STORIA/ 1915, la pace armata che mandò in guerra l’Italia

- Alberto Leoni

Un viaggio nel concetto di “patria” per gli italiani, a partire dalla suo momento storico più controverso e difficile: la Prima guerra mondiale. ALBERTO LEONI (2)

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Soldati austriaci al fronte (Foto Wikipedia)

Tra le definizioni ricorrenti della Prima guerra mondiale una delle più calzanti è quella dello storico Giuseppe Romolotti: “suicidio di Europa”. Prima di allora le nazioni europee dominavano quasi tutto il mondo. Gli stessi Stati Uniti, nel loro titanismo economico ed industriale erano un nano politico. Gli imperi coloniali anche di nazioni minori si estendevano su tutto il pianeta e resta, oggi, quasi incomprensibile come Belgio, Portogallo e Olanda avessero come colonie paesi immensi come Congo, Mozambico, Angola e Indonesia. Ma questo dominio coloniale aveva un prezzo esorbitante in quanto, nei confronti delle “razze inferiori”, gli europei esercitavano una brutalità senza restrizioni. Secondo Shakespeare “dal male non può nascere che male”: e cosa poteva impedire agli europei di esercitare questa brutalità non solo all’esterno del proprio continente ma anche al suo interno contro paesi nemici? Non era forse tutta la Storia del XIX secolo una costante conferma che la forza e il delitto pagano sempre?

Con la forza era stata unita l’Italia e così la Germania “col ferro e col sangue”. Erano pochi i profeti, inascoltati, come Patrick Keyes O’Clery che predicevano sventura su un’Europa che sempre più confidava nella forza delle armi. Parlando del processo che portò all’unità d’Italia, così scriveva nelle pagine finali del suo The making of Italy (edito in Italia col titolo La rivoluzione italiana, Ares, 2000): “Costituitasi sfidando le leggi che regolano i rapporti tra le nazioni civili, essa è stata un efficace strumento per introdurre in Europa l’attuale stato di pace armata che sta schiacciando lo stesso Regno d’Italia. Ogni disastro che possa  travolgere questa monarchia sarebbe solo la conseguenza del suo recente passato” (p. 739). E va ricordato che queste righe furono scritte nel 1892!

La pace armata di cui parlava O’Clery consisteva nel proliferare degli armamenti e nel gigantismo delle armate. Le vittorie prussiane del 1866 e del 1870 avevano dimostrato l’efficacia dell’esercito di massa, superiore in numero a quello di qualità. La mobilitazione di centinaia di migliaia di uomini era diventato un processo estremamente complesso e che serviva a proiettare verso le frontiere del proprio paese masse di uomini armati alla massima velocità possibile. La stessa mobilitazione diventava così una dichiarazione di guerra per i possibili nemici, incitando governi e apparati militari a mantenere un atteggiamento sospettoso e quasi paranoico, nel timore che il nemico potesse prendere il sopravvento.

E, d’altra parte, le guerre post-napoleoniche erano state tutte di breve durata, al massimo di pochi mesi. Si pensava così che uno sforzo bellico, esercitato con intensità massima, avrebbe potuto conseguire un risultato definitivo ad un costo relativamente basso in termini economici e di perdite umane. Era il mito della “guerra breve” e dello slogan “a casa prima di Natale”.

A fronte di tali mezzi stavano conflitti pronti a esplodere lungo linee di faglia che tagliavano in pezzi l’Europa. La Serbia, protetta dalla Russia, era in aperto conflitto con la Bulgaria e l’Austria-Ungheria: questa aveva al suo interno diverse nazionalità la cui coesione era sempre più difficile ed era antagonista dell’Italia. La Germania sfidava l’Inghilterra con la sua flotta d’Alto Mare e si preparava a una guerra simultanea contro la Russia e la Francia, che voleva riconquistare Alsazia e Lorena.

La catena di avvenimenti che si susseguirono in luglio e agosto 1914 ha, ancora oggi, qualcosa di surreale e di folle. Tutti i governi europei erano convinti che una guerra limitata fosse inevitabile, giacché vi si erano preparati tanto a lungo: eppure, vi sono diversi gradi di responsabilità nella follia che stava per scoppiare e ripercorrere la sequenza di quella pazzia collettiva aiuta a capire meglio come l’Italia fu costretta a partecipare a una guerra non voluta e non cercata

