LETTURE/ Natale con Gide e Manzoni davanti alla mangiatoia di Betlemme

- Uberto Motta

Una presenza che sovverte il nostro modo di pensare (André Gide) interpella senza sosta il nostro cuore infermo, così incline all’odio (Alessandro Manzoni). UBERTO MOTTA

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Andrej Rublev, Cristo Salvatore (XV sec.)

Il mistero che ha preso corpo nel grembo di Maria all’annuncio dell’Angelo, a Nazareth, ed è venuto alla luce del mondo a Betlemme, costituisce un’interpellazione infinita per il cuore e l’intelligenza degli uomini e delle donne di buona volontà. Ciascuno, infatti, ha l’opportunità di verificare, quotidianamente, l’incidenza di tale evento nel proprio sguardo, e nel proprio giudizio, su di sé e su quanto e quanti ci circondano. In un quaderno elaborato tra il 1916 e il 1917, il cosiddetto Carnet vert, a partire da una personale rilettura del primo capitolo del vangelo di Giovanni, André Gide definisce la realtà sublime dell’incarnazione come donazione di una presenza perpetuamente in atto, capace di sovvertire in modo radicale, e sempre nuovo, il nostro modo di pensare, la nostra scala di valori, la nostra percezione di cosa è bello e cosa è sensato.

Tutto cambia, alla luce della semplice ipotesi di un Figlio di Dio fatto uomo tra gli uomini. Di simile sovvertimento si può prendere consapevolezza leggendo, ad esempio, un brano del capitolo 7 della prima parte delle Osservazioni sulla morale cattolica di Alessandro Manzoni. Il testo comincia con un’affermazione di schietta e drammatica attualità: “Certo, ci sono poche cose che corrompano tanto un popolo, quanto l’abitudine dell’odio”, per effetto del quale ogni interesse, ogni opinione, ogni verità diventano motivo di reciproco disprezzo e vicendevole esecrazione. La tentazione dell’odio è a tal punto abbarbicata nelle pieghe più profonde dell’umana debolezza, che per alimentarsi non ha neppure bisogno di essere “utile”, vantaggiosa o conveniente. E purtroppo la storia dimostra come, frequentemente, proprio i sentimenti religiosi costituiscano il migliore pretesto per il rancore, la divisione, l’inimicizia, a partire dall’irritazione di Caino, in Gen 4,5-7. Simile, istintiva propensione — per utilizzare l’immagine veterotestamentaria — è accovacciata alla porta della nostra coscienza, e spesso sormonta la ragione, dominandola e soggiogandola.

Quale antidoto si sprigiona, allora, a Betlemme, per arginare questa “abitudine dell’odio”, che costituisce forse la tragica e univoca protagonista della più cruda attualità? Scrive Manzoni: “è comune alla verità e all’errore il detestare il suo contrario; e n’è la conseguenza naturale l’insegnare a detestarlo”. La nostra natura, costitutivamente “inferma” (così Dante, in Par. VII v. 28), che si abbia torto o ragione sembrerebbe spingere con forza alla guerra contro quanti pensano e credono diversamente: come se fosse un dovere essenziale, che, tuttavia, proprio l’incarnazione concorre a delegittimare, invalidandolo. Il Verbum caro factum est, et habitavit in nobis (Gv 1,14), infatti, introduce nella storia del mondo una logica alternativa, che — se bene intesa — toglie ogni possibilità di giustificazione della violenza, e definisce così il fondamento stesso del cristianesimo.

È, nella prospettiva manzoniana, la vocazione del cristiano: odiare gli errori, e pure amare gli uomini che gli errori commettono, come già Dante aveva raccomandato (Conv. IV 1,3). Occorre, a tal fine, essere capaci, simultaneamente, di amore e intelligenza, con una fermezza che persino Rousseau, da Manzoni molto ammirato, riteneva impossibile (cfr. Émile, libro IV), e che, invece, proprio la stella di Betlemme sembrerebbe indicare a tutti gli uomini. “È dottrina perpetua della Chiesa — argomenta Manzoni —, che si devano detestare gli errori, e amare gli erranti. C’è contradizione tra questi due precetti? Non credo che alcuno voglia affermarlo. Ma è difficile il far distinzione tra l’errore e la persona; è difficile detestar quello, e nutrire per questa un amore non di sola apparenza, ma vero e operoso. È difficile! ma qual è la giustizia facile all’uomo corrotto? ma donde questa difficoltà di conciliare due precetti, se sono giusti ugualmente? È cosa giusta il detestar l’errore? Sì, certo; e non c’era nemmeno bisogno di prove. È cosa giusta l’amare gli erranti? Sì, ancora; e per le ragioni stesse per cui è giusto d’amar tutti gli uomini: perché Dio, da cui teniamo tutto, da cui speriamo tutto, Dio a cui dobbiamo tutto dirigere, gli ha amati fino a dare per essi il suo Unigenito: perché è cosa orribile il non amare quelli che Dio ha predestinati alla sua gloria; e è un giudizio della più rea e stolta temerità l’affermare d’alcun uomo vivente, che non lo sia, l’escluderne uno solo dalla speranza nelle ricchezze delle misericordie di Dio”.

Nella ritrosia ad amare chi abbia idee, valori, sentimenti diversi (o addirittura “sbagliati”), senza dover con ciò quelle idee, quei valori, quei sentimenti approvare o condividere, si specchiano la nostra miseria e la nostra fiacchezza. Ci si può arrendere, cedendo alla tentazione dell’odio, che sempre trova e troverà una sofistica giustificazione. Oppure si può fare propria la lezione della mangiatoia (Lc 2,7), dove, sgomentandoci, il divino rivela il suo volto facendosi prossimo. Alla scuola di Betlemme siamo convocati da un bambino, che ci invita a tenere insieme giustizia e carità. Il Verbo è venuto ad abitare in mezzo a noi per dirci che è possibile; e il premio che ci attende, conclude Manzoni, è “un sentimento d’inesprimibile giocondità”.

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