LETTURE/ Realacci: “Laudato si'”, un manifesto per il sistema-Italia

- Francesco Inguanti, int. Ermete Realacci

Un anno fa il dibattito culturale era segnato dalla riflessione sull’enciclica di Francesco “Laudato si'”, presentata al mondo il 18 giugno 2015. Ne parla oggi ERMETE REALACCI

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Foto LaPresse

Ad oltre un anno dalla promulgazione dell’enciclica Laudato si’, Ermete Realacci, presidente onorario di Legambiente ed esponente del Pd, spazia a tutto campo sui temi che papa Francesco ha richiamato all’attenzione del mondo intero, chiedendo un vero cambio di mentalità per salvare quel grande “bene comune”, il creato, da cui dipende la nostra vita.

Realacci, che bilancio si può trarre, oltre le parole, i convegni, gli impegni e gli auspici? Inizia a cambiare anche la mentalità delle persone?
Considero la Laudato si’ il documento più autorevole, visionario e concreto sulle sfide che dobbiamo affrontare. La chiave di lettura che Papa Bergoglio propone è quella di un’ecologia integrale, ma non integralista, che connette il tema dell’ambiente con quello delle diseguaglianze, dell’economia, della tecnologia, cogliendo le interconnessioni del mondo contemporaneo. La sua spinta è stata fondamentale già nella Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici dello scorso dicembre. I suoi effetti saranno di lungo periodo, perché si rivolge a tutta la famiglia umana e invita all’azione concreta. Come diceva Luigi Einaudi, “Chi cerca rimedi economici a problemi economici è su falsa strada. Il problema economico è l’aspetto e la conseguenza di un più ampio problema spirituale e morale”. Sembra una frase dell’enciclica.

Secondo lei le istituzioni, soprattutto quelle locali, ne hanno tratto un giudizio di merito o solo auspici?
Più auspici e buone parole che fatti. Anche le politiche elementari, quelle che definiscono la qualità della politica e dell’amministrazione, talvolta non sono da noi consone al livello di una grande nazione civile.

Realacci, perché in Italia la cultura ecologista si è incanalata nei binari del pensiero ideologico e delle scelte politiche? Perché per essere ecologisti bisogna essere di sinistra?
Io non mi sono mai identificato, come ambientalista, in un’appartenenza ideologica. Però è vero che in Italia c’è un centrodestra che sulle questioni ambientali è stato spesso molto distante. Ci sono spartiacque netti come la scelta sul nucleare. Sugli stessi mutamenti climatici nella passata legislatura la maggioranza di centrodestra al Senato approvò una ridicola mozione negazionista: una posizione impensabile in altri paesi europei o alla luce della Cop21 di Parigi. Oggi, tuttavia, ci sono persone con estrazioni politiche e culturali molto diverse che camminano sulla stessa strada della difesa dell’ambiente.

E la situazione europea com’è in tal senso?
L’Unione Europea è stata da sempre in prima fila sui temi ambientali ed ha un quadro normativo più avanzato. C’era un’espressione molto bella nella Costituzione europea purtroppo naufragata nel 2005: nel preambolo l’Europa veniva definita “spazio privilegiato della speranza umana”. Ora, se c’è un ambito in cui ci si è avvicinati di più a questo concetto è proprio quello dello sviluppo sostenibile. Senza l’Europa il protocollo di Kyoto sui mutamenti climatici sarebbe semplicemente morto.

E’ davvero convinto che l’Europa abbia qualcosa da dire?

Sì. L’Europa è più responsabile e orientata al futuro rispetto al resto del mondo, per questo  come l’Italia deve fare l’Italia, l’Europa deve tornare a fare l’Europa e non disperdere il livello di coesistenza pacifica, di sviluppo e di civiltà raggiunto dopo decenni di guerre e di conquiste democratiche, costate la vita a milioni di persone. A tal fine credo che occorra contrastare la destra populista e il malcontento diffuso che hanno portato alla Brexit, così come le derive xenofobe e la resistenza alle politiche ambientali di molti paesi dell’Est. Ma le risposte a queste tendenze regressive non possono continuare ad essere tecnocratiche e distanti. Bisogna puntare su nuove politiche in grado di mobilitare valori, passioni, interessi che guardano al futuro. Le politiche orientate all’ambiente possono contribuire ad andare in questa direzione.

Può essere più concreto?
Ho trovato, ad esempio, interessante l’elezione di Alexander Van der Bellen a presidente dell’Austria; così come la vittoria di Winfried Kretschmann nel Baden-Württemberg, uno dei Land più popolosi e industriali della Germania. Due ambientalisti, due personalità al di fuori degli schemi tradizionali e ideologici, capaci di parlare ai cittadini, ai giovani, e di mettere al centro le sfide del futuro, a cominciare dalla green economy, dalla coesione delle comunità.