Tra i principali fautori del conflitto non poteva mancare il feldmaresciallo Franz Conrad von Hotzendorf che, da subito, esercitò formidabili pressioni per attaccare la Serbia. L’imperatore Francesco Giuseppe non cedeva a tali proposte e così anche il primo ministro ungherese Kalman Tisza. A sbloccare la situazione pensarono l’imperatore Guglielmo II e il cancelliere tedesco Theobald Bethmann Hollweg che, tra il 5 e il 6 luglio, incoraggiarono il governo austriaco ad agire contro la Serbia, assicurando a Vienna il loro appoggio anche se la guerra avesse coinvolto la Russia: era quello che venne poi chiamato “l’assegno in bianco” consegnato dalla Germania all’Austria-Ungheria. La ragione di un azzardo simile stava nella creduta impreparazione militare della Russia: una valutazione che sarà seccamente smentita dai fatti. Il 17 luglio il ministro degli esteri italiano, Antonino di San Giuliano, inviò ai governi europei un telegramma in cui chiedeva trattative di pace urgenti ma fu inascoltato. Il 23, senza che il governo austriaco avesse informato quello italiano, in contrasto quindi con ogni accordo precedente, il governo di Vienna inviò a quello di Belgrado un ultimatum che conteneva clausole inaccettabili come la partecipazione di funzionari austriaci alle indagini e l’allontanamento di ufficiali e funzionari pubblici serbi colpevoli di propaganda antiaustriaca. La Serbia accettò tutte le condizioni meno quella sulla partecipazione austriaca all’indagine, appellandosi al tribunale dell’Aja. Francesco Giuseppe era tentato di accettare tale controproposta ma il ministro degli esteri austriaco Leopold Berchtoldt giunse addirittura a dare false informazioni all’imperatore, dichiarando che truppe serbe avevano già attaccato quelle austriache. Il 28 luglio l’Austria dichiarava guerra alla Serbia, pur non essendo pronta all’offensiva e l’ambasciatore inglese registrava il tripudio di gioia della popolazione viennese.

La Russia, da parte propria, se si vedeva costretta a dichiarare guerra all’Austria, avrebbe dovuto procedere a una mobilitazione parziale, evitando di mobilitare truppe alla frontiera tedesca. I piani di mobilitazione russi, tuttavia, non prevedevano tale possibilità e lo stato maggiore russo riuscì, dopo giorni di pressioni e trattative, a costringere lo zar a ordinare la mobilitazione totale il 30 luglio. La Germania, vedendosi minacciata alle frontiere, ordinò essa pure la mobilitazione ma il Kaiser chiese di non inviare truppe alla frontiera francese. Il feldmaresciallo Helmut Moltke impazzì di rabbia alla notizia. Anche i piani di mobilitazione tedesca non permettevano tale soluzione: bisognava scatenare la guerra contro la Russia e contro la Francia e il Kaiser cedette anche su questo punto. Il 1° agosto la Germania dichiarava guerra alla Russia e le sue truppe entravano nel neutrale Lussemburgo. Mentre le truppe francesi si ritiravano di dieci chilometri dal confine per evitare pretesti, il governo tedesco si inventava un attacco aereo francese per dichiarare guerra alla Francia il 3 agosto. Poiché il piano Schlieffen, adottato dallo stato maggiore tedesco per l’attacco a occidente, prevedeva il passaggio dal Belgio neutrale, fu inviato un ultimatum anche al piccolo paese, garantito nella sua libertà dall’Inghilterra. Il 4 agosto la Germania invadeva il Belgio e l’Inghilterra, con sommo scandalo e rabbia tedesca, dichiarava guerra alla Germania. Bethmann Hollweg riuscì, con rara ipocrisia, a dire che gli inglesi scendevano in guerra “per un pezzo di carta”, ossia per l’impegno preso col Belgio.

In questa tragedia il governo italiano presieduto da Antonio Salandra seppe interpretare al meglio i desideri della nazione, che non intendeva far guerra a chicchessia. E se era vero che esisteva un protocollo segreto tra Germania e Italia per l’invio di un corpo di spedizione sulla frontiera francese, è anche vero che lo spirito e la lettera del trattato della Triplice non obbligavano L’Italia a entrare in guerra a fianco dell’Austria-Ungheria.

Da quel momento iniziarono trattative a ritmo serrato che videro le potenze dell’Intesa chiedere all’Italia l’uscita dalla Triplice e l’entrata in guerra al loro fianco mentre il governo tedesco cercava di garantire la neutralità italiana. Il governo italiano, tuttavia, sapeva bene come l’inimicizia dell’Austria nei suoi confronti fosse cresciuta con la dichiarazione di neutralità e come essa fosse stata considerata un tradimento, secondo la paranoica filosofia degli Imperi centrali. Il problema per l’Italia era duplice: da una parte era imperativo ottenere Trento e Trieste ma era altrettanto ovvio che l’Austria non avrebbe mai ceduto su questi punti; dall’altra, nel caso che gli Imperi centrali avessero vinto la guerra chi avrebbe impedito una rappresaglia austriaca contro l’Italia?

