SAN FRANCESCO/ Un santo “laico” che ha spiazzato la Chiesa

- Luigi Campagner

Un aiuto a riscoprire l’uomo Francesco d’Assisi, oltre la riduzione entro la quale la Chiesa del suo tempo lo ha in qualche modo forzato, viene dal lavoro di Chiara Frugoni. LUIGI CAMPAGNER

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Dal ciclo di Giotto nella basilica di Assisi: il Lucifero nascosto

Nel suo discorso ai giovani dell’11 agosto Bergoglio ha indicato San Francesco come modello di coraggio e capacità di rottura, nel caso specifico col padre, il ricco e potente commerciante, ma per estensione con una società nella quale il ruolo della Chiesa e della religione erano centrali. Nello stesso discorso il Papa ha individuato nella clericalizzazione “la perversione della Chiesa”, un male che dura da secoli e del quale si stenta a vedere la soluzione. Tanto più che quando essa si presenta nella storia, come fu con Francesco d’Assisi, lo scandalo, il fastidio e l’obiezione clericale hanno la meglio sul coraggio — anche intellettuale — di comprenderne e accettartene la sfida. 

Un potente aiuto a riscoprire l’uomo Francesco d’Assisi, a farlo risorgere dalla tomba infiocchettata di sublimazione nella quale si ha avuto fretta di seppellirlo, viene dal lavoro di Chiara Frugoni. Storica di fama internazionale che vanta collaborazioni con Jacques Le Goff e Georges Duby, Chiara Frugoni ha dedicato a Francesco gran parte della sua vita di ricercatrice laica, precocemente introdotta all’ateismo dall’educazione clericale che ricevette nella sua infanzia.

La sua cifra come storica è la promozione dell’immagine come testo storico al pari del testo scritto. Alcune sue opere come Quale Francesco?, un’imponente e sapiente rilettura dell’intero ciclo degli affreschi della Basilica Superiore di Assisi, o San Francesco e l’invenzione delle stimmate dedicato a un serrato confronto di tutte le fonti testuali e iconografiche disponibili sull’argomento, sono assieme dei monumenti di storia e di storia dell’arte. Allo stesso tempo la lettura di Chiara Frugoni regala al lettore la suspense del romanzo giallo, perché l’autrice riesce a vedere cose che ad altri sono sfuggite per secoli. Così avviene, oltre che nelle opere monumentali con i loro imponenti apparati scientifici, nei pocket più diffusi e conosciuti, come Vita di un uomo: Francesco d’Assisi o Storia di Chiara e Francesco

Un saggio delle sue indagini è offerto dalla scoperta nel 2011 di un’immagine di Lucifero “nascosto” da Giotto tra le nubi dell’affresco della scena ventesima del ciclo della Basilica Superiore di San Francesco (il funerale di San Francesco). Era lì da otto secoli ma nessuno lo aveva notato e valorizzato. Con la stessa semplicità e irriverenza — tipica del primo movimento francescano — Chiara Frugoni indaga tutte le fonti testuali e iconografiche per ricostruire, quanto possibile, la biografia di Francesco fortemente censurata fin dagli anni immediatamente successivi alla sua morte, sino al culmine raggiunto con la distruzione voluta da San Bonaventura — con un atto politico forse necessario alla sopravvivenza dell’Ordine, ma di inaudita violenza — di tutte le Vite di Francesco scritte precedentemente alla Legenda Maior, commissionata dall’Ordine dei Frati minori allo stesso Bonaventura, trentasette anni dopo la morte di Francesco.

Francesco pensò e agì da laico, scrive Chiara Frugoni: “non salì sul Monte Sinai, ma ricavò le sue convinzioni dapprima nelle intense e lunghe riflessioni da eremita, poi discutendone con i primi compagni”; “ebbe bisogno di molto tempo per ripensare alla propria vita, per decostruire tutto il passato nel quale aveva profuso energie e pensieri, smontandolo tassello per tassello”. Va in questo senso la rivisitazione del miracolo del crocifisso parlante di San Damiano che le fonti riferiscono a Ortolana, la madre di Chiara, e solo tardivamente, dopo la beatificazione di quest’ultima (avvenuta trent’anni più tardi), a Francesco. Il biografo — Chiara Frugoni si riferisce a Tommaso da Celano — “preferì l’obbedienza richiesta dal miracolo, un ordine calato dal Cielo, al frutto di una raggiunta ed elaborata autoconsapevolezza interiore da parte di Francesco, greve di tanti dolorosi abbandoni: gli affetti famigliari, le ambiziose aspettative di gloria mondana”.

