STORIA/ Lodo Moro, fuori le carte che provano il “tradimento” dell’Italia

- Salvatore Sechi

Strage di Bologna, tutti i “buchi” dell’inchiesta. Il “lodo Moro” (e il suo tradimento da parte dell’Italia) è sconfessato dai pm, ma è la chiave di tutto. SALVATORE SECHI

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Aldo Moro (1916-1978) (Foto dal web)

L’autore, docente universitario di storia contemporanea, è stato consulente  delle commissioni parlamentari d’inchiesta sulle stragi e sulla mafia presiedute dai senatori Paolo Guzzanti e Giuseppe Pisanu. Secondo di due articoli.

A che cosa è dovuta questo apprezzamento riduttivo del ruolo di Kram? Credo di potere dire che esso è contestuale allo scarso credito riservato al cosiddetto “lodo Moro”.

Per la verità, non solo dai due magistrati. In più occasioni nelle sue lettere il leader democristiano fa riferimento al patto segreto da lui concordato con l’Olp di Arafat. Esso prevedeva lo scambio di prigionieri e l’impunità per i terroristi palestinesi per atti (compreso il traffico di armi) compiuti nel territorio nazionale in cambio della rinuncia a compiere attentati in Italia. 

La Dc non ignorava, scrive Moro in una lettera pubblicata sul Messaggero il 29 aprile 1978, che “anche la libertà (con l’espatrio) in un numero discreto di casi è stata concessa a palestinesi per parare la grave minaccia di ritorsioni e rappresaglie capaci di arrecare danni rilevante alla comunità… allora il principio era stato accettato. La necessità di fare uno strappo alla regola della legalità formale… era stata riconosciuta” (Lettere dalla prigionia, Einaudi, Torino 2008, p. 169).

I magistrati bolognesi hanno ragione a palesare un interesse solamente parziale su questo compromesso. Non risulta scritto (l’ho ricostruito in un saggio su “Nuova Storia Contemporanea”, novembre-dicembre 2013) e sembra centrato quasi esclusivamente sullo scambio di prigionieri (nel caso specifico, tra la persona di Moro e i brigatisti rossi o altri estremisti di sinistra detenuti nelle nostre carceri).

Temo in realtà che non si tratti solo di questo. Infatti, per via di tale atteggiamento di ripulsa, Alfonso e Cieli finiscono per non affrontare un tema (ancora oggi) fondamentale: cioè l’ampiezza della penetrazione del terrorismo libico e arabo-palestinese in Italia e la natura dei rapporti (strettissimi) stabiliti con l’Olp e Gheddafi dai nostri governi.

Il lodo Moro, interrottosi con la sentenza di condanna di Abu Saleh Anzeh e degli “autonomi” romani presso i tribunali dell’Aquila e di Chieti, deve avere ripreso a funzionare nei confronti di chi deteneva le chiavi del rifornimento (e del prezzo) del petrolio, a cominciare dalla Libia.

Sul terrorismo arabo-palestinese, e su quello libico, anche relativamente al traffico di armi, i magistrati avrebbero dovuto, e spero lo facciano altri da questo momento in poi, acquisire ed esaminare le migliaia di documenti che i nostri servizi hanno trasferito, a suo tempo, alla prima Commissione parlamentare d’inchiesta su Aldo Moro.

Ebbene, di queste carte non sembra esistere traccia.

Desidero informare inquirenti e parlamentari che gli originali dovrebbero essere ancora oggi rinvenibili e consultabili presso il Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (Dis, presieduto dall’ambasciatore Giampiero Massolo). A mettere insieme questi numerosissimi documenti sono stati il Col. Stefano Giovannone (capo-centro dei nostri servizi a Beirut) e il col. Luciano Periti. Quest’ultimo nel 1981-1982, durante la direzione del Sid e del Sismi dei generali Santovito e Lugaresi, le ha anche selezionate per trasmetterle alla Commissione Moro.

Io stesso alcuni anni fa ho interrogato il Copasir (nella persona di Massimo D’Alema e del suo successore) e il Dis (nella persona dell’ambasciatore Giampiero Massolo). Ahimè, la risposta è stata un pacioso silenzio oppure un sostanziale rifiuto paludato di formali pretesti.

Legato ad Aldo Moro, il col. Giovannone a Beirut ha avuto il compito di vigilare sulla sicurezza della nostra rete diplomatica in Medio Oriente. Nel corso di essa stabilì una serie di rapporti con le varie componenti dell’Olp che si riveleranno preziose anche dopo la sua scomparsa. Non è un caso che Moro lo evochi, chiedendo che venisse interrogato, quando i dirigenti della Dc e del Pci avevano deciso la linea della fermezza. Questo rifiuto del Pci e della Dc di trattare con le Brigate rosse era un comportamento legittimo. Invece, sostenere che i nostri governi avessero sempre evitato con i terroristi (a cominciare proprio dai palestinesi) scambi di prigionieri era una falsità plateale. 

Moro sia nella lettera a Flaminio Piccoli sia in una lettera alla Dc (prima citata) pubblicata sul quotidiano Il Messaggero, si preoccupò di evitare che si cambiassero le carte in tavola. Non era solo la consapevolezza che Andreotti e Zaccagnini, da un parte, insieme a Berlinguer e Pecchioli, e all’inviato del Dipartimento di Stato Usa Steve Pieczenik, dall’altra, lo volevano morto. Era anche il soprassalto di dignità di un leader politico che voleva consegnare alla storia la memoria fedele di com’erano andate le cose.

