelici alle quali gli oppositori del Cristianesimo pretendevano di non dare pieno credito.

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