Le trattative si trascinarono per mesi poi, all’insaputa di tutto il paese, re Vittorio Emanuele III, il primo ministro Salandra e il ministro degli esteri Sidney Sonnino trattarono l’ingresso nell’Intesa. Controproposte austriache di cessione del Trentino arrivarono troppo tardi ed erano troppo poco credibili.

Il problema fu convincere un paese che, in larga parte, voleva restare neutrale, a entrare in guerra contro un ex alleato. Ci volle la pressione della piazza, capeggiata da D’Annunzio, le dimissioni di Salandra e la minaccia di abdicazione da parte del re per costringere il parlamento a scegliere tra la guerra e una crisi istituzionale senza precedenti in un paese che, già nel giugno 1914, era stato sconvolto da sommosse e scioperi.

L’Italia entrava in guerra il 24 maggio 1915 contro il proprio desiderio ma contro un nemico che si può definire secolare, tanto da definire il conflitto come la “Quarta guerra del Risorgimento”. Ma tutto ciò era retorica di fronte all’impreparazione dell’esercito, alla carenza di artiglierie e munizioni, all’impatto di una concezione ottocentesca del combattimento contro la nuova realtà di trincee, filo spinato, mitragliatrici e cannoni a tiro rapido.

E qui si apre un nuovo capitolo nella revisione storica che vuole i nostri generali spietati quanto incapaci da Cadorna in giù. Sulla spietatezza si può concordare: l’Italia e l’Europa del tempo avevano un’idea dei cittadini quali sudditi cui si chiedeva solo di obbedire agli ordini e pagare le tasse. Il generale Luigi Capello, che pure era attento al morale delle truppe, definiva i soldati “pezzi di fango che camminano”. Quanto a capacità tattiche i nostri comandanti non furono peggiori della media, con eccezione di qualche notevole generale inglese e di numerosi comandanti tedeschi. Per quanto, invece, riguarda la visione strategica si può affermare che il vituperatissimo Luigi Cadorna fu di una spanna superiore a tutti gli altri. Egli aveva infatti intuito che le costose offensive sull’Isonzo potevano essere definite quali “spallate” per buttar giù tutto l’Impero, una volta giunti a Trieste. E caduto l’impero austroungarico, quello tedesco sarebbe caduto di conseguenza. Che tale indirizzo non fosse dettato da un interesse egoistico per il fronte italiano è dato dal fatto che Cadorna, avarissimo di risorse e uomini da destinare in Albania e in Libia, approvò l’invio di un corpo di spedizione italiano a Salonicco per combattere contro la Bulgaria e spingere la Romania all’entrata in guerra. Era quell’approccio indiretto che sarebbe stato poi teorizzato da Basil Liddel Hart nella sua Storia della prima guerra mondiale pubblicato nel 1930. Ma i generali inglesi e francesi, pur rappresentando eserciti più potenti di quello italiano, ed avendo così maggior forza contrattuale nei consigli di guerra, non avevano la testa e la cultura di questo piemontese freddo e spietato. 

Più volte i suoi modi altezzosi e sgarbati nei confronti dei politici lo misero in difficoltà. Nel 1916, quando gli austriaci stavano quasi per sfondare in Trentino con la “Strafexpedition” (Spedizione punitiva) fu sul punto di essere cacciato ma, all’ultimo momento, grazie al sacrificio dei soldati al fronte, riuscì prima a trattenere l’offensiva austriaca e poi a contrattaccare sull’Isonzo conquistando Gorizia l’8 agosto 1916. Era la prima vittoria nella storia dell’esercito italiano. Una vittoria che sarebbe stata impossibile senza il sacrificio di migliaia di soldati sulle Alpi del Trentino e che oggi è ormai ricordato solo da pochi amateurs. Quando gli ignoranti ironizzano sul valore italiano in guerra bisognerebbe ricordar loro se conoscono il Monte Cengio, dove i Granatieri di Sardegna e altre brigate dell’esercito si immolarono al completo. Qui si trova “il salto del granatiere” dove i superstiti del reggimento, ormai circondati e disarmati si lanciarono nel vuoto, ognuno trascinando con sé un nemico. Un eroismo folle ai nostri occhi ma che era conseguenza di un’abitudine al sacrificio che oggi appare impensabile. Ed era questo “materiale umano” a essere consumato, spesso senza discernimento, nel più sanguinoso conflitto della storia italiana.

(2 – continua)

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