In altri termini, il cosiddetto lodo Moro ha avuto una sospensione con la (modica) condanna del rappresentante del Fplp Abu Saleh Anzeh (alla quale potrebbe essere seguita la strage della stazione di Bologna). 

I giudici di Bologna non ignorano che cosa implicava la cosiddetta “pista palestinese”. Nella richiesta di archiviazione (n. 13225\11 RNR della Procura di Bologna), in data 30 luglio 2014 vengono citati stralci di un importante documento. Mi riferisco all’interrogatorio (ad opera del giudice veneziano Carlo Mastelloni) nel procedimento penale contro Abu Ayad ed altri, per il traffico di armi tra Olp e Br, in data 8 ottobre 1986, del vicedirettore della seconda divisione del Sismi (dal 1979 al 1981) ten. col. Silvio Di Napoli. E’ opportuno tenere presente che egli era addetto a ricevere le informative da Beirut del capocentro Stefano Giovannone. Nella parte finale di tale interrogatorio il giudice Mastelloni mette a verbale, con propria grafia, questa dichiarazione dell’imputato Di Napoli: “Dopo la prima condanna inflitta agli autonomi e al giordano pervenne da Giovannone l’informativa secondo cui il Fplp aveva preso contatti con il terrorista Carlos. Ciò avallò la minaccia prospettata da Habash” (il leader politico del Fplp, ndr). 

Si trattava del preannuncio di una dura risposta contro l’Italia (addirittura col reclutamento dello stesso Carlos) per la condanna dell’esponente Abu Saleh Anzeh e dei dirigenti dell’Autonomia romana di Via dei Volsci. In sintesi, il Fplp non solo minaccia di farla pagare al governo italiano (per avere lasciato condannare un loro esponente munito dal lodo Moro di impunità). Fa di più. Annuncia, infatti, di avere preso contatti con Carlos e la sua organizzazione terroristica Separat. 

Il mistero del movente della strage di Bologna potrebbe essere tutto qui. E sarebbero poste le basi per arrivare a  svelare chi l’ha concepita e attuata. Si dovrebbero completare le indagini su questo punto, rimediando ad un vuoto, una lacuna investigativa. Occorre accertare dove sia finito l’importante documento di Stefano Giovannone citato dal dirigente del Sismi Silvio Di Napoli, o spiegare chi l’ha rimosso dagli archivi e fatto sparire.

Conoscere la data di questa informativa è cruciale. Se è stata inviata dopo il 2 agosto 1980, cioè dopo la strage di Bologna, i magistrati potrebbero dire di avere privato di ogni credibilità la cosiddetta “pista palestinese”. Ma se fosse stata inviata prima del 2 agosto, cioè della strage, la pista palestinese troverebbe un avallo e una legittimazione anche documentale, cioè probatoria, formidabile.

L’ambasciatore messo a capo dei servizi Giampiero Massolo mi ha, di fatto, negato l’accesso alle carte di Stefano Giovannone. Sono un professore universitario, un ricercatore, quindi un cittadino che agli occhi degli inquilini dei palazzi romani non conta nulla. Alfonso e Cieri, di fronte ad un analogo rifiuto, conoscono quali sanzioni il codice prevede per trasgressori di obblighi di ufficio.

Non mi nascondo, anzi dichiaro di condividere quanto Alfonso e Cieri lasciano intendere: l’esistenza di una sproporzione tra la pena inflitta ad Abu Saleh Anzeh e la devastazione di Bologna. E’ la città che alla solidarietà popolare, all’assistenza, alla difesa delle ragioni del popolo palestinese ha dato probabilmente più di qualunque altra in Europa. Per questa ragione, una loro iniziativa per superare questa contraddizione mi pare preziosa e urgente.

Occorre anche essere poco candidi. Di recente la Commissione Moro ha acquisito, per la scadenza del segreto di Stato, le carte Toni-De Palo (due giornalisti recatisi in Medio Oriente, con la copertura dell’Olp, e rimasti là per sempre, penso per aver voluto documentare il traffico d’armi). Ha, però, proceduto a secretare l’accesso per chi non è parlamentare o consulente della Commissione Moro (presieduta dal sen. Fioroni). E’ una vecchia storia, alla quale il Tribunale di Bologna, con un atto di indipendenza e di coraggio, potrebbe mettere finalmente fine. C’è da dire che i giudici bolognesi avrebbero potuto consultare queste carte prima del 28 agosto 2014, quando venne a scadenza il termine del segreto di Stato sui rapporti Sismi-Olp (legato alla vicenda Toni-De Palo) apposto 30 anni prima da Bettino Craxi. Purtroppo si autoesclusero dall’accesso ad esse sentenziando che il lodo Moro non esiste. E’ quanto ha ribadito, in una serrata (ma solo formalmente impeccabile) argomentazione, il 9 febbraio 2015, il gip Bruno Giangiacomo nell’ordinanza di archiviazione.

(2 – fine. La prima parte è uscita venerdì 11 marzo)

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