Perché le associazioni ecologiste molto presenti sul territorio al massimo conseguono obiettivi localistici e non riescono ad incidere sulle grandi questioni nazionali?
Non sempre è così. Sull’energia è stato diverso, mi riferisco alle battaglie contro il nucleare e il carbone e per lo sviluppo delle fonti rinnovabili. Lo stesso vale per la legge sugli ecoreati, di cui sono stato primo firmatario e che cambia la cultura giuridica del Paese. Una legge andata in porto anche grazie all’impegno di Legambiente. Certo è necessaria coerenza nelle scelte.

Cosa intende dire?
Ho votato Sì al referendum sulle trivelle ma ho sottolineato la contraddizione di chi diceva di non volere le perforazioni in mare ma poi bloccava tutto. La Regione Sicilia, ad esempio, ha votato quasi all’unanimità una legge che ha fermato nell’isola l’eolico sopra i venti Kw, una potenza appena sufficiente per mandare avanti l’ascensore di un palazzo di dieci piani. Scelte del genere non aiutano né l’ambiente né l’economia, sono ideologiche. Un conto è impedire di installare una pala eolica sul Colosseo, altro è vietarle ovunque. Sono logiche localistiche: l’alleanza tra nimby (Not in my backyard, Non nel mio cortile, ndr) e opportunismo della politica distrugge il futuro.

Associazionismo ecologista, associazionismo in genere e corpi intermedi. Soffrono tutti, non le pare? C’è un perché?

L’associazionismo ecologista fa parte di un articolato mondo composto da volontariato, terzo settore, imprese sociali. Io non credo ad una società atomizzata in cui l’unico rapporto politico sia quella diretto tra il leader e il popolo. Oppure nell’interazione totalizzante tra il cittadino e la rete. Sono due modi di intendere la democrazia che alla fine credo possono indebolirla. La dinamica che avviene quando le persone si incontrano, interagiscono e si scambiano idee è insostituibile. C’è un termine bellissimo e intraducibile che usa il Papa nell’enciclica: “rapidación”. Descrive una conformazione della politica e delle opinioni tutta concentrata sull’immediato, ma  incapace di cogliere i pensieri lunghi. Io sono per cogliere tutte le opportunità delle innovazioni tecnologiche, ma non auspico una società polverizzata in mille solitudini. Magari molto rumorose.

La battaglia politica e culturale in corso a Taranto sull’Ilva ha da insegnare qualcosa sul piano del metodo con cui affrontare simili situazioni?
La vicenda Ilva può essere riassunta nello sforzo di tenere insieme le ragioni dell’occupazione con quelle dell’ambiente. L’una senza l’altra non sta in piedi. L’Ilva è il primo caso di commissariamento industriale compiuto in Italia e, credo, in Europa per motivi ambientali. Penso che la strada intrapresa sia l’unica percorribile, anche se non è certo semplice. Ma realtà come quella di Taranto sono figlie anche della nostra storia, con le sue grandezze e con le sue contraddizioni…

A che cosa si riferisce?
Cito un estratto del Piano regolatore di Venezia del 1962, gli anni in cui nascevano sia porto Marghera che l’Italsider di Taranto: “…nella zona industriale di Porto Marghera troveranno posto prevalentemente quegli impianti che diffondono nell’aria fumo, polvere o esalazioni dannose alla vita umana, che scaricano nell’acqua sostanze velenose, che producono vibrazioni o rumori”. Queste sono parole di un documento ufficiale di cinquant’anni fa. Fortunatamente oggi la situazione è cambiata e si è diffusa, col tempo e anche dopo tante tragedie ecologiche, una cultura ambientale più matura e consapevole.

La legge sugli ecoreati è stata un’innovazione per quanto riguarda l’intervento della magistratura in campo ambientale?
La legge sugli ecoreati in vigore da circa un anno è già stata usata più di mille volte. Il che significa che quando le leggi ci sono e sono fatte bene, servono. Nei giorni scorsi abbiamo ricordato i 40 anni del disastro di Seveso. Per la legge italiana, allora, fu un “disastro innominato”, come tutti gli altri disastri ambientali. Allo stesso modo, prima della legge sugli ecoreati, l’inquinamento veniva trattato come “getto pericoloso di cose”. Oggi, con la nuova legge, abbiamo reati come “disastro ambientale”, “inquinamento ambientale”, “traffico e abbandono di materiali radioattivi”, “impedimento del controllo”; con le aggravanti previste quando i reati sono compiuti in forma associativa o da esponenti politici e pubblici ufficiali. Tuttavia non bastano le leggi e la magistratura, se non c’è un coinvolgimento reale della società, della politica e delle istituzioni. Ricordo una frase di Eliot che dice: “Gli uomini hanno sempre cercato regole talmente perfette che nessuno avrebbe più bisogno di essere buono”. Non ci sono riusciti.

