EUGENIO CORTI/ Un proiettile lo risparmiò, ecco perché

- Alessandro Rivali

“Quell’incipit agreste e solenne mi fulminò (anni dopo mi avrebbe fatto venire in mente l’attacco del Dottor Zivago)”. ALESSANDO RIVALI racconta il “suo” incontro con Eugenio Corti

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Soldati italiani durante la ritirata di Russia (Immagine d'archivio)

Non dimenticherò la mia prima estate da liceale genovese. Confidavo a un amico più grande il mio terrore per quelli che sarebbero stati i successivi tre mesi all’insegna della noia, in un condominio dell’entroterra ligure, vicino a una fabbrica di boe. Troppo lontano dagli amici e dal mare. Quell’amico più grande mi suggerì un libro “che parlava di storia e di guerra”. Disse proprio così.

Era il Cavallo rosso di Eugenio Corti. 

Fui diffidente, come era logico per un 15enne che aveva nel cuore la Sampdoria, il motorino (uno scalcinato Atala Green a doppia marcia) e la compagna di classe del banco vicino alla finestra. Provai però a fidarmi ed entrai in una disordinatissima libreria a due passi da piazza De Ferrari (sarà riuscita a resistere alla crisi?). Avevo dimenticato il nome dell’autore e della casa editrice, ma non il titolo, che mi sembrò subito bellissimo. Il commesso mi portò un libro elefantiaco. 1.274 pagine per 24mila lire (23.530 senza l’iva di allora…). Un’enormità, in tutti i sensi. Però, l’occhio così inquieto del cavallo della copertina di Géricault fu un richiamo irresistibile. Dopo il colophone, lessi anche il “piano dell’opera”: primo volume, “Il cavallo rosso”, secondo volume, “Il cavallo livido”, terzo volume, “L’albero della vita”. Avevo un portafoglio con l’apertura a strappo e lo svuotai completamente per il primo acquisto librario della mia vita (ma mia madre mi aveva insegnato che per i libri si poteva sempre spendere). 

Iniziai a leggere appena raggiunto l’entroterra: “Fine di maggio 1940; avanzando lenti uno a fianco dell’altro Stefano e suo padre Ferrante falciavano il prato. Alle loro spalle il cavallino sauro attendeva attaccato al carro; aveva consumata per intero la bracciata d’erba messagli davanti da Stefano all’inizio del lavoro: con l’avidità l’aveva mangiata, sollevando e squassando di continuo la testa per respingere il collare voluminoso che gli scivolava lungo il collo”. 

Quell’incipit agreste e solenne mi fulminò (anni dopo mi avrebbe fatto venire in mente l’attacco del Dottor Zivago: “Andavano e sempre camminando cantavano eterna memoria, e a ogni pausa era come se lo scalpiccio, i cavalli, le folate di vento seguitassero quel canto…). 

La lettura diventò vorace, indiavolata. Prevaleva sulla pelle che si faceva a puntini per la brezza serale o sui richiami di una madre che annunciava la cena. Come se d’improvviso la sagoma dei monti dell’Appennino si appianassero per versarsi nella sconfinata landa russa, su cui combattevano Ambrogio e Stefano, o nei deserti dell’Africa settentrionale (dove si cimentava la sognante figura di Manno). Come se i volti dei famigliari potessero d’improvviso diventare i volti di tutti, di tante generazioni incastonate in una storia più ampia. 

La scrittura di Corti mi conquistò perché coglieva la realtà più minuta per trasformarla in bellezza e anche in epos. Anche se questa realtà era ombreggiata dal male, che poteva essere compiuto da un gruppo di bambini intenti a tormentare un cane: “Subito il cane cercò d’allontanarsi e fuggire, al che il barattolo rimbalzò sull’acciottolato e batté contro le sue gambe posteriori; il povero animale si voltò per un istante, incerto sulla natura del nuovo tormento: vide i bambini corrergli addosso gridando, si mise allora a correre a sua volta, mentre il barattolo rimbalzava e strideva e batteva sempre più spesso anche col bordo tagliente del coperchio contro la zampina offesa, che ora egli era costretto ad appoggiare a terra. La bestiola cominciò a berciare per il dolore, correva e berciava, e i bambini dietro che acclamavano: il divertimento non avrebbe potuto essere più grande…”. 

Mi innamorai del Cavallo rosso per le stesse ragioni per cui ero entrato nella sub-creazione del mondo tolkieniano. Avevo a portata di mano una potente avventura dal respiro metafisico. 