Un altro “furto prima letterario e poi iconografico operato dai francescani a danno dei domenicani” è quello del sogno di Innocenzo III nel quale il papa vedeva la basilica del Laterano che stava per crollare e un religioso piccolo e di aspetto spregevole, la puntellava con le sue spalle. Il sogno del potente Innocenzo — l’arbitro indiscusso della politica europea (e della politica locale) — ha il compito di sanare le numerose frustrazioni che il rapporto con la Santa Sede dovette rappresentare per Francesco lungo tutta la sua vita. Un potente squarcio lo si ricava dalla cronaca del benedettino anglosassone Ruggero di Wendover (+1236) che descrive in questi termini la drammatica conclusione del primo incontro-scontro tra Francesco e Innocenzo III: “Vai, fratello, e cerca i porci con i quali, più che con gli uomini, ti devi confrontare; rotolati con loro nella melma, consegna loro la Regola e il tuo commento, e metti in pratica l’esercizio della predicazione”.

Il dato storico fu l’approvazione solo verbale della Regola di Francesco, mentre l’approvazione ufficiale (la Regola bollata) dovette attendere quattordici anni (1209-1223), col rischio concretissimo di naufragare più volte, salvandosi solo grazie ad abili stratagemmi e significativi compromessi. Per Francesco, che nel 1209 non aveva alcuna intenzione di fondare un ordine ma solo di offrire una forma di vita a una fraternità laica: maschile e femminile (cosa rarissima e motivo di scandalo, per l’epoca), il consenso alla predicazione fu un viatico sufficiente. Eloquente il gratificante sogno dell'”albero maestoso, robusto e altissimo” che un euforico Francesco, rientrando ad Assisi dopo la mancata scomunica da parte di Innocenzo III,  “con una sola mano era riuscito a piegare fino a terra” (alcune fonti collocano il sogno all’andata: il senso, ovviamente, non cambia).

Ciò non di meno la censura sull’attività predicatoria di Francesco (e sul suo messaggio) rimase intransigente, compreso negli apparati iconografici ai quali i committenti consegnarono l’importante agiografia del Santo. Scrive in proposito Chiara Frugoni: “Vorrei notare ora un fatto abbastanza strano. Francesco, che ha passato la sua vita a predicare, nelle immagini non ha mai davanti a sé un pubblico di uomini bensì solo di uccelli (in moltissime di queste immagini notiamo, ben riconoscibili uccelli acquatici, aironi e cicogne, e in più anche rapaci, a testimoniare l’esatta comprensione della predica)”. Se infatti nell’allodola possiamo riconoscere il simbolo dei francescani, negli altri uccelli vediamo rappresentata un’intera società. “L’assenza di una folla umana, sostituita da quella pennuta, si può qualificare come una vera e propria censura: tradisce il disagio della Chiesa rispetto a un religioso molto particolare, che assomiglia ancora troppo da vicino a un laico”.

Per cinquant’anni le pareti della Basilica Superiore — allora riservata ai capi dell’Ordine e al Papa (o a un suo delegato) — rimasero bianche perché non si sapeva quale Francesco raffigurare. Il risultato di tale attesa fu quello di promuovere l’immagine di un santo estatico, costantemente in contemplazione a mani giunte o aperte al ricevimento delle stimmate. Completamente eclissata fu la forma di vita attiva legata alla pacificazione sociale e al lavoro nella città o in collegamento con essa. Si preferì invece enfatizzare gli elementi che mummificavano il santo nella forma della sacra reliquia. La conclusione della storica, al termine di un’accurata analisi delle fonti testuali e iconografiche relative alle stimmate, si può ricondurre alla precedente considerazione: Francesco divenne un santo da ammirare, ma impossibile da imitare, in primis dai suoi stessi fratelli e sorelle: l’unica coraggiosa eccezione fu Chiara.

È così che avviene un processo di clericalizzazione: la riduzione di una forma di vita, sale del quotidiano, nel rituale di una “forma religiosa”. Un processo che un attento studioso della civiltà come Sigmund Freud non avrebbe esitato a qualificare come “ossessivo”.

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