Ovviamente per la tutelare l’ambiente serve anche una giustizia che funzioni.

Il compito della giustizia è insostituibile. Però se è lenta e farraginosa, si aprono gravi questioni rispetto alle quali bisogna stare attenti, perché le leggi devono essere applicabili.  Ricordo quanto accaduto alcuni anni fa, durante il governo Berlusconi. Era stato introdotto nella regione Campania un reato penale per l’abbandono di rifiuti ingombranti. Una follia, perché attivare un processo penale con tutto quello che ne consegue di impegno, di risorse, di passaggi, di tempi perché si lascia un materasso per strada o un comodino rischia di coprire reati più gravi. Quasi la creazione di un rumore di fondo in grado di occultare azioni veramente gravi contro ambiente e territorio. Una cortina di fumo dietro la quale si può nascondere il malaffare.

E’ un discorso che vale in generale?
Ma certo. E’ la stessa logica che ha determinato una situazione paradossale: in Italia sono in carcere con sentenza definitiva per reati connessi alla droga 15mila persone; in Germania 7.500. Invece per reati di tipo finanziario, quelli legati all’arricchimento illecito e ai colletti bianchi, in Italia sono in carcere 235 persone; in Germania 8mila. Non credo che in Germania si faccia meno uso di droga rispetto all’Italia, così come non mi sembra che in Italia ci siano trenta volte meno corrotti rispetto alla Germania.

Il sistema Italia, che da sempre si regge sulla piccola e media industria, come può pensare di sostenere la sfida del mercato globale? “Piccolo è bello” rimane uno slogan del passato, o è ancora attuale?
L’Italia è uno dei cinque paesi al mondo ad avere un surplus commerciale manifatturiero superiore ai 100 miliardi di dollari. Siamo dietro solo alla Cina, alla Germania, alla Corea del Sud e al Giappone. Parte del nostro export proviene anche dalle piccole e medie aziende che costituiscono il tessuto portante della nostra struttura produttiva. Certo abbiamo anche un debito pubblico enorme, illegalità, lavoro nero, evasione fiscale,  diseguaglianze diffuse; ma per far fronte ai suoi mali antichi l’Italia deve puntare sui suoi punti di forza: qualità, innovazione, green economy, interazione con il territorio e i talenti di cui l’Italia è piena.

Sì, ma rimane il problema delle industrie italiane trasferite all’estero.
Anche questo fenomeno sta da tempo cambiando. L’Italia, dopo gli Stati Uniti, è il secondo paese al mondo nel reshoring, cioè per le industrie che ritornano a casa, perché determinati standard di qualità si ottengono solo con  uno scambio continuo e proficuo fra imprese, territori, comunità. Incorporando nei prodotti la cultura e la bellezza di cui siamo circondati, la creatività dei nostri talenti in grado di coniugare saperi antichi e nuove tecnologie. Quando parliamo di “imprese coesive” ci riferiamo a questi processi. Nel 2015 questa tipologia di imprese ha registrato aumenti del fatturato nel 47% dei casi rispetto all’anno precedente; mentre fra le imprese “non coesive” tale quota si ferma al 38%. Sono aziende che dimostrano una migliore dinamicità anche sul fronte dell’occupazione: il 10% delle “coesive” hanno dichiarato assunzioni nel 2015, contro il 6% delle altre.

Concludendo?

C’è una bellissima frase di La Pira che recita: “Solo gli animali privi di spina dorsale hanno bisogno del guscio”. Non è proprio esatta dal punto di vista biologico, ma ci ricorda che per aprirsi al mondo bisogna avere un’identità e ritrovare l’orgoglio. Lo sosteneva anche un grande economista, americano e kennediano, come John Kenneth Galbraith, il quale nell’83 scriveva di come l’Italia fosse stata capace di riprendersi dopo la seconda guerra mondiale, pur non avendo né tecnologia né un’adeguata classe dirigente, sia dal punto di vista manageriale che politico e amministrativo. “La ragione vera — scriveva Galbraith — è che l’Italia ha incorporato nei suoi prodotti una componente essenziale di cultura e bellezza da città come Milano, Parma, Firenze, Siena, Venezia, Roma, Napoli, Palermo”.

Papa Francesco usa parole molto severe nei confronti dell’economia lasciata a se stessa, senza una visione umana.
E ha ragione. Ho trovato molto forti e convincenti i passaggi di Papa Francesco quando scrive: “Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale”. E più avanti aggiunge: “la semplice affermazione della libertà economica disonora la politica”. Sono convinto che, almeno in parte, l’Italia più di altri luoghi nel mondo, si avvicini al modello di un’economia più a misura d’uomo a cui si riferisce la Laudato si’. E’ questo il Paese che può sintonizzarsi con il senso profondo dell’enciclica.

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