Il mio personaggio preferito del Signore degli anelli era Sam perché si trovava catapultato in una missione troppo difficile. Eppure, trovava il coraggio di farla sua. E così sono gli eroi di Corti, gli eroi di tutti, che dalla provincia brianzola diventano capaci di affrontare il mondo anche con il completo dono di sé. Come Manno, la cui vita si spezza nella battaglia di Montelungo, la prima del ricostituito esercito italiano. Un attimo prima di morire trova la forza per ringraziare Dio di tutto quanto gli era successo, di dare un senso anche al colpo che gli dava la morte: “Ecco dunque il perché di quella barca pronta per lui in Africa, e poi l’invio in Albania, e… Ma allora già da tempo Dio stava predisponendo il recupero dell’Italia! Quanta pena si dava Dio per le cose degli uomini! «Grazie, Signore Iddio» mormorò Manno col suo ultimo fiato «grazie»”.

E poi Corti parlava dell’amore. Che meraviglia ricordare le pagine su Colomba, che “aveva occhi grigio-azzurri… non comuni, e la testa che richiamava effettivamente quelle dei libri d’arte” (guarda caso faceva la seconda liceo…). 

Se fossi un professore, chiederei delle tesi sulla concezione dell’amore in Eugenio Corti. 

Basti ricordare quanto scrisse l’amico-editore Cesare Cavalleri nella prima recensione al Cavallo rosso (quella in cui si affermava che il romanzo ha il respiro di Guerra e pace e la tenerezza dell’Albero degli zoccoli). Quel pezzo nell’estate dell’83 si apriva con una citazione sull’amore di un giovane bergamasco: “Il ventenne Moioli, bergamasco, puntatore del primo pezzo, era tra quelli che delle donne parlavano con fiducia. “Che bella cosa l’amore!” concludeva a volte le sue svagatezze, con molta ingenuità. 

Un giorno Ambrogio, ch’era in visita appunto nella tenda del primo pezzo, gli chiese: “Ma di’ un po’: tu l’amore l’hai mai provato?” Moioli lì per lì rimase imbarazzato.”Signornò” rispose infine “se devo essere sincero”. A costo di fare cattiva figura davanti ai suoi compagni non era disposto a mentire, bergamasco e onesto com’era. Aveva da poco compiuto vent’anni…”. Ecco l’intreccio di verità e amore in Eugenio Corti. 

Non ho una personale classifica dei passi più belli del Cavallo rosso. Però mi impressionarono le morti dei personaggi che avevo amato, per esempio, il bersagliere Stefano o la dolce Alma. Forse erano i primi personaggi che vedevo morire… Certo, commuove in questi giorni rivedere su Youtube qualche spezzone di Eugenio che legge “la morte del Capitano Grandi”…

E chi l’avrebbe mai detto che un giorno mi sarei trovato a seguire molto da vicino Corti come editor delle Edizioni Ares. È difficile fare ordine tra i ricordi. Potrei ricordare la festa per ogni recensione che usciva, gli incontri con i tantissimi ragazzi che lo andavano a trovare (lui era il nonno vicino al camino), la speranza che qualcuno a Stoccolma si ricordasse di lui, come quella che il Cavallo rosso diventasse un film (anni fa comprò i diritti la LuxVide di Ettore Bernabei), la curiosità inesausta per le vicende del mondo (e della Chiesa).

Sono stato a trovarlo di recente. L’immobilità del corpo sulla carrozzella contrastava con l’azzurro degli occhi. Volle informarsi delle vendite de I più non ritornano, il testo che concludeva la sua Opera omnia per Ares, e sulla possibilità di vedere i suoi libri anche in ebook (lo stiamo facendo Eugenio). Con un grande sorriso mi lasciò entrare nel solaio della casa. Fu un’esperienza fortissima: Corti custodiva con ordine il suo archivio, le stesure del Cavallo rosso (scritte a matita e lasciate alla custodia dell’inseparabile Vanda), la corrispondenza (faldoni su faldoni), ma anche le divise militari, le fotografie seppiate, persino un casco da motociclista del tempo di guerra. Nella stanza da letto Corti aveva appeso un crocifisso mutilato su una croce spezzata di colore nero. Appena sotto, una piccola targa: “Montecarotto, agosto 1944”. L’autore del Cavallo rosso l’aveva collocato in bella vista per ricordare il giorno in cui sentì più vicino il soffio della morte: quando il suo osservatorio d’artiglieria (nascosto in un ex ospedale) era stato avvistato dai semoventi tedeschi da 105mm. Fu una “babilonia di fuoco”, ma le granate esplosero intorno a lui lasciandolo indenne. Non diversamente da quando un cecchino russo gli sparò nella “Valle della morte”. Il proiettile traforò il passamontagna tra la testa e il collo. Senza toccarlo. Corti sapeva di essere stato risparmiato per un disegno più grande. 

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